sabato 26 gennaio 2019

GIORNO DELLA MEMORIA, storia completa del campo di concentramento di Vasto Marina

 PUBBLICHIAMO LA POSTFAZIONE  AL RECENTE VOLUME "I  FILI DELLA MEMORIA: ANNI DI GUERRA 1943-444, TESTIMONIANZE E APPROFONDIMENTI", PUBBLICATO DALLA SOCIETA' VASTESE DI STORIA PATRIA.


IL  CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI ISTONIO MARINA PER GLI ITALIANI PERICOLOSI

a cura di Nicola D’Adamo

A conclusione del presente volume sui ricordi di guerra forse vale la pena di raccontare anche una storia totalmente sconosciuta fino a pochi anni fa, quella del CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI ISTONIO MARINA PER GLI ITALIANI PERICOLOSI. (Chiariamo subito che “campo di concentramento” è il termine usato dalla burocrazia fascista per indicare un “campo di internamento”).
Nel dopoguerra nulla è stato scritto sull’argomento dagli storici locali. Probabilmente per la totale mancanza di documentazione nei nostri archivi. E
bisogna giungere nel 1982 quando Giorgio Pillon, sollecitato da Pino Jubatti a ricordare la figura di Anelli per la ristampa di un suo libro, scrive un articolo  inserito poi nella prefazione del volume dal titolo “Gli “ospiti” di don Luigi Anelli”. Gli “ospiti” erano gli internati che frequentavano la biblioteca comunale - tra cui Mario Borsa futuro direttore del Corriere della Sera - con cui Anelli e il giovane Pillon avevano allacciato rapporti. Ma dai pochi dettagli di Pillon non emergeva la dimensione dell’intera vicenda degli internati a Vasto.
Nel 2003, quale portavoce del Circolo della Margherita Uniti per Vasto, ero alla ricerca di un evento storico locale da legare al Giorno della Memoria, istituito nel 2000 per ricordare lo sterminio degli ebrei. Dopo un po’ di ricerche venni a conoscenza dello studio Dall’internamento alla deportazione - I campi di concentramento in Abruzzo (1940-1944) dello storico Costantino Di Sante, che con mia grande sorpresa recava ampie pagine sul CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI ISTONIO MARINA, con notizie totalmente sconosciute nella nostra città.
Mi misi subito al lavoro e per il 27 gennaio 2003 Giorno della Memoria  misi a disposizione del pubblico vastese, per la prima volta,  tramite i media locali, un’ampia sintesi della storia degli internati a Vasto Marina dal 1940 al 1943. Negli anni successivi ho indagato sulla lista dei presenti al campo di "concentramento" ed ho cercato di capire per quale motivo quelle persone erano così invise al Duce. Dalle loro biografie emergeva  che erano quasi tutti personaggi di spicco,  tra cui molti ex deputati della sinistra, sindacalisti, giornalisti e intellettuali, assieme ad altri attivisti non allineati con il regime.
Negli ultimi anni, con l'avvento del centrosinistra alla guida della città, sono state anche avviate  iniziative per il Giorno della Memoria del 27 gennaio. Tra esse mostre, incontri, conferenze, recite e soprattutto quella targa a Vasto Marina  a  ricordo degli internati. Tra le mostre mi  piace ricordare “Una matita alla dinamite – Le vignette satiriche di Giuseppe Scalarini confinato politico a Vasto nel 1940”, curata dall’arch. Franco Sacchetti e promossa dal Comune di Vasto, con la collaborazione del Centro Studi di Ustica, che ha prodotto la mostra, del Centro Studi Rossettiani e del Club Unesco di Vasto. Una mostra che ha avuto vasta eco per la presenza dello storico Di Sante e dei nipoti dello stesso Scalarini, scomodo vignettista dell’Avanti.
Per ricostruire l’intera vicenda degli internati di Vasto Marina ho diviso la ricerca in tre sezioni:
1.      Una sintesi libera (a mia cura) di parti del volume “Dall’internamento alla deportazione. I campi di concentramento in Abruzzo (1940-1944)” di Costantino di Sante,  in cui si parla ampiamente della vita degli internati di Vasto Marina
2.      Il racconto di Giorgio Pillon del 1982, dal titolo Gli “ospiti” di don Luigi Anelli, sugli internati che visitavano la biblioteca comunale durante il periodo bellico.
3.      Infine l’indagine da me condotta sulle biografie di questi “italiani pericolosi” internati a Vasto dal ‘40 al ’43, per capire quale ceto politico e culturale fosse stato inviato in internamento a “Istonio Marina” (Istonio è il nome dato a Vasto nel 1938 dal regime fascista).

1.   Il campo di Concentramento di Istonio Marina
Dell’opera Dall’internamento alla deportazione. I campi di concentramento in Abruzzo (1940-1944) di Costantino Di Sante, cito alcuni passi che riguardano in specie la nostra città.
1.1 Nell’INTRODUZIONE, lo storico Di Sante chiarisce i termini dell’internamento in tempo di guerra e   tra l’altro scrive:
L’internamento, secondo il diritto internazionale, è una misura restrittiva della libertà personale, che tutti gli Stati hanno il potere di applicare in caso di guerra. (…) . La sua applicazione prevede l’allontanamento di cittadini di Stati nemici o anche dei propri, dalle zone di guerra all’interno dello Stato in località militarmente meno importanti. In questo modo si facilitano i controlli e la sorveglianza nei confronti di quelle categorie ritenute pericolose durante le operazioni belliche. (…) Il regime fascista predispose due forme d’internamento quello "libero", cioè in comuni diversi dalla residenza abituale, e quello nei “campi di concentramento”.
L’internamento venne utilizzato anche come mezzo per annientare gli avversari politici, diventando, insieme a quelli già utilizzati, come la diffida, l’ammonizione, il confino e il tribunale speciale, un altro strumento di repressione del regime fascista.
Il ministero dell’Interno diresse la fase organizzativa mantenendo una stretta corrispondenza con i Prefetti che indicarono i luoghi adatti all’istituzione dei campi e i comuni per il soggiorno coatto. Prevalentemente vennero scelte località dell’Italia centro meridionale, perché erano ritenute militarmente meno importanti e quindi difficilmente interessate dagli eventi bellici. Nella scelta del luogo influirono anche altri elementi, come: l’impervietà dei luoghi, la scarsa concentrazione abitativa e la minore politicizzazione della popolazione.
L’Abruzzo, le Marche e il Molise rappresentavano le regioni, che, più delle altre, avevano queste caratteristiche. (..) Per i campi vennero utilizzati edifici già esistenti, di proprietà demaniale o, in mancanza di essi, presi in affitto, come, ad esempio, ville, capannoni, fattorie, castelli disabitati, conventi, scuole, ex carceri e caserme. Gli internati "liberi" vennero invece sistemati in pensioni o in camere ammobiliate.
Il 1° giugno 1940 il ministero dell’Interno inviò alle prefetture una circolare telegrafica che riassumeva le norme sull’internamento: "Appena dichiarato lo stato di guerra, dovranno essere arrestate e tradotte in carcere le persone pericolosissime sia italiane che straniere di qualsiasi razza, capaci di turbare l’ordine pubblico e commettere sabotaggi o attentati, nonché le persone italiane e straniere segnalate dai centri di controspionaggio per l’immediato internamento".
Con l’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, ci furono i primi arresti, e nei giorni successivi i trasferimenti nelle località d’internamento.
La maggior parte degli internati nei campi era rappresentata da irredentisti slavi della Venezia Giulia e dell’Istria, da ebrei, in prevalenza tedeschi, da polacchi, jugoslavi, greci, inglesi, indiani, libici, cinesi, da apolidi, da zingari di nazionalità slava e, per finire, dagli antifascisti italiani.
Le loro condizioni furono diverse a seconda della dislocazione dei campi, dell’atteggiamento dei direttori e dei rapporti con la popolazione locale.
Solo da pochi anni sono stati fatti studi sull’internamento e solo per alcuni campi di concentramento sono state condotte ricerche specifiche. Mentre dei lager tedeschi si conosce quasi tutto, riguardo ai campi di concentramento italiani ancora non si riesce a stabilire quanti erano, come erano organizzati, dove erano situati, chi vi era internato e quali erano le loro condizioni di vita.
I motivi di questa dimenticanza storica sono da attribuire, oltre che alla confusione e alla labilità delle fonti, al fatto che gli storici hanno ritenuto di poco conto l’approfondimento di questa forma di repressione del regime fascista, perché l’internamento è stato, generalmente, considerato come una conseguenza delle misure legislative di uno Stato in guerra. Eppure furono decine di migliaia gli internati e per circa 20.000 di essi è conservato un fascicolo personale nell’Archivio Centrale dello Stato.

