di Lino
Spadaccini
Gli effetti
della Rivoluzione francese produsse notevoli cambiamenti alla stampa europea.
Se da una si registrò la nascita di molti giornali con l’intento di creare una
forte opinione contraria alle idee rivoluzionarie di Napoleone, dall’altra
parte, in Francia e nei paesi francofoni, la stampa venne intesa come strumento
di potere: un mezzo in mano al governo per la diffusione dei decreti, la
divulgazione delle proprie vittorie e, soprattutto, un mezzo assai efficace per
orientare l’opinione pubblica verso le proprie ideologie.
Anche in
Italia, alla fine del ‘700, nacquero molti giornali francofoni, mentre altre
testate, come il Monitore Italiano, fondato da Melchiorre Gioia e Ugo
Foscolo, vennero soppresse dopo l’uscita di pochi numeri, per evitare il
diffondersi di idee liberali, di
rivolta contro la repubblica e contro i paesi
alleati. Altri giornali, al contrario, continuarono la loro diffusione
clandestinamente.
Il decreto
napoleonico del 4 aprile 1804, sancì la fine della libertà di stampa, in quanto
i giornali vennero sottoposti alla censura preventiva. Nell’articolo 10 del
decreto si leggeva: «È proibito stampare o far stampare qualunque cosa possa
infirmare i doveri dei sudditi verso il Sovrano e nuocere agli interessi dello
Stato». La prassi da seguire per la pubblicazione degli articoli, o dei
libri, era molto complessa e restrittiva: lo stampatore doveva fare una copia
dell’opera e passarla al prefetto, che a sua volta la inoltrava al ministro di
polizia generale. I testi venivano esaminati da censori, i quali ordinavano le
giuste correzioni da apportare, o la loro distruzione, nel qual caso gli autori
avessero rifiutato di eseguire gli ordini.
L’organo
ufficiale francese di stampa era rappresentato dal Moniteur, nel quale
lo stesso Napoleone scriveva o dettava gli articoli, e dove venivano riportati
i bollettini di guerra, che amplificavano le vittorie e minimizzavano le
sconfitte.
Le
conseguenze della politica napoleonica provocarono importanti cambiamenti nella
storia dei giornali, in quanto, a causa del ridotto spazio occupato dalla
politica e dal sociale, si riuscì a creare nuovi interessi nei lettori,
attraverso articoli di natura culturale, i cosiddetti feuilleton, che in un
certo senso segnarono la nascita della cosiddetta "terza pagina".
Nell’agosto
del 1810 un decreto di Napoleone stabilì
che in ogni dipartimento dell’Impero poteva essere stampato un solo giornale,
dietro revisione ed approvazione del Prefetto.
Anche a
Parma il prefetto Nardon si mise al lavoro ed ottenne da Parigi i permessi
necessari per la pubblicazione di un giornale nel Dipartimento del Taro.
Era dal 1796
che a Parma mancava un giornale, dopo la chiusura decretata dal Duca
Ferdinando, per far tacere ogni libera voce.Così, verso la fine del 1810, il
prefetto contattò lo stampatore Giovanni Carmignani, ed un letterato, Angelo
Pezzana, conosciuto ed apprezzato in città, per riprendere la pubblicazione
della Gazzetta di Parma.
Fondato nel
1735, la Gazzetta di Parma è uno dei
giornali più antichi d’Europa, e vanta il primato di essere il più antico
giornale d’Italia ancora attivo. A metà del '700 usciva con regolarità
riportando notizie da tutte le corti europee e talvolta anche da altri
continenti. Al 1760, all’epoca del
ministro DuTillot, uscì il primo numero con la testata Gazzetta di Parma, e dal 1772 al 1779 venne stampata dal famoso
tipografo Giovan Battista Bodoni.
Il primo
numero del giornale, diretto da Angelo Pezzana, venne dato alle stampe il 5
marzo 1811, col nome di Giornale del Taro.
Il giornale era bilingue, italiano e francese, si pubblicava due volte a
settimana il martedì ed il sabato, ed era stampato in 300 copie. I lettori del
giornale erano esclusivamente nobili e benestanti, i pochi dotti dotati di
un’adeguata istruzione, oltre al Sindaco di Parma e i sindaci di tutto il
dipartimento, il Vescovo e le altre autorità dipartimentali i quali erano
abbonati d’ufficio. Venti franchi era il prezzo dell’abbonamento annuale, dieci
in meno della Gazzetta di Genova,
come fece rilevare il Carmignani nel manifesto pubblicato il 9 febbraio 1812,
dove annunciava l’imminente uscita del nuovo giornale; per l’abbonamento
semestrale si spendevano 11 franchi, 6 per quello trimestrale.
