Oltre duecento anni fa, per i tipi della Stamperia Domenico Pane di Torino, veniva pubblicata una delle opere più enigmatiche delle ricca bibliografia vastese: La Grotta di Monte-calvo, poemetto in versi di Domenico Rossetti (fratello del poeta Gabriele), ispirato dalla scoperta di una grotta nella periferia di Nizza, in Provenza, avvenuta nel 1803.
Fino a poco tempo fa, a causa delle limitate notizie sulla vita e le opere del poeta vastese, si era data scarsa importanza al poemetto, in quanto poteva rappresentare una semplice opera minore in versi, con l’aggiunta di annotazioni scientifiche. Quasi ad avvalorare questa tesi, troviamo anche le affermazioni di un tal Filomuso Ajuti, che definì l’opera del Rossetti un ammasso di parole senza relazione, e senza connessione.
Ma alla luce delle nuove e sorprendenti acquisizioni, la scoperta del Rossetti raggiunge una risonanza più ampia, che la colloca al centro di studi e approfondimenti intorno al mistero della grotta, chiamata anche Aven des Ratapignata, e di una piramide che fanno parlare, discutere e formulare le ipotesi più disparate da oltre duecento anni.
Domenico Rossetti nacque a Vasto il 10 ottobre 1772 da Nicola e Francesca Pietrocola, terzogenito dopo Andrea e Antonio e più grande di Gabriele di dieci anni. Dotato di
intelligenza non comune, sin da ragazzo mostrò grandi capacità di apprendimento verso qualsiasi materia.
A Napoli studiò legge sotto l’insegnamento di illustri docenti ma, tra il 1792 ed il 1793, per paura di essere imbarcato per la battaglia di Tolone, preferì disertare e fuggire prima verso Roma, e successivamente verso altri stati europei, quali Francia e Spagna. Tornato in Italia, durante il soggiorno di due anni e mezzo in Sardegna, il Rossetti ebbe modo di farsi notare, come poeta improvvisatore, ottenendo ovunque ottimi consensi.
Lasciata l’isola sarda, mentre navigava nel golfo di Frejus, una tremenda e improvvisa burrasca lo costrinse a naufragare verso la costa di Nizza in Provenza. Era il marzo del 1803. Scampato per miracolo a sicura morte, Domenico Rossetti approfittò di quell’involontario soggiorno per visitare i ruderi della città romana di Cemenulum, l’antica capitale delle Alpi Marittime e patria dei Vedianti Liguri (III-II sec. a.C.), e approfondire le sue conoscenze in materia di scienze naturali. Ma mai avrebbe potuto immaginare di ritrovarsi involontario protagonista di una grande scoperta.
Appreso che verso il territorio detto di Gairaut scaturiva una sorgente, denominata dagli antichi Fontana-Santa (Fontaine Sainte), che a detta di alcuni era del genere minerale, Domenico, la mattina del 24 marzo, si diresse sul luogo insieme a due amici, Giovan Battista Debernardi e Giuseppe Pennesi, accompagnati da un certo Gioacchino Vay, allora procuratore ed amministratore dei beni posseduti da Giovan-Giacomo Vinay.
Chiesto a gente del luogo se nei dintorni vi fosse qualche monumento interessante da visitare, gli venne indicato che verso la sommità della vicina montagna si vedeva un buco profondissimo dal quale uscivano gruppi di pipistrelli, chiamati dagli abitanti del luogo Ratapignata. Mosso da un’irrefrenabile curiosità, e perché no, dal desiderio di fama e di gloria, come lui stesso confessò più tardi, Domenico si recò verso il luogo indicato, accompagnato da un contadino, mentre i suoi compagni di viaggio, inizialmente restii a mantenere il passo del loro amico, trovando abbastanza difficoltoso inerpicarsi per la montagna, lo seguirono a debita distanza.
Giunto all’ingresso della cavità, alle 10,30 del mattino, Domenico ebbe la fortuna di trovarsi proprio nel momento in cui un raggio di luce penetrava perpendicolarmente all’interno, illuminando una grossa stalattite. Davanti a quella visione straordinaria, Domenico cercò di introdursi nella grotta ma, senza mezzi adeguati, fu praticamente impossibile. A questo punto, incaricò il contadino, che era con lui, di andare ad avvisare i suoi amici della scoperta e di procurarsi scale e corde per tentare la discesa nei meandri della grotta.
Appurata la fresca notizia, i compagni di viaggio allungarono il passo, ma arrivarono troppo tardi: ormai il raggio di sole era passato e la penombra e la profondità dell’antro non permisero la vista del suo interno.
Recuperate scale e corde, Domenico si calò all’interno di una grande sala e ai suoi occhi apparve uno splendido scenario di concrezioni calcaree. Dato il via libera ai compagni, anch’essi si avventurarono all’interno della grotta e poterono ammirare lo spettacolo che si aprì davanti ai loro occhi.
Nella prima sala saltò subito all’occhio una stalagmite alta circa sei metri, a forma vagamente piramidale, che sembrava sorreggere il soffitto.