1.2  Nel Capitolo I,  Costantino Di Sante, parla dell’Internamento.  Tra l’altro scrive: 
(…) Le disposizioni contro gli ebrei.
Il 20 maggio 1940, con un telegramma n. 443/35615, del Ministero dell’Interno ai prefetti, si ebbe il primo provvedimento nei confronti degli ebrei stranieri. Il 26 maggio, in una corrispondenza tra il ministero dell’Interno con gli Affari Esteri, si proponeva che "gli ebrei stranieri residenti in Italia o precisamente quelli che vi sono venuti con pretesti, inganno o mezzi illeciti, dovessero essere considerati appartenenti a Stati nemici". (…)
L’internamento nell’organizzazione della nazione per la guerra. L’Ufficio Internati
. A pochi giorni dell’entrata in guerra dell’Italia, con legge n. 415 del 21 maggio 1940, veniva resa operativa l’organizzazione della nazione per la guerra e ai prefetti dell’Italia centrale e meridionale veniva comunicato: (…) “Pregasi inviare entro cinque giugno prossimo elenchi comuni cui internandi potranno essere assegnati con numero persone che ad ognuno di essi potranno essere inviate”. (…) L’internamento e le altre forme di repressione. Le due forme di internamento, in campi di concentramento e in località di internamento (in comuni), erano differenziati, oltre che per i diversi sistemi di controllo e di restrizioni della libertà personale, dai diversi criteri di assegnazione. Nei campi era previsto l’internamento di coloro che erano ritenuti pericolosi, nei comuni gli elementi meno pericolosi, mentre per i sospetti di spionaggio era previsto il confino insulare. (…)
Prescrizioni per i campi di concentramento. Il ministero dell’Interno, l’8 giugno 1940, perfezionava il funzionamento dell’internamento inviando ai prefetti e al questore di Roma le prescrizioni per i campi di concentramento e per le località di internamento. (…) I campi di concentramento istituiti in Italia Rimane, ancora oggi, difficile stabilire con precisione il numero dei campi di concentramento istituiti in Italia nel corso della II° guerra mondiale. Per poterne fare un elenco differenziato e il più possibile aggiornato, bisogna distinguere i vari periodi in cui i campi vennero istituiti. (…)

1.3  Nel Capitolo II, Di Sante entra nel vivo del problema: Abruzzo regione di internamento
Località d’internamento e campi di concentramento in Abruzzo.
L’Abruzzo, per i luoghi impervi, la scarsa concentrazione abitativa, la minore politicizzazione degli abitanti, la scarsità delle vie di comunicazione e l’assenza di zone militarmente importanti, rappresentava una delle regioni, che, più delle altre, aveva tutti i requisiti richiesti dal Ministero dell’Interno per poter istituire campi di concentramento e località d’internamento.
I Prefetti abruzzesi, dopo i sopralluoghi da parte delle Questure e degli Ispettori Generali di P.S., avevano già inviato, tra l’aprile e il maggio 1940, al Ministero dell’Interno, gli elenchi delle località e degli edifici dove potevano essere sistemati gli internati. Solo alcuni dei "possibili campi" segnalati, in maggior parte per le difficoltà di allestimento, verranno istituiti. Nonostante ciò, nel corso della II guerra mondiale, in Abruzzo saranno ben 15 i campi attivati e 59 le località d’internamento.
(…) L’Ispettore Generale di P.S., Roberto Falcone, trasmise, il 27 aprile 1940, al Ministero dell’Interno, l’elenco dei fabbricati della provincia di Chieti dove potevano essere inviati gli internati:
1) edificio dell’asilo infantile Principessa di Piemonte, di Chieti, di proprietà del comune, con 350 posti;
2) ex scuola nel comune di Casoli con 30 posti, e locali di proprietà dell’Avv. Vincenzo Tilli, con 100 posti;
3) palazzina nel comune di Lanciano , in contrada Cappuccini, di proprietà dell’Avv. Filippo Sorge, con 100 posti;
4) fabbricato nel comune di Fossacesia, di proprietà dei coniugi Majer e Gilda Lotti, con 100 posti;
5) palazzina nel comune di Francavilla al Mare, di proprietà del Cav. Giuseppe Gallo, con 100 posti;
6) fabbricato del comune di Miglianico, di proprietà dei fratelli Tomei, con 120 posti;
7) fabbricato del comune di Tollo, di proprietà del Cav. Giuseppe Foppa Pedretti, con 250 posti;
8) fabbricato nel comune di Lama dei Peligni, di proprietà del Banco di Napoli, con 100 posti;
9) fabbricato nel comune di Lama dei Peligni, di Proprietà della vedova Camilla Borrelli, con 150 posti;
10) fabbricato del comune di Istonio, di proprietà dell’Avv. Oreste Ricci, con 300 posti;
11) fabbricato del comune di Istonio, di proprietà degli eredi Marchesani, con 180 posti;
12) fabbricato nel comune di Casalbordino, di proprietà del sig. Germano Sanese, con 350 posti.

