Di novembre al Camposanto
Guardature, riflessioni e un minimo auspicio
Vasto, il due
di novembre, al Camposanto. Sotto un sole caldo che ancora Dio ci ha dato, ho
pregato, prima in coro e poi da me solo dinanzi alla tomba di chi mi fu
genitore ed ora memoria preziosa e cara. Poi, per pietà e
doglianza comunitaria
che all’animo di chi vive non fa mai male, e per ritrovare un segno e sembianze
di chi in vita ci fu famigliare, amico o solo concittadino, ho vagato alquanto
nei vialetti, fra le tombe. Dopo le dimore a loculi ‘popolari’ (sorta di assai verticali
e affollati colombari) colme di fiori
e d’immagini, talora super a colori, tralasciando quelle moderne e ‘gentilizie’
(cappelle che contraddicono, sia pure in quel che appare, il destino per tutti
eguale di cui “il Principe” De Curtis ci volle suggerire in sua “’A Livella”),
ho voluto riguardare ancora nel cimitero vecchio quel che fu l’onoranza
d’allora ai morti; leggere nomi di quei che furono, come si scrive in giro,
nobili e “peritissimi”, esempio e testimonianza d’ingegno e d’amore per la
famiglia e per la patria, di imperitura memoria degni … Un ”sempre sempre”
trovo scritto su una di queste lapidi con crepe e ammalorate. E lì, ahi noi, ho
ritrovato l’umana e incivile consuetudine all’incuria, all’abbandono – privato
e pubblico – di ciò che materialmente è di per sé perituro e che dunque necessita
di costante o almeno periodica ripulitura, di riordino, di pulizia… Al cimitero
come, non diversamente, nei luoghi ‘vivi’ di città.
In questi anni
è stata auspicata su Qui Quotidiano la
progettazione di una specifica area cimiteriale, dove a cura della Comunità
vengano posti e onorati quanti “ben meritarono in vita”. Anch’io ne ho scritto
in adesione, ma confessiamoci che la costruzione di un “Famedio” (dal latino famae aedes: tempio
della fama) nella
nostra città è ben difficile che si realizzi; nondimeno qualcosa bisognerà pur fare
per eliminare almeno l’indecenza triste e avvilente di quel che ogni qualvolta
lì ci si mostra. Anche per ovviare alla possibile obiezione di massima che
“tutti morti”, almeno quelli, “sono uguali” e degni di rispetto, mi viene
allora da pensare che anche al Camposanto valga o debba valere la civile norma
con cui “si prescrive” a chi è in vita di aver cura delle sepolture dei propri
cari e famigliari, e - se da questi abbandonate - di porla in opera, nel tempo
della annuale ricorrenza almeno, ad opera dei custodi del luogo e struttura
cimiteriale.
Non credo che
sia chiedere troppo. E’ quel che si deve, in civiltà e nel rispetto di tutti e
tutto, a cominciare dall’immagine materiale e culturale cittadina, passata e
presente.
Per dirla con i versi del citato componimento di Totò: “Ognuno ll'adda fà chesta crianza, /ognuno [ogni Comunità] adda tené chistu penziero”.
Per dirla con i versi del citato componimento di Totò: “Ognuno ll'adda fà chesta crianza, /ognuno [ogni Comunità] adda tené chistu penziero”.
G. F. Pollutri










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