lunedì 15 luglio 2024

CULTURA E TURISMO A VASTO: conversazione con lo storico Costantino Felice

Lo storico Costantino Felice
E' ampiamente noto, ormai, che lo sviluppo del turismo dipende non solo dai valori ambientali (sole, mare, paesaggi naturali, ecc.), di cui la nostra città è straordinariamente ricca, ma anche, e forse soprattutto, dall’offerta culturale, di cui Vasto pure non dovrebbe essere da meno. Dell’argomento conversiamo con lo storico Costantino Felice, studioso di fama nazionale, nostro concittadino.

Già docente di Storia economica presso l’Università D’Annunzio, Costantino Felice ha pubblicato libri con i maggiori editori italiani: Einaudi, Laterza, Franco Angeli, Donzelli.

Le sue più recenti opere sono: Mezzogiorno tra identità e storia. Catastrofi, retoriche, luoghi comuni, Donzelli, Roma 2017, e Una storia esemplare. Fucino: bonifica, riforma agraria, distretto agroindustriale, Donzelli, Roma 2023. Sempre da Donzelli (Roma 2011) ha pubblicato Vasto. Storia di una città. Diversi suoi saggi riguardano la figura e l’opera di Raffaele Mattioli. Tra l’altro ha curato il volume L’Abruzzo della einaudiana «Storia d’Italia. Le regioni dall’unità a oggi» (Einaudi, Torino 2000). È membro della giuria del Premio Croce.

Professore, comincerei da una domanda che mi pare fondamentale: come ritiene la politica culturale promossa dall’amministrazione comunale di Vasto? 

Quando si parla di politica culturale, occorre preliminarmente intendersi sul tipo di cultura cui si fa riferimento. Se ci si riferisce alle manifestazioni legate al folklore e alla religiosità popolare – le cosiddette «culture minori» (come le chiamano gli stessi antropologi) – è un conto; se ci si riferisce alla cultura «alta» (diciamo così), è un altro conto.

VASTO Storia di una città (600 pp.)
uno dei libri di Costantino Felice

Ma per la vita di una qualunque comunità, piccola o grande che sia, anche le culture minori possono essere importanti.

Certamente. Non vorrei esser frainteso. Anche le culture minori – sagre, festività, rievocazioni di riti e costumi paesani, danze, cori e canti popolari – sono importanti, anche se, con il venir meno dell’arcaica cultura di villaggio, esse non hanno più il significato di un tempo. E tuttavia le permanenze qui continuano a mostrarsi particolarmente tenaci e durature.  

I fenomeni del folklore, anche nelle forme residuali di oggi, per quanto spesso inautentici, riconducono quasi sempre ad una concreta seppur trascorsa condizione di vita. È anzi proprio su questo terreno delle rievocazioni «storiche» (si pensi al Toson d’Oro), che si pensa di rinvenire le forme identitarie più significative e durature, per quanto sbiadite dall’irrompere della razionalità tecnologica. Anche gli «usi e costumi» (campo proprio dell’antropologia) sono beni culturali (il cosiddetto patrimonio immateriale, per usare il linguaggio dell’Unesco). Forse più di quella «alta», la quale affida le cifre illustri del passato ai marmi, alle tele o alla scrittura, è in effetti la cultura cosiddetta «popolare» – tradizioni, festività, gastronomia, insomma i mille registri del genius loci – a fornire i fili maggiormente visibili e resistenti di ogni trama comunitaria. Essa costituisce il patrimonio più convintamente assunto da ogni «campanile» – come si può vedere dalle tante iniziative «culturali» promosse dai comuni – quale base di autoriconoscimento identitario, per cui si giunge persino a parlare di una supposta «vastesità», come di una supposta «abruzzesità» o «italianità».

Su questo piano, dunque, possiamo dire che la politica culturale di Vasto sia soddisfacente? 

Forse sì. Il problema è non scadere nei soliti luoghi comuni e nelle banalità. Constato a livello regionale, per esempio, la stucchevole reiterazione di certi stereotipi – il «pastore» dannunziano o anche, sebbene su tutt’altro registro, il «cafone» siloniano – che rimandano a un mondo agropastorale che non esiste più (ammesso e non concesso che storicamente l’Abruzzo sia stato solo quello descritto da D’Annunzio e Silone, per non dire dei loro infiniti epigoni). Non è certo un caso che, intellettualmente forse poco elaborate ma molto fruibili a livello di massa, svariate continuino ad essere le ricadute di certe immagini stereotipate appunto, immagini magari accattivanti ma di sicuro mistificanti, nei repertori della propaganda turistica – dai generici Itinerari turistico-culturali del Touring Club ai banalizzanti e spesso rozzi dépliants degli enti locali e delle agenzie di viaggio – che a getto continuo, nell’ottica spesso di un mero imbonimento commerciale, vengono sfornati per la promozione di questa o quella «identità» locale, di questo o quel «territorio» (tutti termini di cui si fa ricorrente abuso). 