(…) L’istituzione dei campi di concentramento.
Dopo aver individuato le località e gli edifici adatti per l’internamento, compito delle Prefetture era quello di acquisire lo stabile. Se era di proprietà privata si doveva stipulare un contratto di locazione con i proprietari. Una volta acquisito l’edificio, si sarebbe dovuto procedere all’occupazione "mezzo arma" dei fabbricati. Questa consisteva, nella creazione di un posto fisso di RR.CC. all’interno del campo oppure, se ciò non era possibile, in un edificio vicino. Compito dei Prefetti era anche quello di stipulare accordi con le autorità locali per i servizi di approvvigionamento dei viveri per gli internati.
Il casermaggio dei campi era fornito dalle stesse imprese che avevano in appalto il servizio di casermaggio ai carabinieri, agli agenti di P.S. e alle colonie di confino. Il materiale richiesto era lo stesso di quello previsto per le colonie di confino e per ciascuna persona l’impresa doveva fornire: "branda o letto in ferro con rete metallica o con telo; materasso e guanciale di lana borra con federa; due lenzuola di tela canapina o di cotone; una coperta di lana oppure di cotone per la stagione estiva; due asciugamani di tela; una seggiola, un attaccapanni, un catino di metallo, un comodino di legno, una bottiglia, un bicchiere di vetro o di alluminio". Per molti campi, il materiale venne fornito, dalle imprese, solo dopo alcuni giorni dalla loro apertura e in maniera approssimativa per la mancanza di disponibilità delle forniture richieste.
1.4 Il campo per gli italiani "pericolosi" di Istonio Marina (Vasto).
Il campo di Istonio Marina fu uno dei primi campi abruzzesi ad essere allestiti. L’11 giugno 1940 era già attivato: era costituito dall’albergo dell’avv. Oreste Ricci e dalla villa degli eredi Marchesani, entrambi nel rione marino. Aveva una capienza complessiva, preventivata all’inizio, di 280 posti, poi diminuita a 170. Il servizio di sorveglianza era effettuato da 12 carabinieri, e quello sanitario dal dr. Nicola D’Alessandro. A dirigere il campo, fino al 16 agosto 1943, venne riassunto il Commissario in pensione Vincenzo Prezioso, poi sostituito dal Vice Commissario Aggiunto di P.S. Giuseppe Geraci.
Nel campo di Istonio vi si internarono, soprattutto, italiani ritenuti "pericolosi", e solo negli ultimi mesi, precedenti la chiusura, gli slavi. Nel luglio 1940 arrivarono i primi 79 internati, tutti italiani. Sei di essi erano stati internati, perché "sovversivi schedati", gli altri perché ritenuti "pericolosi in linea politica". Il 15 settembre erano presenti nel campo 109 internati tutti italiani ritenuti "pericolosi". Per tutto il 1940 venne utilizzato solo l’albergo, mentre la villa degli eredi Marchesani rimase quasi sempre vuota. Nell’estate del 1941 il campo venne interamente occupato: superò pure il limite massimo di capienza, raggiungendo, nell’autunno dello stesso anno, le 185 presenze con ben 15 internati in più.
Nel mese di gennaio 1941 venne scoperta, dallo stesso direttore, un'organizzazione sovversiva che si stava formando all’interno del campo: i promotori, Mauro Venegoni e Angelo Pampuri, vennero trasferiti alla colonia delle Tremiti.
Anche nel 1942 il campo rimase sovraffollato; solo nel 1943, il numero degli internati scese, intorno alle 150 presenze. Nello stesso anno arrivarono, trasferiti da Tortoreto, 52 internati "ex Jugoslavi" ed in seguito altri slavi, trasferiti da diversi campi, tutti ritenuti particolarmente "ostili verso l’Italia" .
Le condizioni di vita, nel campo di Istonio, vennero rese difficili dalla mancanza di spazio e degli infissi in alcuni locali, dall’insufficienza dei servizi igienici, dalle difficoltà di approvvigionamento del vitto e dall’atteggiamento arbitrario, nei confronti degli internati, del direttore Vincenzo Prezioso. All’inizio il direttore non autorizzò l’approntamento di una mensa comune nel campo e costrinse gli internati ad andare nelle trattorie del paese, creando gravi disagi ai meno abbienti. In seguito venne stipulato, per il servizio mensa, un contratto con la ditta S.P.I.A. Molini e Pastifici di Casalbordino, la quale, peraltro, spesso distribuì cibo avariato agli internati.
Dopo il, 25 luglio 1943, le autorità militari sollecitarono la chiusura del campo, perché nei pressi di Istonio erano iniziati dei lavori di fortificazioni per la difesa del territorio, e gli internati, dei quali alcuni accusati di spionaggio, potevano vedere, sapere e forse riferire quello che si stava facendo.
Il Ministero dell’Interno, per la mancanza di posti disponibili in altri campi, dispose, solo il trasferimento degli elementi più pericolosi mentre il campo continuò a funzionare fino alla fine del settembre successivo. (…)

1.5 Nel Capitolo III, lo storico Di Sante si occupa della  “Gestione e la vita nei campi di Concentramento”
Direzione e vigilanza dei campi di concentramento. (…) Il comportamento dei direttori, a seconda dei campi, fu differente. Nei campi di Istonio, Tollo, Città S. Angelo, Civitella, Corropoli e Tossicia, il regolamento venne applicato in modo più rigido e concessa meno libertà agli internati, il che può essere attribuito, in alcuni casi, alla "maggiore pericolosità degli internati", in altri, semplicemente alla severità dei singoli direttori. (…) Gli addetti alla sorveglianza dovevano montare la guardia giorno e notte agli edifici adibiti a campi di concentramento, controllare il rispetto del regolamento vigente nel campo, in caso di infrazioni redigere al direttore il rapporto e fare l’appello al mattino, a mezzogiorno e la sera.
L’alimentazione. I Prefetti abruzzesi stipularono accordi con trattorie, esercizi alimentari e con qualche contadino, per assicurare l’approvvigionamento alimentare. Una volta contattati i fornitori gli internati acquistavano, utilizzando gran parte del loro sussidio governativo, i viveri necessari. (…) Nei campi dove fu possibile, venne approntata una mensa comune, che veniva gestita, quasi sempre, dagli stessi internati, i pasti venivano consumati all’interno del campo e tutti contribuivano all’acquisto dei viveri. Di solito, nei primi mesi del 1940, la direzione dei campi tratteneva 5,5 lire del sussidio giornaliero per acquistare i generi alimentari. (…) Nei campi dove non fu possibile approntare una mensa comune, gli internati consumavano i pasti nelle locali trattorie oppure, come accadde a Isola del Gran Sasso, presso alcune famiglie, che, in cambio di denaro, cucinavano anche per alcuni di loro.
Sussidi e assistenza. (…) Il sussidio governativo veniva quasi interamente utilizzato, dagli internati, per acquistare i generi alimentari e poco rimaneva per far fronte ad altre necessità: le stesse autorità lo identificavano, infatti, come "sussidio di soccorso alimentare". (…) Il 1° maggio 1941, il sussidio venne portato a 8 lire per gli uomini, 4 lire per le mogli, per i figli e i conviventi a carico maggiorenni, mentre per i figli e i conviventi minorenni 3 lire . Il 1 luglio 1944 il sussidio che spettava al capo famiglia era di 9 lire, 5 lire alle mogli, 4 lire per ogni figlio o familiare a carico, mentre le 50 lire mensili concesse per l’alloggio agli "internati liberi" rimase invariato. (…)
Condizioni igieniche e sanitarie. Le condizioni igieniche e sanitarie dei campi abruzzesi, nella maggior parte dei casi, risul-tavano essere pessime. Questo era da ricondurre, soprattutto, allo stato degli edifici adibiti a campi di concentramento. I me-dici provinciali, addetti al controllo igienico e sanitario dei campi, la Croce Rossa Internazionale e gli Ispettori Generali, spesso denunciarono le carenze nelle quali questi si trovavano. In alcuni periodi, a causa del sovraffollamento, parte degli internati furono costretti a dormire per terra ammassati nelle camerate. Nonostante parte dei locali, quasi sempre umidi con gli infissi inadeguati, venissero riscaldati con delle stufe a legna, il freddo pungente nei mesi invernali,(…) era insopportabi-le, e causò numerose malattie da raffreddamento. (…)
Corrispondenze Postali. L’arrivo della corrispondenza era per gli internati uno dei momenti più attesi. Il poter avere notizie dei familiari e dagli amici diventava uno dei pochi momenti che interrompevano la noia e l’isolamento su quello che accadeva al di fuori dal campo. A causa dei ripetuti spostamenti degli internati da un campo all’altro, la Croce Rossa Internazionale stentava a tenere sempre aggiornati i parenti sulla loro nuova destinazione e questo provocava, la dispersione delle lettere e dei pacchi inviati. La corrispondenza sia in arrivo che in partenza, venivano controllati dal direttore del campo oppure dal podestà. Nel revisionare i pacchi spesso i direttori e le direttrici ne approfittavano per prendere parte di quello che veni-va spedito agli internati. (…)

