"Le quotidiane liti tra i due coniugi, magistralmente interpretate da Luciano Marchesani (Micchèle) e Orietta D’Aurizio (Trisìcce), sono puntualmente interrotte dalla visita di madri, fratelli, calzolai, falegnami, portalettere, pescivendoli, testimoni di fede, amanti, mogli mancate, sacerdoti e chierichetti", scrive tra l'altro il prof. Casantini.
"Un sottobosco umano questo, escluso dalle importanti cronache, ma di cui il quotidiano pulsa, che umoristicamente sembra riguadagnare quella dignità e quel giusto spazio di protagonismo, che pur gli spetterebbe, solo all’interno di una farsa comica".
"Il salottino - continua Casantini - diventa quindi luogo privilegiato per incontri e scontri tra le singole individualità, campo aperto di battaglia per discussioni e riflessioni, dalle quali i due coniugi di tanto in tanto cercano requie, eleggendo a punto di fuga il proprio bagno, «addò», come dichiara fin dall’inizio Micchèle, «štínghe sènza penzìre".
A seguire la recensione.
Quàsse è di Francesco Paolo Sorgente"Un sottobosco umano questo, escluso dalle importanti cronache, ma di cui il quotidiano pulsa, che umoristicamente sembra riguadagnare quella dignità e quel giusto spazio di protagonismo, che pur gli spetterebbe, solo all’interno di una farsa comica".
"Il salottino - continua Casantini - diventa quindi luogo privilegiato per incontri e scontri tra le singole individualità, campo aperto di battaglia per discussioni e riflessioni, dalle quali i due coniugi di tanto in tanto cercano requie, eleggendo a punto di fuga il proprio bagno, «addò», come dichiara fin dall’inizio Micchèle, «štínghe sènza penzìre".
A seguire la recensione.
recensione di Luca Casantini
A distanza di un anno dalla rappresentazione della commedia Pi’ ‘nu puòrce, la compagnia di teatro
dialettale La cungarelle sceglie di
tornare in scena per il tradizionale appuntamento estivo con una nuova inedita
proposta, nuovamente scritta e diretta da Francesco Paolo Sorgente.
Quàsse è il titolo del nuovo lavoro: una
commedia in due atti a scena fissa, ambientata nella casa dei due coniugi
vastesi Micchèle e Trisìcce.
A differenza della commedia precedente, in questo caso la
struttura drammatica è solo minimamente giocata sullo sviluppo di una trama,
ridotta com’è ad un progressivo e inarrestabile andirivieni di personaggi, i
quali si alternano sulla scena entrando e uscendo dal portone di casa dei due coniugi
e intessendo con questi ultimi, in maniera del tutto autonoma gli uni dagli
altri, vivaci siparietti. Il salottino diventa quindi luogo privilegiato per
incontri e scontri tra le singole individualità, campo aperto di battaglia per
discussioni e riflessioni, dalle quali i due coniugi di tanto in tanto cercano
requie, eleggendo a punto di fuga il proprio bagno, «addò», come dichiara fin
dall’inizio Micchèle, «štínghe sènza penzìre, addò li ràcchie mi s’attÍrene».
Già da questi pochi accenni si potrà intendere quanto la
scelta dell’autore-regista questa volta abbia volutamente preso strade diverse
rispetto al precedente lavoro, e di sicuro non più comode: se è vero infatti
che la trama, basata secondo la tradizione della commedia su equivoci e
fraintendimenti, capovolgimenti e imprevisti,
non costituisce più il motore narrativo della vicenda, ecco che la vis comica non può più essere delegata a
questi espedienti, ma piuttosto ad un attento studio e a una ricercata e
dettagliata ricostruzione di personaggi verosimili, pur nella loro esagerata verve e caricaturalità.
