martedì 30 ottobre 2012

Anche a Vasto i cipressi "alti e schietti" vanno "in duplice filar"


di Lino Spadaccini
Il cipresso è un albero di enormi dimensioni, con la chioma generalmente affusolata. Da sempre viene associato ai cimiteri, secondo alcuni per motivi estetici, secondo altri perché questo albero è uno dei pochi che sviluppano le radici verso il basso, quindi, col tempo non creano problemi alle tombe o alle strutture vicine.
Il cipresso nel tempo ha ispirato molti poeti. Senza scomodare i “cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da san Guido in duplice filar”, di carducciana memoria, oppure il “cipresso che nella notte nera scagliasi al vento, piange alla bufera”, del Pascoli,
voglio presentarvi una poesia decisamente meno conosciuta, ma non meno intensa delle due appena citate. Il sonetto dal titolo “Cipressi” è del vastese Giuseppe Marchesani, ed è tratta da “Lyra hebes”, pubblicata nel 1907 dalla Tipografia Zaccagnini. 
Questi i versi:

Cipressi, voi quali giganti immobili
nel regno del silenzio vi levate:
scolte solenni delle tombe, impavidi
il sole il nembo e i secoli sfidate.

Quando, la notte, accende su pe’ tumuli
vaghe fiammelle l’afa della state,
i’ vi contemplo, e resto immoto, estatico,
ché parmi allora al ciel l’ali drizziate.

Da lungi, quasi, in voi tante piramidi
di Menfi vedo: il rege della Sorte
seppellite, Mistero imperscrutabile.

Per le vie dell’Ignoto eguali scorte
al vile ed all’onesto, al vecchio e al pargolo:
io vi saluto, o numi della Morte!

C’è un’altra poesia molto bella e intima scritta dal pittore e poeta vastese Carlo Palmili, nell’agosto del 1942, in tarda età. La dedicata è alla madre “a colei che non ritorna”:

O Cipressetto,
tu sali, io scendo.
Tu gli aghi appunti al ciel,
io alla Terra.
Uguali salimmo,
uguali cercammo
d’affondar le radici
nella molle terra,
di prender possanza,
di salire, salire, salire
dove più alto è il sogno,
dove più lungo è il martirio della vita…
Or la chioma agiti al vento,
come quando ti piantai sul mare,
o Cipressetto,
come quando osavo
mormorarti a sera
la preghiera.
Or libero stai dinanzi al Tempio
fra le rose che ti fan corona!
Fa che la tua fresca chioma non ceda
al vento,
similmente al mio stanco cuore!




1 commento:

maria ha detto...

Perchè oltre a fare le radici verso il basso, si innalzano verso l'alto... cioè verso l'assoluto.
Da bambina mi dicevano che erano gli alberi dei morti, e che assolutamente non bisognava calpestare le galbule che cadevano a terra... (la motivazione sta in tema con Halloween: certe paure certe notti accipicchia) :o
Forse sarò poco poetica, ma il cipresso non mi ha mai ispirata come il cedro libanese che ha più o meno le stesse caratteristiche.
Dei cipressi, specie di quelli di Vasto, ho solo un ricordo simpatico col mio gatto, Peppino, che aveva il vizio di arrampicarcisi e scendere poi buttandosi letteralmente in strada... Ricordo che feci tardi il giorno dell'esame teorico di guida, perchè il Peppino vedendomi correre pensò di scendere anche lui, e siccome passavano le macchine, decisi di aspettare qualche istante, ma le auto non cessavano mai di passare, così, in maniera impropria, fermai un'auto che saliva lungo il viale,(all'epoca, era già in senso unico a salire il viale del cimitero)dietro di questa altre, ed esortai Peppino a scendere che finì proprio in mezzo alla strada e lo riportai in casa...
Feci un ritardo di circa 15 minuti, ma lontanamente mi sognai di raccontare le motivazioni reali. :)
Comunque, promossa alla teoria, con grande rimprovero iniziale dell'istruttore. :)
I cipressi, al momento, mi ispirano solo di questi ricordi.
Trovo struggente la poesia del Palmili