1.6 Nel Capitolo IV,  Di Sante racconta cosa avvenne con l’occupazione tedesca e dopo l’8 settembre 1943.
(…) I campi di concentramento dopo l’8 settembre.
Dopo l’armistizio, mentre i campi istituiti nell’Italia meridionale vennero liberati dagli Alleati, quelli che si trovavano nell’Italia centrosettentrionale continuarono a funzionare sotto l’occupazione tedesca e secondo le nuove norme della Repubblica Sociale Italiana.
Gli internati, in quasi tutti i campi, accolsero la notizia dell’armistizio con scene di giubilo; alcuni di loro, nei giorni che seguirono, approfittando della confusione e dello sbandamento degli addetti alla sorveglianza, riuscirono a fuggire.
Successivamente, i campi abruzzesi ebbero destini differenti. Il Prefetto della provincia di Chieti, verso la fine di ottobre, comunicava al Ministero dell’Interno che "in seguito agli avvenimenti bellici che si svolgono in questa Provincia i campi di concentramento in questa giurisdizione si sono automaticamente sciolti. Gl’internati sia dei campi che nei comuni d’internamento si sono nella massima parte dati alla latitanza mentre alcuni sono stati rastrellati dalle forze armate Germaniche". (…)
L’occupazione tedesca, gli internati e i campi di concentramento abruzzesi. Dopo l’8 settembre 1943, l’Italia divenne territorio soggetto all’ occupazione della Wehrmacht. Il 12 settembre il maresciallo Kesserling dichiarava il territorio italiano "territorio di guerra" e sottoposto alle leggi di guerra tedesche. (…) Intanto continuava l’avanzata degli Alleati nelle regioni del sud, che, nell’ottobre 1943, arrivò fino al confine tra il Molise e l’Abruzzo, dove i tedeschi avevano costruito la "linea di sbarramento B" (linea Gustav) che andava da Ortona a Gaeta.
L’Abruzzo, per circa 8 mesi, divenne zona di operazione militari fino al Giugno 1944, quando l’intera regione venne liberata.
(…) Numerosi furono i partigiani, gli antifascisti e i semplici cittadini rastrellati dai soldati tedeschi che vennero rinchiusi nei campi di concentramento abruzzesi, specialmente in quello di Teramo. (…)
Il contributo degli internati alla Resistenza. Sulla partecipazione degli ex internati alla Resistenza ancora non sono stati fatti studi in modo organico, ma esistono varie testimonianze sul contributo che, specialmente gli internati jugoslavi, hanno dato alla lotta di Liberazione in Italia. Approfittando dello sfacelo generale, dopo l’8 settembre, alcuni internati, in maggioranza jugoslavi, riuscirono a fuggire dai campi di concentramento con l’intenzione di raggiungere i confini orientali della Jugoslavia, ma, senza documenti, senza soldi, in molti decisero di darsi alla macchia e combattere i tedeschi. Quasi tutti quelli che non vennero ripresi parteciparono, insieme agli evasi dai campi per i prigionieri di guerra, alla lotta di liberazione in Italia. (…) Gran parte degli ex internati provenienti dai campi dell’Abruzzo, delle Marche e dell’Umbria, si unirono alle bande partigiane di queste regioni o ne costituirono di proprie. (…)
Dalla deportazione alla Liberazione. Nell’ottobre 1943 i nazisti decisero di estendere anche all’Italia la "soluzione finale". L’Italia, in base alle disposizioni tedesche, doveva divenire "Judenrein" (ripulita dagli ebrei). (…) Gli ebrei deportati dall’Italia saranno 6.746, di questi 5.916 moriranno nei lager tedeschi. Anche le varie autorità provinciali abruzzesi, insieme agli addetti alla sorveglianza dei campi di concentramento, nella maggior parte collaborarono con i tedeschi. Il 21 dicembre 1943, i Carabinieri nel campo di Nereto consegnarono alle SS 61 ebrei, pur sapendo quale sarebbe stata la loro sorte. Il 23 marzo 1944, il Capo della Provincia intensificò la sorveglianza nei campi e nei confronti degl’internati che si trovavano nei comuni, in modo da impedire possibili fughe. Il direttore del campo di Civitella consegnò ai tedeschi i numerosi ebrei libici, i quali in parte moriranno nel campo di Auschwitz. Il campo di Teramo venne istituito su disposizione del "Comando Militare Tedesco" dalle locali autorità della RSI, le quali fornirono tutto il necessario supporto fino a trasportare loro stessi gli internati verso il campo di Servigliano (Ascoli Piceno). (…)
2.   Le frequenti visite degli internati alla Biblioteca comunale
Dicevo in apertura che l’unico che aveva riferito degli internati a Vasto fu Giorgio Pillon (1918-2003), vastese di adozione, giornalista del Corriere della Sera e storico, in un curioso ricordo dal titolo “Gli ospiti di don Luigi Anelli”, pubblicato nel 1982, come prefazione ad un libro. (1)
“Quando fu che conobbi don Luigi Anelli? scrive Pillon. “La memoria non mi viene in aiuto. Forse perché don Luigi era una di quelle persone che tu immagini presenti nella vita, da sempre. Di sicuro però ricordo che mi divenne familiare quando lui stesso mi consigliò di fare la mia tesi di laurea su un voluminoso manoscritto di Gabriele Rossetti contenente - e ancora inedito - il commento al Purgatorio della Divina Commedia di Dante Alighieri”. Nel periodo della tesi incrementarono le presenze di Pillon in Biblioteca Comunale dove Anelli era direttore.
Ma scoppia la guerra e  “a farci sentire il peso degli avvenimenti erano stati numerosi confinati politici, giunti a Vasto da ogni parte d'Italia”, sottolinea Pillon.  E aggiunge: “Una mattina, tornando in biblioteca per riprendere il lavoro della mia tesi, vidi altri ospiti. Fui sorpreso perché da alcuni mesi io ero l'unico “inquilino” di don Luigi Anelli. Chi erano? Non tardai a comprenderlo. Erano alcuni internati che avevano ottenuto il permesso di frequentare la biblioteca, anche per rompere la monotonia di giornate sempre eguali, prive di interesse. Comandava allora quella singolare “colonia” il commissario Vincenzo Prezioso, anche lui vastese, ma da molti anni lontano dal suo Abruzzo. Era un uomo non solo onesto, energico e scrupoloso ma anche estremamente umano e comprensivo. Lo dimostrò subito concedendo ad alcuni internati politici il permesso di avere libera la mattinata per venire a Vasto dalla Marina (dov'erano concentrati tutti gli antifascisti confinati in paese), allo scopo di condurre ricerche in biblioteca e nel museo. Quel giorno dunque don Luigi Anelli, prima di consegnarmi le solite carte rossettiane, mi disse, indicandomi alcune persone intente a sfogliare libri e riviste: “Sono internati politici. Non dobbiamo avere alcuna familiarità con quelle persone. Questi sono gli ordini. Il resto lo comprendi benissimo. Posso solo dirti che si tratta di brave persone, tutte molto colte. Se sentirai qualche loro discorso, dimenticalo subito. Né riportare nulla fuori di qui. Potresti far del male a loro e a te stesso”.Inutile dire che feci tesoro di quelle raccomandazioni. Per diversi giorni i miei contatti si limitarono ad un saluto mattutino e ad un arrivederci quando tutti gli ospiti, a mezzogiorno in punto, se ne andavano perché dovevano essere giù al mare, al raggruppamento, per le dodici e trenta”.
Il ricordo di Giorgio Pillon degli incontri con gli internati alla Biblioteca di Vasto offre dettagli storici di grande interesse.