La casa di Micchèle e Trisìcce diventa così il luogo
perfetto in cui le singole individualità, a volte ridotte a mere maschere o a
personaggi fortemente tipizzati, a volte invece ideate con originalità e
invidiabile realismo, danno vita a scene di vita quotidiana, regalando allo
spettatore piccoli rapidi spaccati di vissuto popolare, rifuggendo dalla
esagerata coralità e, a tratti, dalla confusione che aveva in alcuni momenti
caratterizzato la commedia Pi’ ‘nu puòrce.
Parenti e amici, compaesani e conoscenti, tutti sembrano
gareggiare per ritagliarsi un breve momento di notorietà sulla scena: le
quotidiane liti tra i due coniugi, magistralmente interpretate da Luciano
Marchesani (Micchèle) e Orietta D’Aurizio (Trisìcce), sono così puntualmente
interrotte dalla visita di madri, fratelli, calzolai, falegnami, portalettere, pescivendoli,
testimoni di fede, amanti, mogli mancate, sacerdoti e chierichetti. Un
sottobosco umano questo, escluso dalle importanti cronache, ma di cui il
quotidiano pulsa, che umoristicamente sembra riguadagnare quella dignità e quel
giusto spazio di protagonismo, che pur gli spetterebbe, solo all’interno di una
farsa comica.
La ricerca del riso, ora sottile, ora gratuito e sboccato, è
ovviamente raggiunto attraverso l’ausilio dei navigati strumenti della commedia
popolare: l’uso di un linguaggio basso e a tratti triviale, la funambolica
ricerca di espressioni gergali e proverbiali, talora affiancate dalla
storpiatura del lessico, il ricorso all’equivoco e alla battuta greve,
l’impiego dei moduli stereotipati ma sempre vincenti della farsa, il parossismo
dei comportamenti e delle battute costituiscono una mescolanza vincente che,
affiancata alla genuinità e alla semplice schiettezza delle scelte recitative,
non possono non cogliere nel segno e regalare allo spettatore momenti di
spontanea ilarità. Lo stesso sapiente ricorso, in alcune scene, all’alternanza
tra la lingua italiana e il dialetto vastese, oltre a donare maggior vividezza
e realismo a situazioni e personaggi, concorre a creare un riuscito effetto di
straniamento, laddove è proprio il vernacolo locale ad ergersi a vera lingua di
comunicazione e smascheramento nei confronti degli infingimenti e degli inganni
espressi attraverso il nobile e raffinato idioma nazionale (e in tale dinamica
rientra anche l’inopportuno latinorum
del professore Filibbèrte).
Ma questa commedia, come spesso tutta la vera commedia,
popolare e non, non si limita al risum
movere, ovvero alla mera e, alla lunga, sterile ricerca del riso, ma,
aderendo alle istanze e alle esigenze di riscatto sociale da parte dei suoi
personaggi, si fa giustamente portavoce di protesta e satira sociale: accanto
alla velata e pur sempre bonaria condanna di comportamenti scaltri e al limite
del lecito, ma puntualmente perdonati dall’amara consapevolezza della spinta
alla sopravvivenza da parte dell’uomo e alla sua naturale inclinazione verso
l’inganno, i personaggi di Quàsse è
non risparmiano critiche ad una concezione ormai distorta della politica, un’attività
che «li pó fá’ chi tè’ tèmbe da pèrde’» e non perdono occasione di sollevare
dubbi su stringenti questioni ambientali, come nel caso dei due lestofanti
fruttivendoli che cercano di piazzare accattivanti primizie cresciute fuori
stagione nel loro «órte speciàle sàtte a la Cunucélle », in
prossimità di una discarica.
Sic stantibus rebus,
per dirla con Filibbèrte, resta a questo punto da domandarsi se nella commedia
sia ravvisabile una morale o, comunque, un elemento che possa costituirne il fil rouge e donarle compattezza e unità.