Questo insieme di culture minori costituisce il patrimonio immateriale, ma poi c’è il patrimonio materiale, che forse è ancora più importante nel definire l’identità di un centro urbano come Vasto. 

Certamente. Si pensi agli altissimi valori architettonici e artistici (oltre ovviamente che religiosi) delle nostre chiese, si pensi ai nostri tanti palazzi storici (non solo Palazzo D’Avalos e Palazzo Caldoresco, ma anche diversi edifici di proprietà ecclesiastica o privata), si pensi al nostro museo e ai tantissimi siti archeologici dentro il tessuto urbano come pure nel contado. Insomma tutto un patrimonio di beni materiali appunto, che senz’altro andrebbe meglio valorizzato ai fini di una più qualificata offerta turistica che peraltro si prolunghi per l’intero anno solare (non solo nella stagione estiva). 

Spostiamo il discorso sulla cultura che vorrebbe essere di qualità superiore. Pensa che Vasto possa ritenersi soddisfatta di ciò che viene realizzato in città su questo piano? 

Occorre premettere che anche da parte della cultura sedicente «alta» (pubblicazione di libri, convegni, mostre, ecc.) sussiste il rischio di scadere in forme di localismo inconsistenti, prive di qualunque spessore e senso critico. Ci si può trovare davanti a quel tipo di produzione pseudointellettuale che Croce icasticamente bollava come «ciarpame». 

Non le chiedo di fare qualche esempio. Soffermiamoci piuttosto sulle iniziative alle quali una qualche valenza culturale dobbiamo pur riconoscere. Cosa pensa lei del Vasto d’Autore Festival che quest’anno ha organizzato, in grande stile,  la presentazione di una quindicina di libri a Palazzo D’Avalos? 

Semplicemente mi pongo alcune domande (che dovreste porvi anche voi giornalisti da occhi vigili del potere). Quale logica sottende una iniziativa del genere? In base a quali criteri si scelgono gli autori? E soprattutto: quanto costa alla comunità vastese? Come se ne definisce la governance (per usare un termine che va di moda)? E mi chiedo anche: che differenza c’è – differenza sostanziale dico – con le analoghe iniziative lodevolmente promosse, magari a costo zero, dalla Nuova Libreria o talvolta dalla Libreria Universal o dalla Mondadori, o anche da semplici associazioni private, come la dinamica sezione vastese del Club Alpino o la gloriosa Società Operaia e così via? 

Ma con questo Festival del libro abbiamo pur sempre momenti di confronto e di dibattito che arricchiscono l’offerta culturale della città. 

Certamente. Ma ne vede lei un’idea ispiratrice, un filo conduttore? Ho l’impressione che si affastellino iniziative, più o meno casualmente, senza alcuna visione d’insieme, senza un disegno complessivo che sia all’altezza di Vasto, di quello che la nostra città meriterebbe. Per quanto se ne possa ricavare un certo clamore mediatico (ma è davvero così?), e magari riscontrarne anche un qualche successo di pubblico, non si può ridurre la cultura, specie se lo si fa con il denaro pubblico, a mera fenomenologia di mondanità, come se si trattasse di una passerella di moda. Nel promuovere manifestazioni che siano di spessore occorre anzitutto – per un rapporto corretto tra amministratori e cittadinanza – un minimo di trasparenza. Che si sappia come e perché vengono organizzate. E a quali costi. In secondo luogo, occorrerebbe un minimo di competenza nel settore, o comunque una conoscenza che non sia smaccatamente raccogliticcia e grossolana. 

Ma non si può non considerare il fatto che nel corso dell’anno le offerte culturali a Vasto sono molteplici, e spesso di ben altro valore. Si pensi alle stagioni di prosa e di musica organizzate al Teatro Rossetti, o anche alle varie manifestazioni promosse dal Centro Europeo di Studi Rossettiani. Lei che pensa in proposito? 

Non ho titoli per esprimermi con cognizione su questi ambiti della cultura (musica, teatro, ecc.), che ovviamente sono di ben altro livello. Ma da semplice cittadino e osservatore forse si potrebbero porre – anche qui – domande analoghe, specie quando si attivano risorse pubbliche, a quelle che sorgono spontanee riguardo al Vasto d’Autore Festival. 

A proposito dei Rossetti o meglio del suo esponente di spicco Dante Gabriel, di continuo veniamo a conoscenza di  mostre nel mondo. E a Vasto? 

Mi chiedo anch’io, ad esempio, perché a Vasto non potrebbe realizzarsi un evento come la mostra Preraffaelliti promossa nei mesi scorsi dal comune di Forlì in collaborazione con la Fondazione della locale Cassa di Risparmio, che tanto successo ha riscosso a livello nazionale. 