Riportiamo integralmente il testo: “Chi invece conversava a lungo con loro era don Luigi Anelli. Lo vidi persino consegnare qualche pacco, anche voluminoso. Un giorno anzi lo stesso don Luigi - che era già avanti con gli anni - si fece aiutare da me per legare un involucro voluminoso e morbido. “Non c'è nulla di esplosivo — mi disse sorridendo don Luigi Anelli —  è solo un vestito che io regalo al “professore”, a quello là. Poveretto, è proprio mal ridotto. Non ha quasi nulla per cambiarsi”. “II professore” era un signore milanese che aveva mostrato subito interesse per quanto io andavo facendo. A parlargli della mia tesi era stato don Luigi Anelli. Un giorno, “il professore”, mi disse, timidamente: “Se crede che io possa aiutarla, disponga pure di me. Conosco un poco la letteratura inglese. I Rossetti (Dante Gabriele e Cristina, soprattutto) mi sono familiari”.“II professore” si chiamava Mario Borsa. Io però ignoravo chi fosse. Lo scopersi a poco a poco, quando mi confessò che dal novembre del 1918 fino a pochi mesi prima dell'internamento a Vasto era stato il corrispondente per l'Italia del Times di Londra. Aveva pubblicato diversi libri che, di nascosto, aveva regalato a don Luigi Anelli. Uno era su “II teatro inglese contemporaneo”, un altro su “II giornalismo inglese” ed un terzo su “II laburismo”.
Mario Borsa aveva allora 69 anni. Riteneva inevitabile la sconfitta del nazismo, la caduta del fascismo e il ritorno ad una Italia libera che per me, appena ventenne, era un miraggio assolutamente lontano. Mario Borsa ebbe l'accortezza di non parlare mai con me di politica. Ma scherzando un giorno mi disse: “Lei vuoi fare il giornalista, non è vero? A guerra finita mi venga a trovare”. Ritenni quell'invito una battuta di spirito. Ma nel '45 Mario Borsa era il direttore de “II Corriere della Sera” e autore di un libro “Le memorie di un redivivo”, caustica testimonianza di un fortunoso periodo di vita, che si alterna però a commossi ricordi nei quali la figura di don Luigi Anelli spunta nobilmente dignitosa e generosamente amica”.
Giorgio Pillon continua il suo ricordo con altri incontri in Biblioteca parlando di un altro importante ospite internato a Vasto, Raffaello Giolli.
“Un altro internato che si interessò della mia tesi fu Raffaello Giolli (Alessandria 1889, Mauthausen 1945). Giolli era stato fino allora un notissimo critico d'arte. Legato alle esperienze del Novecento, aveva appoggiato non poche iniziative delle avanguardie razionalistiche, in particolare quelle del Gruppo 7, tese a rinnovare la cultura architettonica italiana. Giollì aveva fondato le riviste “1927” e “Poligono”. Inoltre era stato lui ad imporre in Italia la pittura di Pablo Picasso. Ancora oggi ricordo come accogliesse don Luigi Anelli - nella pace della « sua » biblioteca - l'esaltazione di Picasso. Scuoteva la testa e indicandomi Raffaello Giolli mi diceva: “Quello è matto. Dice che Picasso vale mille volte Filippo Palizzi. Ma Picasso una vacca la sa disegnare? Sa capire gli amori di un toro? Sa riprendere un cagnetto simile ad un batuffolo di ovatta candida?”. Una volta Raffaello Giolli disse a don Luigi e a me: “Voi non potete capire Picasso. È come se io citassi in greco classico l'Odissea ad uno che non sa neppure parlare in italiano!”. “Ebbene - gli risposi- ci insegni il greco, cioè ci faccia capire Picasso”. Da allora Raffaello Giolli cominciò tutta una serie di lezioni che io ascoltai avvinto ma che don Luigi Anelli seguì allegramente e saltuariamente. Un giorno, durante una pausa, don Luigi ci recitò un suo sonetto. È quello che lui ha intitolato «Lu telèfene ». Mi spiace non averlo sottomano, per citarlo. Conclude con l'affermazione di un cafone che dice al compagno: “A tutto posso credere. Ma che tuo padre stia dentro quella cassetta lì, vallo a dire... al Kaiser”. “A tutto posso credere — disse don Luigi a Raffaello Giolli —  ma che l'Arte (quella con la "A" maiuscola) sia nei musi storti, nelle bocche stravolte, negli occhi sbilenchi dipinti da Picasso, vallo a dire al Kaiser!”. Né volle più prendere lezioni dal critico milanese a cui il destino riservava una tragica fine, nel campo di sterminio di Mauthausen, appena due mesi prima che la guerra terminasse in Europa”.
 Pillon conclude il suo ricordo parlando anche di tanti altri importanti personaggi internati a Vasto.
“Un altro degli “assistiti” di don Luigi Anelli fu Carlo Silvestri, un antifascista che ebbe, dopo il 1943, una strana avventura. Riuscì ad avvicinare Mussolini e a fargli accettare un socialismo che sfociò in due realizzazioni: una umanitaria - la cosiddetta “Croce Rossa Silvestri” - ed una politica: la creazione di un giornale antifascista. Il giornale ebbe vita brevissima, perché la sede venne, incendiata dalle Brigate Nere di Alessandro Pavolini, mentre seguitò a funzionare la “Croce Rossa Silvestri”, salvando la vita a tanti patrioti. Silvestri era il “confinato” prediletto da don Luigi Anelli, insieme con Corrado Bonfantini che dopo il 25 luglio 1943 diverrà partigiano prima, poi comandante generale delle Brigate Matteotti. Silvestri e Bonfantini non avevano perso il loro buon umore. Amavano raccontare barzellette sul fascismo.Anche a loro don Luigi Anelli dava piccoli aiuti materiali, ma soprattutto dava un grande conforto morale: li faceva sentire suoi amici, non esiliati politici. Lo stesso accadeva per altri “ospiti” della biblioteca comunale: Giuseppe Scalarini, il grande caricaturista dell’Avanti, il filosofo Edmondo Cione, il critico Mattei ed altri ancora di cui mi sfugge il nome. Ed è un vero peccato. Perché tutta questa gente, allora sfortunata, ebbe in don Luigi Anelli un protettore validissimo.Chissà che un giorno qualcuno non voglia scrivere la “storia” degli internati politici di Vasto! Potrebbe essere il più bel monumento alla memoria di don Luigi Anelli”.
(“Gli ospiti di don Luigi Anelli”, prefazione di Giorgio  Pillon alla 3^ edizione di Ricordi di Storia Vastese di L. Anelli, 1982, Cannarsa, a cura di TeleradioVasto)
3.   Ma chi erano gli “italiani pericolosi” internati a Vasto dal ‘40 al ‘43?
di NICOLA D’ADAMO
Costantino Di Sante nel suo volume aveva pubblicato  anche una prima lista di internati ospitati a Vasto. Ho subito intuito che si trattava in gran parte di personaggi italiani di spicco invisi al regime fascista,  così ho iniziato negli anni  scorsi, con l’ausilio di internet, a cercare le loro biografie. E sono stato fortunato. Eredi e studiosi hanno pubblicato in rete parecchio materiale che  ho sintetizzato   in queste pagine. Dalle biografie emerge che a Vasto, o meglio a Istonio Marina, sono stati ospitati molti  politici, sindacalisti, giornalisti,  uomini di cultura che poi hanno avuto un ruolo importante nella Repubblica Italiana. Ecco la lista e, a seguire, le biografie. Leggendo le loro vicende si capisce anche l’importanza di questo ricordo storico.
3.1 CAMPO DI CONCENTRAMENTO ISTONIO MARINA (Prov. Chieti)
Elenco nominativo degli internati al 15 settembre 1940 XVIII
1) Abbatista Giovanni fu Domenico, di anni 43, rappresentante di commercio italiano;
2) Agostini Livio fu Antonio, di anni 57, dottore chimico, italiano;
3) Aroldi Cesare Enrico fu Guglielmo, di anni 65, libraio, italiano;
4) Balbinot Guerrino fu Osvaldo, di anni 26, venditore ambulante, italiano;
5) Bandiera Roberto fu Gaetano, di anni 44, venditore macchine da cucire, italiano;
6) Baruchello Tullio, fu Pietro, di anni 48, sarto, italiano;
7) Bellandi Ugo fu Rotiglio, di anni 62 muratore, italiano;
8) Bellini Giacomo di Ambrogio, di anni 38, ex commerciante, italiano;
