domenica 6 gennaio 2019

"Pasquarelle" (Epifania) a Vasto nel secolo scorso: molte tradizioni sono scomparse


 di Lino Spadaccini

Il 6 gennaio la chiesa cattolica festeggia l'Epifania, ovvero la manifestazione della divinità di Gesù Cristo. Si tratta di una delle principali feste cattoliche e, pertanto, è stata istituita come festa di precetto. In tutte le chiese, al termine della S. Messa, si svolge il rito del bacio del Bambinello (Lu huàsce de luGgiusì).
Il giorno dell'epifania si ricorda anche l'arrivo dei Re Magi alla grotta di Betlemme:
Quivi giunti i santi re
Genuflessi tutti e tre
Ed a Gesù vago tesoro
Diedero incenso, mirra ed oro

Nel giorno della vigilia dell’Epifania, almeno fino agli anni '50, nelle case dei vastesi, si svolgeva il rito della foglia. In pratica, venivano staccate da un ramo d’ulivo alcune foglie e gettate nel fuoco,
ripetendo
Pasch’e ‘Bbufanìje e Bbufanelle
che vvétrévvoddal’anne
me vo’ bbéne (qui si faceva il nome della persona) chest’anne?
Se le foglie bruciando scoppiettavano era di buon auspicio, al contrario, di cattivo presagio.
In quest’ultimo caso si cercava di ripetere il rito fino a quando le foglie scoppiettavano.

Nella tradizione popolare il termine Epifania è stato storpiato in Befana (in vastese Bbufanìje) assumendo un significato ben diverso. La Befana viene identificata con una donna molto anziana che vola su una vecchia scopa, per fare visita ai bambini nella notte tra il 5 ed il 6 gennaio, e riempire le calze lasciate appese sul camino o vicino ad una finestra. I bambini buoni solitamente ricevono caramelle, dolci, frutta secca o giocattoli, mentre i bambini che si sono comportati male trovano il carbone.
La festa della Befana, soprattutto in passato, era improntato sullo spirito di solidarietà umana verso le persone più bisognose.

Agli inizi del secolo scorso, il Circolo Culturale S. Filippo Neri organizzava una serata di festa tra recite, musiche e distribuzione di doni. La tradizione proseguì anche durante il fascismo (tradizione iniziata nel 1928), con la distribuzione di pacchi di vestiario, di libretti di risparmio agli orfani di guerra ed ai bambini poveri, e pacchi dono offerti dai cittadini vastesi per i più bisognosi.

In molti ancora oggi ricordano la Befana del Vigile. Nata nel 1953,a cura dell'Azienda di Soggiorno e Turismo, l'iniziativa voleva essere un piccolo gesto di gentilezza e riconoscimento verso i tutori dell'ordine e del traffico.A piazza Rossetti, intorno alla pedana appositamente realizzata, era un via vai di automobili, biciclette e pedoni che si avvicinavano per porgere i propri auguri e lasciare un piccolo dono.



L'iniziativa venne ripetuta anche negli anni successivi, in concomitanza con gli altri principali centri della provincia, organizzatadal presidente dell'ACI (Automobil Club Italiano) di Chieti, Avv. Giuseppe Castiglione con la collaborazione della delegazione vastese guidata da Carlo Galante.

Oltre alla Befana del Vigile, sempre negli anni '50, veniva festeggiato la Befana nell'OMNI (opera Nazionale Maternità e Infanzia), presso la Casa della Madre e del Bambino con sede nel rione S. Michele, organizzata dal commissario dr. Gaetano Vallone. Oltre duecento i pacchi che annualmente venivano distribuiti alle famiglie più bisognose, mentre il lettino cromato, donato dall'Opera Provinciale, veniva vinto per sorteggio.


Nel 1959 venne festeggiata per la prima volta la Befana ferroviaria, organizzata dal Dopolavoro compartimentale di Pescara, per le famiglie dei ferrovieri.
Altre feste vennero organizzate dall'Eca(Ente Comunale di Assistenza), per i dipendenti dell'UNES (società elettrica prima della nascita dell'ENEL)dall'Opera Nazionale Combattenti, per iniziativa del Presidente Corradino Panerai e dalla sezione vastese della Democrazia Cristiana.