Volendo comunque dare uno sguardo complessivo alla politica culturale di Vasto, può fornirci un rapido profilo di ciò che occorrerebbe fare? 

Il sen. Giuseppe Spataro
con don Luigi Sturzo

Per la ricchezza della sua storia economica e sociale (non solo politica), per la levatura nazionale e internazionale dei grandi personaggi di cui può vantare i natali, Vasto non dovrebbe limitarsi alla semplice diffusione della cultura prodotta da altri (ammesso che lo faccia). La nostra città può e deve essa stessa produrre cultura. Da questo punto di vista assistiamo invece a un impoverimento. Constato, per esempio, che da qualche tempo è scomparso dallo scenario pubblico il Premio Histonium di Poesia e Narrativa, manifestazione che, per quanto discutibile sotto alcuni aspetti, sembrava entrata strutturalmente nella cultura vastese. Ma di analoghe «perdite», per quanto sembra notarsi un certo fervore dell’associazionismo civico dal basso (teatro, danza, musica), se ne potrebbero rilevare diverse altre. Per fortuna continua a tenersi, seppure tra mille difficoltà, il Premio Vasto d’Arte Contemporanea. 

Quanto ai grandi vastesi di cui ha fatto cenno, può essere più preciso? 

Per restare al secolo scorso, basti pensare a figure come Giuseppe Spataro e Raffaele Mattioli, la cui piena valorizzazione potrebbe dare ben più lustro alla nostra città che le tante iniziative di corto respiro cui stiamo assistendo in questi mesi. A mio giudizio Raffaele Mattioli è in assoluto il più grande personaggio di cui la città di Vasto può vantare i natali, La figura e l’opera di questo straordinario «banchiere umanista» (il più grande di tutti i tempi dopo Lorenzo dei Medici, ha scritto «Le Monde» in occasione della sua morte) hanno inciso profondamente nella storia d’Italia non soltanto sotto il profilo economico e bancario ma anche da quello culturale e politico. Le sue scelte hanno avuto un peso molto importante, in certi momenti forse decisivo, sulla definizione degli equilibri economici in Italia (talvolta anche nei rapporti internazionali). Ma egli è stato anche promotore (e finanziatore) dell’alta cultura, come pure della buona politica, sempre animato da un saldo spirito civico e democratico.  

Forse nella nostra città occorrerebbe conoscerlo meglio? 

Francamente ho l’impressione che nella coscienza dei vastesi non ci sia ancora una piena consapevolezza della portata storica di questo nostro concittadino. Mi permetto di consigliare a tutti la lettura del libro di Francesca Pino, Raffaele Mattioli. Una biografia intellettuale, edito quest’anno da Il Mulino, di cui hanno parlato tutti i giornali a livello nazionale. E anche la lettura del volume La figura e l’opera di Raffaele Mattioli, curato dal sottoscritto, e pubblicato nel 1999 da Ricciardi. Il libro della Pino è stato presentato al Teatro Rossetti (stracolmo di pubblico) il 13 gennaio di quest’anno. Sarebbe quanto mai opportuno che i legami tra la città di Vasto e questo suo figlio prediletto venissero ulteriormente consolidati e resi ancora più fecondi.

Raffaele Mattioli

In concreto su Mattioli cosa si dovrebbe fare secondo lei? 

Da anni continuo a chiedere che Vasto promuova un «Premio Internazionale di Saggistica Economica e Management Finanziario» intitolato a Mattioli (si potrebbe chiamare semplicemente «Premio Mattioli»): una iniziativa stabile e duratura, cioè, che sappia promuovere e attualizzare l’universo valoriale al quale egli ha ispirato il suo operato. Il Premio potrebbe essere accompagnato da eventi collaterali – convegni, mostre, documentari, ecc. – che ne esaltino il significato culturale e scientifico attraverso studi e riflessioni sui problemi economici del nostro tempo. Nel panorama dei tanti premi esistenti in Italia, e anche in Abruzzo, a contrassegnarne la peculiarità dovrebbe essere questa sua chiara declinazione in chiave economica. In proposito ho presentato al comune di Vasto, fin dall’ottobre 2019, un progetto ben definito sia per quanto riguarda gli aspetti organizzativi e gestionali che per quanto riguarda gli aspetti finanziari (ma potrebbe realizzarsi benissimo a costo zero). Ogni tanto qualche amministratore se ne fa vanto (come se fosse farina del proprio sacco), ma di concreto non si vede nulla. Eppure da un’istituzione del genere, con il profilo che dicevo, l’immagine della città di Vasto avrebbe tutto da guadagnare, stabilmente nel tempo, in termini di prestigio e notorietà sul piano nazionale e internazionale, con ovvie ricadute anche dal lato della promozione turistica. 

Nicola D’Adamo 

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