sabato 20 giugno 2026

E' USCITO IL TERZO ATTESO VOLUME SULLA STORIA DEL CALCIO VASTESE A CURA DI BENIAMINO FIORE


E' USCITO IN QUESTI GIORNI IL TERZO ATTESO VOLUME SULLA STORIA DEL CALCIO VASTESE A CURA DI BENIAMINO FIORE, STORICO E COLLEZIONISTA CON RICCO ARCHIVIO.   Questa volta l'autore racconta con dovizia di particolari e con documenti inediti e foto originali il periodo 1953  - 1963.  Per meglio illustrare i  contenuti Vi proponiamo la presentazione al volume dell'autore e la pagina dell'indice con tutti gli argomenti trattati. La pubblicazione,  di 80 pagine con molte foto,  è in vendita presso ala Cartolibreria UNIVERSAL di corso Italia a Vasto.

 PRESENTAZIONE  

DI BENIAMINO FIORE 

Il calcio tra memoria e identità: gli anni Cinquanta e Sessanta


Tra la metà degli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta, il gioco in Italia era qualcosa di profondamente diverso da ciò che intendiamo oggi. Era un’esperienza collettiva, spontanea, quotidiana. I bambini trascorrevano gran parte del loro tempo all’aperto: nelle strade ancora poco trafficate, nei cortili, nelle piazze, nei terreni polverosi delle periferie o nei vicoli dei paesi. Bastava poco per giocare. Un pallone consumato, due pietre a segnare le porte, qualche compagno e un pomeriggio libero. In quell’Italia che usciva lentamente dalla guerra e si avviava verso il boom economico, il gioco era insieme libertà, socialità e immaginazione.

Tra tutti i giochi, il calcio occupava un posto speciale. Non era soltanto uno svago o uno sfogo della vitalità infantile e adolescenziale: era linguaggio comune, occasione di incontro, terreno di appartenenza. Si giocava ovunque fosse possibile, e ogni spazio poteva trasformarsi in un campo improvvisato. Prima ancora che la televisione entrasse stabilmente nelle case italiane, il football contribuiva a costruire un immaginario collettivo fatto di miti, sogni e racconti condivisi, non diversamente dal cinema o dai primi fumetti americani che allora iniziavano a circolare.

Nel continuo rincorrersi di memoria e identità che accompagna ciascuno di noi, i ricordi legati agli anni della formazione personale conservano una forza particolare. Per molti ragazzi cresciuti tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il calcio rappresentò esattamente questo: un centro emotivo e sociale della vita quotidiana. A quell’epoca il “giuoco del calcio” veniva vissuto in maniera completamente diversa da quella attuale. 

È inutile cercare di sfuggire alle banalità: quelli erano davvero altri tempi. Non soltanto per costume o abitudini, ma per un elemento decisivo che oggi segna uno spartiacque netto tra due epoche: la televisione, allora assente o appena agli inizi. La sua progressiva diffusione avrebbe infatti cambiato radicalmente il rapporto tra pubblico, sport e immaginario collettivo.

Basta osservare le fotografie delle gradinate di quegli anni per cogliere la differenza. Non si tratta soltanto di evocare la maggiore o minore violenza, che pure esisteva ed è parte del quadro. I temi sono più ampi e più profondi. Il calcio di allora era infatti modellato da una serie di condizioni precise. Da un lato il campanilismo, ancora fortissimo e vissuto come appartenenza quasi naturale. Dall’altro le difficoltà concrete negli spostamenti, che rendevano ogni trasferta un evento raro e significativo. A questo si aggiungeva una stampa sportiva capace di costruire con grande efficacia l’immagine degli “eroi della domenica”, insieme al fenomeno del Totocalcio, il cui boom risale al secondo dopoguerra e che contribuì a rendere ancora più popolare il calcio come rituale collettivo.

Il tifoso di una città di provincia viveva il calcio attraverso tre esperienze principali. Le rare occasioni di vedere dal vivo squadre di alto livello, magari in trasferte eccezionali nelle città maggiori. Le figurine, diffusissime e amatissime ben prima degli album Panini. La squadra locale, punto di riferimento più concreto e quotidiano. 