Chiudiamo con "L'augurio dei Magi", scritta dal letterato vastese Romualdo Pantini, pubblicata nel giugno del 1920 su "Ardita", rivista mensile del giornale "Il Popolo d'Italia".


L'augurio dei Magi

Flebile e caldo il suon d'una zampogna
sale dal vico verso la marina
e riempie la corte. A poco a poco
pare che l'aria gelida si stempri
e gli angoli più umidi e remoti
si avvivino d'un velo di tepore.
Gonfia, Maestro Pietro, le tue gote
e gonfia il cuor tu che dal padre Eligio
ricevesti il bel dono e lo conservi
d'intonare la piva. (A chi s'aduggia
tappi gli orecchi il tanfo di taverna).
Io più non sento il rombo ampio salire
dal mare corrucciato. La tua pace
io sento solo che da te si effonde,
petto scoperto di seminatore,
trasfuso nella gonfia otre canora
per l'ultima vigilia dei Re Magi.
Il suono prima egual s'innalza e vibra,
quando il figlio minore, alta la testa,
gli occhi rapiti verso il cielo ardente
di stelle a ricercare la sua stella,
toglie a cantare con baldanza ingenua:

La Pasquetta che vuo' di':
tu Signore che appari…

Una finestra s'apre all'improvviso
e un pianto sonnacchioso di bambino
interpunge la cara cantilena.
Piange il bambino, che non vuol dormire,
che vuol vedere giungere i Re Magi
co' doni attesi, e vuol vederli quando
li rimettono in mano alla Befana,
e questa trasvolando sopra i tetti
pel camino s'infila. Paziente
la mamma con lo scialle avvolge il capo
che il bambino già piega, Mastro Pietro
raddoppia nel soffiar: sembra vederlo
dondolarsi pomposo, fra gli astanti.
La lenta nenia volge alla sua fine.

E così li santi re
S'avviarono tutti e tre.
E pe' n'altra strada fu.
Buona notte e niente più.

Nel silenzio rifatto ora di gelo,
con mano trepidante vien richiusa
la finestra. Il bambino non udì
l'accorato saluto e la rinunzia.
Sul muro del cortile si è levata
la luna a proiettar le consuete
ombre dei curvi tegoli. Il ricamo
fosco riprende il monito severo
del consueto volgere del tempo.

Ma giù nella cucina arde la vampa
dai due ceppi d'ulivo messi a fronte.
Di qua, di là, sotto la cappa i vecchi:
più da parte la giovane famiglia.
Ad ogni nuovo scoppiettio di frasche
e di vitigni levasi la fiamma
e lingueggiando anima d'una danza
d'ombre lievi le file dei lucenti
dami disposti in giro. E le corone
delle salsicce pendule un aroma
di grazia opima godono esalare.
Il vecchio della casa, che da molto
tace, s'appresta al rito. Gravemente
i tizzi son rimossi. L'aria è netta.
Il nipote gli porge il più bel ramo
di verde ulivo svelto da un pollone.
Egli ne spicca un ciuffo sol di foglie,
che su l'incandescente ara depone.
Friggon le foglie, torconsi, saltellano
e non si brucian, no… Viva il Signore,
alla famiglia intenta il vecchio esclama,
l'annata sarà buona finalmente!
Per altra strada: accenna la canzone.
Io mi stropiccio gli occhi: dove sono?
Per altra strada anch'io ritroverò
la fraschetta augurale? Giù da un colle
dell'Urbe sacra scende la fiumana
delle genti. M'arresto: la sorpresa
tutto mi sveglia. Una ben nota lampada
più non vacilla, e spande dal suo globo
viva luce perlata!
                        Per quant'anni
la lampada su l'angolo ben noto
oscillò pertinace e giorno e notte.
Era muta di luce, ed oscillava
col vento e senza vento. Or con la luce
ha ripreso la sua forma sicura.
"Uno lume… una stella": la canzone
della Befana mi sussurra. Il cuore
ritrovò la sua luce e la sua via.
Troppo fu chiuso nel dolore, troppo
non seppe né pur piangere. La pace
ch'apre le porte, che feconda i campi,
soffoca l'ombra d'ogni male, e sfiora
le fronti che si levano raggianti!









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