A nostro avviso, come tradizione vuole, essa c’è e si snoda,
anche se in maniera mascherata e sottile, attraverso l’intero dramma: è solo
alla fine, alla presenza pacificante di Don Riccàrde, che essa emergerà in
maniera chiara, ovvero allorché i due coniugi, stremati da una giornata di
incontri e colloqui con amici e conoscenti, lontani dal trambusto e dal chiasso
distraente della giornata trascorsa, ritrovandosi in tarda serata soli e
nell’intimità della propria casa, costretti finalmente a colloquio con se
stessi e bendisposti ad un’improbabile terapia di coppia assistita dal
sacerdote-psicoterapeuta, saranno chiamati ad interrogarsi sul senso vero della
vita: una vita in cui, per dirla con Montale, «le coincidenze, le
prenotazioni, / le trappole, gli scorni di chi crede / che la realtà
sia quella che si vede » sembrano esserne l’affascinante, misterioso e
irriducibile segreto.
Quàsse è, a noi
pare.
Luca Casantini, docente di
Materie letterarie, latino e greco
presso il Liceo Ginnasio Statale
Pilo Albertelli di Roma
e collaboratore alla cattedra di
Letteratura greca
presso l’università LUMSA di
Roma
A distanza di un anno dalla rappresentazione della commedia Pi’ ‘nu puòrce, la compagnia di teatro dialettale La cungarelle sceglie di tornare in scena per il tradizionale appuntamento estivo con una nuova inedita proposta, nuovamente scritta e diretta da Francesco Paolo Sorgente.
Quàsse è il titolo del nuovo lavoro: una commedia in due atti a scena fissa, ambientata nella casa dei due coniugi vastesi Micchèle e Trisìcce.
A differenza della commedia precedente, in questo caso la struttura drammatica è solo minimamente giocata sullo sviluppo di una trama, ridotta com’è ad un progressivo e inarrestabile andirivieni di personaggi, i quali si alternano sulla scena entrando e uscendo dal portone di casa dei due coniugi e intessendo con questi ultimi, in maniera del tutto autonoma gli uni dagli altri, vivaci siparietti. Il salottino diventa quindi luogo privilegiato per incontri e scontri tra le singole individualità, campo aperto di battaglia per discussioni e riflessioni, dalle quali i due coniugi di tanto in tanto cercano requie, eleggendo a punto di fuga il proprio bagno, «addò», come dichiara fin dall’inizio Micchèle, «štínghe sènza penzìre, addò li ràcchie mi s’attÍrene».
Già da questi pochi accenni si potrà intendere quanto la scelta dell’autore-regista questa volta abbia volutamente preso strade diverse rispetto al precedente lavoro, e di sicuro non più comode: se è vero infatti che la trama, basata secondo la tradizione della commedia su equivoci e fraintendimenti, capovolgimenti e imprevisti, non costituisce più il motore narrativo della vicenda, ecco che la vis comica non può più essere delegata a questi espedienti, ma piuttosto ad un attento studio e a una ricercata e dettagliata ricostruzione di personaggi verosimili, pur nella loro esagerata verve e caricaturalità.
La casa di Micchèle e Trisìcce diventa così il luogo perfetto in cui le singole individualità, a volte ridotte a mere maschere o a personaggi fortemente tipizzati, a volte invece ideate con originalità e invidiabile realismo, danno vita a scene di vita quotidiana, regalando allo spettatore piccoli rapidi spaccati di vissuto popolare, rifuggendo dalla esagerata coralità e, a tratti, dalla confusione che aveva in alcuni momenti caratterizzato la commedia Pi’ ‘nu puòrce.
Parenti e amici, compaesani e conoscenti, tutti sembrano gareggiare per ritagliarsi un breve momento di notorietà sulla scena: le quotidiane liti tra i due coniugi, magistralmente interpretate da Luciano Marchesani (Micchèle) e Orietta D’Aurizio (Trisìcce), sono così puntualmente interrotte dalla visita di madri, fratelli, calzolai, falegnami, portalettere, pescivendoli, testimoni di fede, amanti, mogli mancate, sacerdoti e chierichetti. Un sottobosco umano questo, escluso dalle importanti cronache, ma di cui il quotidiano pulsa, che umoristicamente sembra riguadagnare quella dignità e quel giusto spazio di protagonismo, che pur gli spetterebbe, solo all’interno di una farsa comica.
