mercoledì 8 gennaio 2020

Quando il Convento di S. Chiara venne utilizzato per ospitare i profughi friuliani dopo Caporetto (1917)

Dopo la disfatta di Caporetto nell’ottobre del 1917 circa 600.000 Friulani e Veneti furono costretti ad abbandonare le loro terre. I profughi furono ospitati in tutta la penisola vivendo un dramma non indifferente. 

Su questo aspetto però ci fu un lungo “silenzio storiografico” per due ordini di motivi: primo, perché nel periodo successivo alla sconfitta il dibattito si concentrò sulla disfatta militare; secondo, perché nel dopoguerra il regime fascista esaltò il mito della “vittoria” e la superiorità dell’esercito italiano, tralasciando il tema della sofferenza dei profughi.


In occasione del centenario della grande guerra alcuni studiosi hanno ripreso questo aspetto e approfondito le ricerche.
Uno di loro Daniele Ceschin dell’università di Venezia, autore de “Gli esuli di Caporetto: i profughi in Italia durante la Grande Guerra (2015, ed. Laterza) riferisce episodi che ci riguardano da vicino.
L’evacuazione delle zone di guerra fu gestita dal Ministero dell’Interno che distribuì le persone anche nella nostra zona.
A sinitra svetta il chiostro  pensile
  del convento di S. Chiara, a destra S. Maria Maggiore 

“ll convento delle Clarisse ospitava ben 123 dei 157 profughi che risiedevano a Vasto”, scrive Ceschin nel suo libro. Dell’episodio non c’è traccia a Vasto, ma ha un riscontro preciso: proprio ad ottobre 1917 ci fu la “chiusura definitiva del monastero Santa Chiara per lo scarso numero di monache rimaste”, quindi la struttura era libera. Potrebbe essere interessante scoprire se si forzò la chiusura per questa nuova esigenza.

 Ma i profughi che provenivano da regioni più evolute della nostra spesso non si trovano a proprio agio sia per gli alloggi che per i servizi offerti dal territorio.
“Maria Zanetti Bianchi, profuga di Udine a Vasto (Chieti) lamentava ad esempio come nella cittadina abruzzese non vi fossero scuole di musica per far studiare i suoi figli – «il luogo dove dimoriamo non è affatto per noi, ma bensì per agricoltori» – diversamente invece da grandi città come potevano essere Roma o Milano63; più modeste erano le pretese di Adelaide Levis, profuga di Mestre e residente a Monteodorisio (Chieti), che per far continuare gli studi ai propri figli si accontentava di essere trasferita se non nel capoluogo, dove inizialmente era stata destinata, almeno proprio a Vasto.
Per dare un'idea delle condizioni di vita dei profughi, in questo caso padovani, residenti proprio a Monteodorisio, citiamo quest'istanza dell'ottobre del '18: “In questo paese per noi tutto manca, il medico poco se ne cura dei profughi, le medicine specie il chinino dello stato mancano affatto, e quando se ne trovano costano enormemente, specie ai profughi. Porci, capre, asini, tutto frammischiato alla popolazione, strade ricolme di letame, senza spasini ne fognatura. I profughi abitano vere topaie, magazzini adibiti a abitazioni, umidi, freddi, senza vetri o senza imposte, in queste tane abbiamo passato l'estate, causa che ben 5 di noi hanno lasciato la vita, rimanendo fra noi 13 piccoli orfani, privi di tutto, l'inverno batte alle porte colle sue esigenze, non abbiamo nulla da coprirci, la biancheria poca e sporca, mancando, l'acqua e tutto per il bucato. Negozi non ve ne sono, i maccheroni sono immangiabili, manca la carne, la legna, i grassi, manca tutto ciò che occorre, siamo sfiniti, e ammalati; l'autorità locale non se ne incarica, avendo loro tutto in casa, facendosi venire maccheroni e tutto ciò che può occorrergli da fabbriche rispettabili. I profughi qui sono classificati come un intruso, che venga a turbare la pace domestica, dobbiamo elemosinare, di famiglia in famiglia per mangiare, le quali famiglie, quando trattasi di profughi, aumentano il prezzo ingordamente”. (Ceschin, Storie della Grande Guerra).
Tenendo debitamente conto di qualche esagerazione, perché tali lettere erano tese ad ottenere un trasferimento in altre località o un aumento del sussidio giornaliero, la descrizione offerta non si allontana molto dalla dura realtà di quel tempo. Comunque, “L'insufficienza del sussidio ordinario per far fronte alle necessità quotidiane e l'aumento del prezzo dei generi alimentari erano tra gli elementi più ricorrenti in queste lettere”, rileva Ceschin.
Speriamo che questa nostra segnalazione dia lo spunto agli amici storici locali per approfondire tali inediti aspetti.
Nicola D’Adamo

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