9) Benedetti Ardiccio fu Stanislao, di anni 59, barbiere, italiano;
10) Benocci Tuscano Stefano fu Olindo, di anni 47, professore di lettre, italiano;
11) Benvenuto Ruggero fu Costante, di anni 39, cameriere, italiano;
12) Bertoja Luigi di Giuseppe, di anni 25, meccanico, italiano;
13) Bonfantini Corrado di Giuseppe, di anni 31, medico, italiano;
14) Brenna Ercole fu Vincenzo, di anni 46, Scalpellino, italiano;
15) Carrano Giovanni fu Francesco, di anni 55, meccanico, italiano;
16) Carrega Francesco fu Angelo, di anni 63, maestro elementare, italiano;
17) Cattaneo Dante di Claudio, di anni 30, argentiere, italiano;
18) Cattaneo Emilo di Carlo, di anni 34, fattorino, italiano;
19) Cernac Giovanni di Giovanni, di anni 37, meccanico, italiano;
20) Cerne Pietro di Giovanni, di anni 39, meccanico, italiano;
21) Cesarò Salvatore fu Salvatore, di anni 64, chimico, italiano;
22) Colombo Giuseppe di Carlo, di anni 41, produttore auto, italiano;
23) Confalonieri Lorenzo di Manlio, di anni 29, disegnatore, italiano;
24) Consentino Antonino fu Vincenzo, di anni 57, professore lingue, italiano;
25) Cordoni Beniamino di Battista, di anni 44, falegname, italiano;
26) Costantini Costantino fu Giuseppe, di anni 55, procaccia, italiano;
27) Costanza Francesco fu Michele, di anni 66, portuale, italiano;
28) Damen Secondo Onorato fu Giovanni, di anni 47, professore di lettere, italiano;
29) Della Giusta Piero fu Fausto, di anni 40, avvocato, italiano;
30) Delpin Marino fu Lodovico, di anni 29, commerciante, italiano;
31) Depangher Guerrino fu Pietro, di anni 35, pescatore, italiano;
32) Fumis Romano di Pietro, di anni 37, fabbro, italiano;
33) Furlani Giuseppe di Antonio, di anni 44, agricoltore, italiano;
34) Gerin Ottavio di Francesco, di anni 32, agricoltore, italiano;
35) Gherbassi Antonio fu Antonio, di anni 66, agricoltore, italiano;
36) Giolli Paolo di Raffaele, di anni 19, studente, italiano;
37) Giolli Raffaello fu Gaetano, di anni 51, pubbliciasta, italiano;
38) Giunta Giuseppe fu Biagio, di anni 38, dottore commercialista, italiano;
39) Gradnik Giuseppe di Giuseppe, di anni 43, agricoltore, italiano;
40) Grilli Giovanni fu Mario, di anni 37, ragioniere, italiano;
41) Grottoli Pirro fu Giuseppe, di anni 52, sellaio, italiano;
42) Jelenich Giuseppe di Stefano, di anni 51, carrettiere, italiano;
43) Jergog Floriano di Giuseppe, di anni 28, operaio chimico, italiano;
44) Jovenitti Francesco di Giuseppe, di anni 36, meccanico, italiano;
45) Monic Andrea fu Francesco, di anni 46, bracciante, italiano;
46) Ladavaz Luigi fu Giuseppe, di anni 28, agricoltore, italiano;
47) Larinti Luigi di ignoto, di anni 43, commesso, italiano;
48) Lucini Virgilio fu Giovanni, di anni 34, fotografo, italiano;
49) Maccari Antonio fu Pietro, di anni 44, facchino, italiano;
50) Maffi Bruno di Fabio, di anni 31, professore di lettere, italiano;
51) Maiocchi Carlo di Natale, di anni 38, meccanico, italiano;
52) Maranini Giuseppe fu Giovanni, di anni 63, commerciante, italiano;
53) Marchi Lodovico di Angelo, di anni 35, autista, italiano;
54) Marega Emeregildo fu Giuseppe, di anni 44, calzolaio, italiano;
55) Martina Attilio di Giuseppe, di anni 43, muratore, italiano;
56) Mazzadi Guido di Vittorio, di anni 45, pubblicista, italiano;
57) Meoni Umberto fu Gregorio, di anni 62, commesso viaggiatore, italiano;
58) Micali Vittorio fu Giuseppe, di anni 40, bracciante, italiano;
59) Molaschi Carlo fu Giacomo, di anni 54, impiegato, italiano;
60) Molinelli Guido fu Quirino, di anni 46, pubblicista, italiano;
61) Montagnani Piero fu Giacinto, di anni 39, dottore fartmacista, italiano;
62) Musumeci gioacchino fu Rosario, di anni 37, falegname, italiano;
63) Padovani Umberto di Pasquale, di anni 34, bracciante, italiano;
64) Pahor Romano di Carlo, di anni 37, agente di assicurazione, italiano;
65) Pampuri Angelo di Pietro A., di anni 41, saldatore, italiano;
66) Pedroni Giordano di Rinaldo, di anni 31, incisore, italiano;
67) Pellicella Rodolfo di Guido, di anni 26, tipografo, italiano;
68) Pobega Giovanni di Giovanni, di anni 42, carpentiere, italiano;
69) Punsar Roberto di Antonio, di anni 40, fattorino, italiano;
70) Radici Umberto di Guglielmo, di anni 35, bracciante, italiano;
71) Razzini Mario fu Luigi, di anni 50, impiegato, italiano;
72) Renzulli Luigi di Aurelio, di anni 42, mediatore, italiano;
73) Repossi Luigi fu Ercole, di anni 58, commerciante, italiano;
74) Riboldi Ezio fu Giacomo, di anni 62, avvocato, italiano;
75) Rivolt Emilio di Pietro, di anni 38, bracciante, italiano;
76) Salardi Francesco fu Antonio, di anni 57, commesso viaggiatore, italiano;
77) Scalarini Giuseppe fu Raniero, di anni 67, disegnetore, italiano;
78) Scarcelli Nicola fu Vincenzo, di anni 44, calzolaio, italiano;
79) Scarpa Emilio di ignoto, di anni 45, montatore cingoli, italiano;
80) Scodellaro Luigi di ignoto, dianni 37, piazzista, italiano;
81) Sever Giovanni fu Giovanni, di anni 39, commerciante, italiano;
82) Silvestri Carlo fu Carlo, di anni 47, pubblicista, italiano;
83) Spanger Luigi fu Giovanni, di anni 34 falegname, italiano;
84) Sponton Olimpo di Rodolfo, di anni 27, lattoniere, italiano;
85) Steppi Pietro fu Giacomo, di anni 48, orologiaio, italiano;
86) Stucchi Mario fu Domenico, di anni 41, rappresentante, italiano;
87) Stuparich Alberto fu Giovanni, di anni 51, rappresentante, italiano;
88) Tedesco Ferdinando fu Giovanni, di anni 43, contadino, italiano;
89) Tondini Manlio fu Giuseppe, di anni 29, elettricista, italiano;
90) Trevisan Massimiliano fu Giovanni, di anni 37, falegname, italiano;
91) Ulisse Mariano di Vincenzo, di anni 38, meccanico, italiano;
92) Ursic Rodolfo di Antonio, di anni 34, commerciante, italiano;
93) Usai Teodoro fu Valentino, di anni 37, meccanico, italiano;
94) Valeri Antoni fu Secondo, di anni 40, impiegato, italiano;
95) Valentini Giuseppe fu Giovanni, di anni 37, bracciante, italiano;
96) Vallon Bernardo fu Bonomo, di anni 40, carpentiere, italiano;
97) Varè Vincenzo di Enrico, di anni 29, ragioniere, italiano;
98) Venanzi Nello fu Vito, di anni 62, avvocato, italiano;
99) Venegoni Mauro di Paolo, di anni 37, lattoniere, italiano;
100) Vollati Lorenzo di ignoto, di anni 41, macchinista navale, italiano;
101) Zanganelli Giulio di Bernando, di anni 39, agente di assicurazione, italiano;
102) Zega Emilio fu Michele, di anni 39, impiegato, italiano;
103) Zeriali Andrea di Antonio, di anni 44, contadino, italiano;
104) Zuder Giuseppe fu Giovanni, di anni 44, idraulico, italiano;
105) Allegri Roberto fu Giuseppe, di anni 34, verniciatore, italiano; note: attualmente ricoverato nell’ospedale d’Istonio;
106) Colombo Davide di Antonio, di anni 58, guantaio, italiano; note: attualmente detenuto nelle carceri d’Istonio;
107) Mazzagaglia Abele di Giuseppe, di anni 40, cameriere; note: attualmente detenuto nelle carceri d’Istonio;
108) Pizzamus Vittorio di Giuseppe, di anni 40, calderaio, italiano; note: attualmente ricoverato nell’ospedale d’Istonio;
109) Terraneo Felice fu Angela, di anni 29, impiegato, italiano; note: attualmente ricoverato nell’ospedale d’Istonio;
 ISTONIO MARINA, 15 Sett. 1940 XVIII
Il Commissario di P.S.
Direttore del Campo di Concentramento
F.to V. Prezioso
ACS, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di P.S., AA.GG.RR., cat. Massime M/4, B. 118.