La ricerca del riso, ora sottile, ora gratuito e sboccato, è ovviamente raggiunto attraverso l’ausilio dei navigati strumenti della commedia popolare: l’uso di un linguaggio basso e a tratti triviale, la funambolica ricerca di espressioni gergali e proverbiali, talora affiancate dalla storpiatura del lessico, il ricorso all’equivoco e alla battuta greve, l’impiego dei moduli stereotipati ma sempre vincenti della farsa, il parossismo dei comportamenti e delle battute costituiscono una mescolanza vincente che, affiancata alla genuinità e alla semplice schiettezza delle scelte recitative, non possono non cogliere nel segno e regalare allo spettatore momenti di spontanea ilarità. Lo stesso sapiente ricorso, in alcune scene, all’alternanza tra la lingua italiana e il dialetto vastese, oltre a donare maggior vividezza e realismo a situazioni e personaggi, concorre a creare un riuscito effetto di straniamento, laddove è proprio il vernacolo locale ad ergersi a vera lingua di comunicazione e smascheramento nei confronti degli infingimenti e degli inganni espressi attraverso il nobile e raffinato idioma nazionale (e in tale dinamica rientra anche l’inopportuno latinorum del professore Filibbèrte).
Ma questa commedia, come spesso tutta la vera commedia, popolare e non, non si limita al risum movere, ovvero alla mera e, alla lunga, sterile ricerca del riso, ma, aderendo alle istanze e alle esigenze di riscatto sociale da parte dei suoi personaggi, si fa giustamente portavoce di protesta e satira sociale: accanto alla velata e pur sempre bonaria condanna di comportamenti scaltri e al limite del lecito, ma puntualmente perdonati dall’amara consapevolezza della spinta alla sopravvivenza da parte dell’uomo e alla sua naturale inclinazione verso l’inganno, i personaggi di Quàsse è non risparmiano critiche ad una concezione ormai distorta della politica, un’attività che «li pó fá’ chi tè’ tèmbe da pèrde’» e non perdono occasione di sollevare dubbi su stringenti questioni ambientali, come nel caso dei due lestofanti fruttivendoli che cercano di piazzare accattivanti primizie cresciute fuori stagione nel loro «órte speciàle sàtte a la Cunucélle», in prossimità di una discarica.
Sic stantibus rebus, per dirla con Filibbèrte, resta a questo punto da domandarsi se nella commedia sia ravvisabile una morale o, comunque, un elemento che possa costituirne il fil rouge e donarle compattezza e unità.
A nostro avviso, come tradizione vuole, essa c’è e si snoda, anche se in maniera mascherata e sottile, attraverso l’intero dramma: è solo alla fine, alla presenza pacificante di Don Riccàrde, che essa emergerà in maniera chiara, ovvero allorché i due coniugi, stremati da una giornata di incontri e colloqui con amici e conoscenti, lontani dal trambusto e dal chiasso distraente della giornata trascorsa, ritrovandosi in tarda serata soli e nell’intimità della propria casa, costretti finalmente a colloquio con se stessi e bendisposti ad un’improbabile terapia di coppia assistita dal sacerdote-psicoterapeuta, saranno chiamati ad interrogarsi sul senso vero della vita: una vita in cui, per dirla con Montale, «le coincidenze, le prenotazioni, / le trappole, gli scorni di chi crede / che la realtà sia quella che si vede » sembrano esserne l’affascinante, misterioso e irriducibile segreto.
Quàsse è, a noi pare.
Luca Casantini
docente di Materie letterarie, latino e greco presso il Liceo Ginnasio Statale Pilo Albertelli di Roma e collaboratore alla cattedra di Letteratura greca presso l’università LUMSA di Roma
docente di Materie letterarie, latino e greco presso il Liceo Ginnasio Statale Pilo Albertelli di Roma e collaboratore alla cattedra di Letteratura greca presso l’università LUMSA di Roma
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