A Vasto, questo processo assumeva una forma ancora più diretta e continua. Se nel contesto più ampio del tifo di provincia il calcio oscillava tra lontananza e prossimità, qui la distanza dai grandi centri del calcio rendeva ancora più centrale la dimensione locale. Il calcio non era un fenomeno vissuto soprattutto attraverso le immagini rare dei grandi campionati: era qualcosa che si respirava da vicino, quasi a livello personale. La squadra del territorio diventava così il punto di riferimento dominante, trasformando il gioco in appartenenza reale, in riconoscimento reciproco e in identità condivisa. 

In città, il ruolo centrale era svolto dal campo sportivo cittadino, il vecchio e glorioso “Aragona”, unico impianto presente in quegli anni. Non era soltanto uno stadio, ma un vero punto di riferimento urbano e sociale. Lì si concentravano le attese della domenica, le discussioni della settimana, le speranze e le delusioni di un’intera comunità. Le sue gradinate, spesso essenziali e affollate, restituivano l’immagine più autentica del calcio vissuto allora: diretto, popolare, senza distanze tra campo e pubblico.

Anche a Vasto accadeva tutto questo. Nata nel 1953 dalle ceneri della Società Sportiva Vastese, l’Associazione Calcio Pro Vasto militava in quegli anni soprattutto tra il Campionato di Promozione e la Serie D e rappresentava non soltanto una realtà sportiva, ma un autentico simbolo di appartenenza per l’intera comunità. Nelle discussioni animate nei bar e nelle barberie, oppure durante le partite di allenamento del giovedì, prendeva forma un vero e proprio rito collettivo. La squadra era “incollata” alla città e ne accompagnava gli umori, le speranze, i ricordi.

Quelli erano gli anni delle sfide con le squadre delle piccole cittadine abruzzesi: Loreto Aprutino, Raiano, Popoli e Piano d’Orta, e delle tradizionali avversarie come Avezzano, Teramo, Termoli e soprattutto Lanciano. A queste si aggiungevano le squadre minori pescaresi, dai nomi pittoreschi come Fiamma, Ursus e

Mezzanotte, per poi passare alle compagini marchigiane e pugliesi: Maceratese, Ascoli, Fermana, Alma Juve Fano, Molfetta e Trani, fino ad arrivare a una storica avversaria come il Liberty di Bari, che giocava alla stadio della Vittoria, impianto che ospitava anche incontri di Serie A e della Nazionale italiana. Chiudeva il quadro la compagine molisana del Campobasso, in un’epoca in cui Abruzzo e Molise costituivano ancora un’unica regione.

Erano anche le stagioni dei presidenti: De Simone, D’Ugo, Boselli, tornato alla guida della società dopo otto anni, e del tuttofare Nicola Ferrara. Degli allenatori: Busani, Orlandi, Duo, De Angelis, dei vastesi Giuseppe Fiore e Mario Recinelli, e di Giuseppe Spinola, piemontese di nascita ma vastese d’adozione. 

E, naturalmente, dei calciatori. Tra questi, l’attaccante Michelini, l’unico capace di vincere la classifica dei cannonieri in quel periodo; poi Zucchini, Mariti, Ghillani, Crivellenti, Di Bari, Ascatigno, Santarelli I, Fonseta, il “misterioso” Piero Carta e il giovanissimo Feliciano Orazi, che, dopo oltre dieci anni, tornò a Vasto e scrisse pagine importanti del calcio locale. Accanto a loro i vastesi “veraci”: Fiore I, Notaro, Della Penna, Mileno, Ercolano, Monteferrante, De Filippis e altri protagonisti locali.

Un universo calcistico che restituisce l’immagine di un’epoca in cui il calcio era soprattutto espressione dell’identità locale e della vita comunitaria. Non solo risultati, ma memoria condivisa.

Il calcio era attesa, racconto e appartenenza. 

                                                                             L’autore   BENIAMINO FIORE




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