3.2   “Italiani pericolosi”: alcune biografie
MARIO BORSA. Direttore del Corriere della Sera nel 26 aprile 1945 quando nel primo numero annunciava a tutta pagina "Milano insorge contro i nazifascisti". Il C.N.L. aveva affidato la direzione del giornale a lui in virtù del "suo passato adamantino di giornalista schivo da ogni compromissione e di tenace assertore dei principi di libertà e di giustizia sociale, in omaggio ai quali, sotto il fascismo aveva sofferto due volte il carcere, due anni di ammonizione e in più il campo di concentramento...". Negli anni scorsi abbiamo riferito dei suoi incontri con Luigi Anelli alla Biblioteca Comunale di Vasto durante il suo internamento.
MARIO RAZZINI nasce 1890, nel 1918 con Alceste De Ambris fonda la UIL. Nel 1940 è arrestato ed inviato in campo di concentramento di Istonio. Partecipa nel secondo dopoguerra alla rinascita della UIL milanese.
GUIDO MAZZALI (1905-1960), giornalista e uomo politico, antifascista. Nel 1940 fu internato a Istonio (Chieti), tornando in libertà soltanto alla caduta del fascismo. Subito dopo la Liberazione gli fu affidata la direzione dell’edizione milanese dell’Avanti! Nel 1948 Mazzali fu eletto per la prima volta deputato, poi riconfermato, nella Circoscrizione Milano-Pavia. È stato, dal febbraio 1959 al marzo 1960, sottosegretario per la Stampa e le Informazioni nel secondo governo Segni.
ETTORE REINA (1871 – 1958) ricopre, durante la sua lunga attività, numerose cariche di stampo sindacale e politico. Nel 1919 viene eletto deputato nel Collegio di Milano nelle file del PSI. A seguito dell'avvento del fascismo è costretto all'attività clandestina e, rifiutando la proposta di Mussolini di assumere la direzione centrale dei sindacati fascisti, si impiega come correttore di bozze e rappresentante di una ditta di carbone. Nel 1940 viene internato a Istonio (Chieti), dove rimane per pochi mesi.
CARLO SILVESTRI. Nelle ultime settimane di vita della Repubblica di Salò quasi non si parlava d’altro. Il «ponte», il disperato tentativo di trovare una sponda dall’altra parte della barricata con cui avviare un impossibile dialogo. Questo tramite fu Carlo Silvestri. Ex giornalista del «Corriere della Sera», socialista, era stato tra i più duri accusatori del Duce al tempo del delitto Matteotti. Per questo fu perseguitato, picchiato, arrestato, spedito al confino e infine liberato su intercessione dello stesso Mussolini. Nel dicembre del ‘43 Silvestri chiede di rivedere il suo vecchio nemico.
CORRADO BONFANTINI nacque nel 1909, in una famiglia di antica vocazione socialista. Fin da adolescente, all'indomani del delitto Matteotti aderì alla lotta antifascista: nel 1925 si aggregò al Psu e nel 1927 al Pcd'I, dal quale fu espulso nel 1933. Nel 1928 fu deferito al Tribunale speciale e condannato per congiura contro il governo. Seguirono altri arresti e condanne a confini politici prima all'isola di Ponza, poi a Vasto ed infine alle Tremiti, da dove venne liberato, per disposizione ministeriale, nel 1943. Dopo il 25 aprile, fu segretario della federazione torinese del Psiup, deputato alla Costituente e poi alla Camera, nelle prime due legislature. È morto nel 1989.
Proprio Bonfantini diventa il principale contatto di Silvestri per realizzare il «ponte».nell’imminenza del crollo finale, Mussolini decide di uscire allo scoperto. Convoca Silvestri alla Prefettura di Milano e gli affida una lettera da consegnare all’esecutivo del partito socialista. La lettera giunge sul tavolo di Pertini e Nenni. Il futuro presidente della Repubblica la straccia e, furibondo, urla a Silvestri di andare a riferire a Mussolini che coi fascisti non si tratta e che l’unica cosa da fare è rimettersi alla giustizia del popolo. Finisce così il «ponte» e finisce anche il fascismo.
EDMONDO CIONE, nell’ambiente universitario si era guadagnato il soprannome di o’ vaccariello, il vitellino che segue sempre la madre, per il suo vivere all’ombra del maestro Benedetto Croce. Fino al 1943 Edmondo Cione è un oscuro docente di filosofia napoletano, punito per il suo antifascismo con sei mesi di confino. Ma si trova a Milano dopo il 1943. Il Duce ha ormai compreso che la guerra è perduta e pensa che i contatti di Cione con gli antifascisti potranno essergli utili quando arriverà il momento della resa dei conti. O’ vaccariello ottiene dal Duce anche l’autorizzazione per fare uscire un quotidiano e per fondare un Centro Studi Sociali. Ma tutto durò poco. Il filosofo fa ancora in tempo a incontrare per l’ultima volta il Duce e a raccogliere una frase da consegnare alla storia: «Mussolini non esiste più. Se ora gli antifascisti mi fucilano, ebbene, ne è valsa la pena». Cione non segue il Duce nella carovana per Dongo e così salva la pelle. Nel dopoguerra si ricostruirà una carriera nella Democrazia Cristiana a Napoli.
GIUSEPPE SCALARINI (1873-1948). Dal 1911 al 1925 fu il celebre vignettista dell'Avanti! Per le sue caricature subì molte aggressioni da parte dei fascisti, una molto grave nel 1926 con frattura della mandibola e commozione cerebrale. Dimesso dopo un mese di degenza, fu arrestato e tradotto alle carceri di San Vittore a Milano. Seguì il confino. Nell'agosto del 1940 fu messo nel campo di concentramento di Istonio e poi a Bucchianico. Rimangono di Scalarini alcune migliaia di disegni. Una raccolta si trova anche al Cremlino, al museo della Rivoluzione. Di tanto in tanto si fanno in Italia mostre rievocative con le sue pungenti vignette.
EZIO RIBOLDI, delegato del PSI alla III Conferenza dell'IC. Farà parte dei "terzini" e aderirà nel '24 del PCd'I. Nel '23, fallita l'ipotesi di fusione tra i due partiti, venne radiato e poi espulso dal PSI, in quanto redattore di Pagine Rosse.
ONORATO DAMEN (1894-1979), rivoluzionario italiano, membro della Frazione astensionista del PSI, fu tra i fondatori del PCd'I, del Comitato di Intesa (frazione di sinistra all'interno del medesimo partito) ed infine del Partito Comunista Internazionalista. Importante figura della sinistra italiana con grande influenza sulle evoluzioni politiche italiane dall’inizio del ‘900 agli anni ’70.
GUIDO MOLINELLI (PCI), membro della Costituente, parlamentare dal 1948 al 1953 Sottosegretario con Delega per l'Industria e Commercio.
RAFFAELLO GIOLLI. Nato ad Alessandria nel 1889, morto a Gusen (Mauthausen) il 6 gennaio 1945, insegnante, storico e critico d’arte. Fondatore della prima rivista italiana d’arte contemporanea (1927, che divenne poi Poligono), fu negli anni Trenta del secolo scorso protagonista del rinnovamento culturale delle arti figurative italiane. Il professore subì, nel luglio del 1940, un primo arresto da parte della polizia, che incarcerò, per le sue idee antifasciste, anche il figlio diciannovenne Paolo. A settembre 1944, i militi della famigerata "Muti" entrarono nella sua casa ed arrestarono il professore. Deportato a Gusen in Germania, Raffaello Giolli non sopravvisse.
BRUNO MAFFI (1909 – 2003), dirigente del Partito Comunista Internazionale (Programma Comunista). E’ uno dei fondatori del Partito Comunista Internazionalista nel 1943. Al momento della scissione tra damenisti e bordighiani nel 1952 sceglie quest’ultimo raggruppamento. Da allora in poi è uno dei principali esponenti del Partito Comunista Internazionale che non abbandonerà neppure dopo la sua crisi devastante avvenuta a cavallo degli anni ’80. Traduttore in italiano di molte opere marxiste importanti come Il Capitale di Karl Marx, L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg e Diario d’esilio di Lev Trotsky.
MAURO VENEGONI. Nel 1917, ad appena 15 anni, entra con il fratello nella gioventù socialista e nel '21 nel PcdI. Ripetutamente e ferocemente perseguitato dai fascisti, l'11 giugno 1940 (il giorno successivo all'entrata in guerra dell'Italia) è internato nel campo di Istonio Marina, dove è costretto a una vita di privazioni. A Istonio organizza subito un comitato clandestino di resistenza. Scoperto, è trasferito in punizione alle Tremiti. Viene liberato nel 1943. Nel 1944 è catturato casualmente dai fascisti, torturato e poi assassinato il 31 ottobre 1944.
CARLO MOLASCHI (1886-1953). Antifascista, viene mandato al confino a Istonio fino al 1942 quando la ditta per cui lavorava (Manifatture del Seveso) garantisce per lui. Dopo la Liberazione, è vicesindaco ed assessore alla pubblica istruzione fino al 1951.
LEONIN ( RODOLFO PELLICELLA), noto operaio antifascista condannato durante il fascismo. Allo scoppio della seconda guerra mondiale era sotto le armi, ma siccome era un “antimilitarista”.
Di questi e altri personaggi ospitati a Vasto ogni anno su internet appaiono nuovi materiali. Alcuni di loro hanno anche siti dedicati. NOTA
NOTA



