Nicola Naccarella: la sua vita scandita dai colpi di zappa
di MICHELE MOLINO
La frase che Nicola Naccarella, contadino sansalvese novantaduenne, mi rivolgeva tutte le volte che ci incrociavamo per la strada era:“Micchè, cand’ è prànd’ la storia ma?”. Gli davo sempre la stessa risposta:”Nicò, stitt’calme,stìnghe quòsce pe finè, ci vo n’addr’e‘ccàune di tembe”. Appena conclusi la prima bozza andai da lui per fare ascoltare il contenuto. Mi aprì la moglie, Maria Ialacci. Le domandai dove potevo trovare Nicola. Dopo avermi scrutato attentamente, rispose con un filo di voce:”Si vvu truvuò Nicòle, daiè a lu cambesànd’; z’è ‘mmort’ nu muàse fa”.La notizia mi ferì profondamente. Stavo per piangere. Misi il manoscritto in tasca e mi reinserii nelle stradine del quartiere.
Ecco uno spaccato della vita contadina di Nicola.
I suoi genitori lo indussero a lasciar perdere la scuola,così da impegnarsi, in qualsiasi momento ad accudire il gregge. pecore.
Diventato più grande non risparmiò la sua forza smisurata per mietere il grano con la falce rovente e vangare la terra con le zappe di peso superiore a tre chili.
Una sera, aprendo la porta di casa sbirciò nella cassetta della posta e trovò una cartolina nella quale il regime fascista lo invitava a recarsi urgentemente nella sede più vicina. Andò subito. Gli fu consegnato un sacchetto di farina e una busta ricolma di frutta. Involontariamente gli cadde un’arancia a terra. Un agente della polizia fascista lo afferrò alle spalle e lo riempì di pugni alla schiena.
Non finì lì. Dopo un paio di giorni lo condussero con un carretto nella campagna di un ricco fascista per zappare e preparare il letto per la semina degli ortaggi. Fu pagato con zero lire.
In pieno inverno frequentò il corso serale che il ricco Cesare Artese teneva aperto per i lavoratori. La guerra non finiva mai. San Salvo fu invasa in poco più di mezz’ora dalle armate tedesche. Nicola sfuggì diverse volte alle guardie naziste.
Dopo aver prestato il servizio militare di leva a Roma, reinseritosi nella vita cittadina, riprese la sua vita precedente.
Sposò una giovanetta del suo quartiere ed ebbe due figli. Per provvedere alle necessità della sua famiglia lavorava 16 ore al giorno. Mieteva il grano sotto il sole cocente, arava con l’aratro e i buoi,raccoglieva le olive perfino sotto la neve.Dalla seconda metà degli anni Sessanta cominciarono a sorgere grandi impianti industriali nel Mezzogiorno. Nicola,pur avendo presentato la domanda di assunzione prima di tanti altri, non veniva mai chiamato.Una mattina infuriatosi, salì sulla sua bicicletta,e pedalando con tutta la sua forza arrivò nel piazzale di uno dei complessi più importanti nella zona industriale di San Salvo. Eluse il controllo dei vigili e andò diritto al direttore del personale. Costui,vedendo il suo volto stralunato, si mise a tremare come una foglia, e dopo un lungo silenzio, disse balbettando:”Speroooo, che,che, che, mi, mi, co,co, comprendiiiii. Se faccio lavorare anche a te nel mio stabilimento, a chi toccherà zappare gli orti ele vigne di San Salvo?” Nicola non accennò nessuna reazione; girò i tacchi e uscì.
Il fatto che proveniva da una famiglia con simpatie per un partito non in linea con il governo, fu un vero ostacolo per lui. Si convinse che tutte le strade gli fossero state precluse. Continuò a svolgere il mestiere che gli avevano insegnato i suoi nonni e i suoi genitori. Ai suoi familiari non fece mai mancare niente. Riuscì perfino a mantenere i figli allo studio, che nel frattempo sono riusciti a realizzare i loro desideri e a diventare dei seri professionisti.
Nicola ha saputo conservare la dignità, vera ricchezza dell’uomo libero.
Michele
Molino

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