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| L'imponente "concrezione" della piramide |
Oltre alla imponente concrezione, destò molta curiosità una concrezione dal profilo molto vicino alle sembianze umane. Premettendo che nelle tante grotte sparse nel mondo, la conformazione delle stalagmiti e delle stalattiti ci hanno abituato alla presenza delle più svariate e insolite figure, il tutto visionabile con una buona dose di fantasia, nella stalagmite all’interno della prima sala, si potevano distinguere perfettamente i profili destro e sinistro di un volto umano: in effetti, dalle foto visionate, si evince chiaramente la sagoma della bocca, del mento, del naso e l’incavo degli occhi. Probabilmente, anche in questo caso, ci troviamo davanti al caso della natura, ma questi particolari sono stati sufficienti a scatenare la fantasia popolare e scientifica, i quali si sono lasciati andare nelle ipotesi più disparate. In particolare, lo studioso Maurice Guinguand, parlò di un viso «magnifique, grandiose, rigide, d’une divinité inconnue», riconducibile al dio Mithra oppure a qualche altra divinità ligure o italica.
«Altri piccoli spechi vi esistono dietro alle colonne – scrisse Goffredo Casalis nel suo Dizionario Geografico – ai quali si diedero i nomi pomposi di sale, di camere, di gabinetti alla foggia turchese, e che non si puonno vedere se non se col chiaror delle faci. Quando, dalle dieci ore insino al mezzodì, i raggi solari penetrano in questo sotterraneo, ed il chiaror delle faci illumina i piccoli spechi, vi si gode per alcuni minuti di un aspetto incantevole: le colonne coi loro bizzarri ornamenti, e le svariatissime stalagmiti che solcano le pareti, sfavillano ad un istante di mille riflessi di luce a varii colori di un effetto piacevolissimo».
Dopo aver esplorato attentamente tutta la prima grande sala, il Rossetti notò una imboccatura che conduceva verso il basso. Preso un sasso, lo lasciò cadere giù, per riuscire a capire la profondità del pozzo. Probabilmente il cunicolo doveva essere sì stretto e pericoloso, ma di una profondità tale, che con lunghe corde ne avrebbe potuto tentare la discesa.
Mosso ancora da spirito indomito, privo timori reverenziali, si legò una corda intorno alla vita e, aiutato dai compagni, si fece calare lungo lo stretto cunicolo. Così descrisse la pericolosa discesa nel suo poemetto: «Un foro triangolare, prolungato per cinque metri, scavato in un masso di marmo parasito, ed appena atto a ricevere il corpo di un uomo non pingue, è il primo sentiere, che bisogna scorrere coll’ajuto di corde. In fine di esso si trova l’imboccatura di un ampio canale tortuoso, pendente, e che va a finire ad un secondo foro, largo quanto il primo, esistente nel centro della volta della seconda grotta... Prima che si giunga al suddetto foro secondo, scorgesi alla sinistra un sasso di color rosso, fatto a guisa di un piedistallo, su del quale si ammira una bell’opra naturale, simile ad una statuetta, rappresentante un vecchio malinconico d’aspetto, e con le braccia alzate verso il cielo: veduto a qualche distanza sembra vivente. Arrivato il lume a quel basso pavimento dopo 27 metri di strada – proseguì il Rossetti – rischiarata in qualche modo l’interna capacità della nuova caverna, ei può tentare l’accesso; ma sempre con pericolo di sbattere la testa e il corpo nelle pareti, specialmente, se la corda comincia a ciondolare. Io so, se fu critica la mia situazione nel discendervi, e se fu anche molto più critica nel risalire, epoca in cui quasi disperai di potere uscirne vivo».
Giunto nella seconda grotta, il letterato vastese rimase spaventato dalla visione di ombre di molti animali feroci di terribile aspetto, come leoni, cavalli, furie, cinghiali, pitoni, ecc. e più muoveva il lume e più gli sembravano che questi animali si muovevano in tutte le direzioni. Dopo la sorpresa iniziale si rese conto che era solo un effetto ottico e che si trovava davanti a innocue rocce.
La seconda grotta esplorata era lunga circa venti metri, ma anche molto stretta, con una larghezza che variava tra uno e cinque metri. La parete di fondo terminava nel buio densissimo, infatti, fu lo stesso Rossetti a riferire che «Malgrado una quantità di lumi, ch’io vi accesi dappresso, non potei in verun modo diradarne le tenebre; ed avendovi replicate volte scagliato al di dentro de’ grossi sassi, questi o non mandarono all’orecchio verun rumore, o lo mandarono cupo, debole, e simile a quello di un corpo caduto in mezzo alle acque».
Il viaggio del Rossetti terminò davanti a questa coltre buia e impenetrabile: avrebbe fortemente desiderato andare oltre, ma gli mancarono i mezzi e la necessaria assistenza da parte di altre persone, vinti dallo spavento e dal timore di penetrare in quel luogo troppo pericoloso.
Lino Spadaccini




1 commento:
Sto leggendo, ricerche via web, che tra le varie ipotesi del mistero della piramide, si cita anche che questa stessa, sia stata costruita dal Rossetti come riferimento turistico ed è per questo che nel poemetto, al di là di forme triangolari che si citano, non viene mai espressamente descritto il riferimento ad una piramide che, oggi, agli occhi di chiunque, parrebbe evidente...
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