Conclusioni

Dal 2002 ad oggi, in occasione del “Giorno della Memoria”,  aggiungo sempre nuovi tasselli a questa storia, divulgando qualche nuovo aspetto.  Ma la ricerca rimane sempre nell’ambito della ricostruzione giornalistica, mentre sarebbe molto interessante uno studio più approfondito, di taglio accademico, per raccontare l’intera vicenda umana di questi personaggi, con la consultazione di importanti archivi e altre fonti.  Speriamo che altri vogliano avviarsi verso questa preziosa indagine.  Se non altro per far capire alle nuove generazioni il valore della parola “democrazia”.
Concludo con un toccante passo  tratto dal manoscritto inedito di Giuseppe Scalarini, esposto a Palazzo d’Avalos in occasione della mostra curata dall’arch. Franco Sacchetti. (Nella foto il manoscritto originale). Così scrive l’anziano vignettista dell’Avanti internato a Vasto nel 1940: 
“La gente del posto ci voleva bene. Un pomeriggio, ero seduto nella mia solita panchina di fronte alla casa degli internati. Accanto a me si sedette una signora con un ragazzo.  Feci per alzarmi, ma essa con un gesto mi disse di rimanere.
-         E’ proibito.
-         Restate.
Dopo un breve silenzio mi domandò:
-         Abitate in quella casa lì?
-         Sissignora.
-         Cos’avete fatto?
-         Niente.
-         Come, niente.
-         Facevo dei disegni sull’Avanti.
-         Di dove siete?
-         Di Milano.
-         Avete dei figli?
-         Sì, cinque figlie.
La signora voltò il capo dall’altra parte, e pianse di nascosto”.

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