L’impaginazione,
il formato ed il contenuto seguiva in linea di massima quello degli altri
giornali pubblicati nello stesso periodo. Nella prima pagina erano riportati
gli atti amministrativi del Dipartimento del Taro, seguiti dai decreti
imperiali. Poi venivano riportate le notizie di maggior interesse, come le
informazioni politiche e di guerra, tratte da altri giornali quali il Moniteur
ed il Journal de l’Empire in primis, seguiti da una serie di giornali
stranieri ed italiani quali la Gazzetta
di Genova, The Times, la Gazzetta di Francoforte ed il Monitore
italiano. Naturalmente, questi articoli, per così dire
"riproposti", venivano pubblicati con un certo ritardo rispetto al
loro accadimento.
Molti erano
anche gli articoli inviati dai letterati e dalle persone comuni, anche se non
tutto poteva essere pubblicato a causa di una censura molto severa, infatti, il
decreto del 3 febbraio 1811 e le istruzioni ministeriali, stabilirono che i
giornali di dipartimento fossero sottoposti al visto delle Autorità ed
all’esame dell’Ispettore dei libri e della stampa.
Ampio spazio
venne dato alle vicende familiari dell’Imperatore, con la cronaca quasi
giornaliera degli spostamenti, degli incontri e dei festeggiamenti a cui
prendeva parte egli stesso o la propria consorte. Uno spazio rilevante era
occupato dal Varietà, dalle notizie
letterarie, come la pubblicazione di poesie, sonetti, cronache di feste
mondane, recensioni di libri, curiosità scientifiche ed ancora, indovinelli,
sciarade e le lettere al compilatore, con il quale i lettori partecipavano
direttamente ai dibattiti culturali.
Il giornale
sovente veniva accompagnato da un Supplemento,
dapprima con l’intento di pubblicare un elenco di annunci, rigorosamente in
lingua francese, riguardanti aste, vendite ed espropriazioni, per poi lasciare
sempre più spazio alle notizie letterarie ed agli avvenimenti rilevanti della
quotidianità parmense.
Con le
dimissioni di Angelo Pezzana dalla direzione del Giornale del Taro, nel gennaio 1812,viene chiamato a sostituirlo,con
decreto di nomina,Domenico Rossetti, a cui viene riconosciuto uno stipendio di
500 franchi mensili pagati dallo stampatore.
Il
prestigioso nuovo incarico arriva al culmine della popolarità del Rossetti. La
scelta ricaduta sulla sua persona è stata dettata dalla consapevolezza di aver
trovato un uomo colto, ben visto negli ambienti letterati del dipartimento e,
soprattutto, fedele al governo francese. La notorietà del Rossetti ha raggiunto
il suo apice: i suoi illuminati discorsi pubblici, la brillante attività
forense e le numerose pubblicazioni poetiche l'hanno spinto ad un livello di
notorietà mai toccato prima, come dimostrato anche dal busto in cera, a
grandezza naturale, raffigurante il Rossetti, realizzato nel 1812 dallo
scultore parmigiano Stanislao Pescatori.
La
collaborazione del Rossetti con il Giornale
del Taro inizia con il numero del 1°
febbraio, ma la sua prima firma, sotto la voce "del compilatore", è del 7 marzo successivo, in calce ad una
recensione su una rappresentazione messa in scena dalla Comica Compagnia Bazzi.
Sotto la
guida del Rossetti risultano di particolare interesse gli articoli letterali,
artistici e di teatro, molti dei quali portano la sua stessa firma. Quasi in
ogni uscita è possibile leggere lunghi articoli caratterizzati da un’attenta e
puntuale esposizione agli spettacoli assistiti, con frequenti citazioni erudite
e commenti per i protagonisti: dall’autore del libretto al maestro compositore,
dall’argomento trattato nel testo alla passionalità dell’opera, dal primo fino
all’ultimo attore o ballerino sulla scena.
Per le opere
più importanti, le parole usate dal Rossetti sono cariche di passionalità ed
enfasi. Di fronte ad eccelse interpretazioni il poeta-giornalista esalta gli
attori, come ad esempio per la prima attrice Anna Maria Bazzi: «...nata per
offrirci quadri teatrali, che ci mostrano in lei un genio drammatico». Ma
il Rossetti si permette anche di bacchettarli o dare utili consiglii, come «...di
non coprirsi il volto colle mani nelle scene d’orrore, e di non mordersi le
dita nel trasporto dell’ira». Un altro esempio di critica diretta e
tagliente il letterato abruzzese lo riserva per l’attore della stessa Compagnia
Bazzi, invitandolo ad «astenersi per lo avvenire dal far sibilare tra denti
alcune parole proferite nell’impeto del furore».
Amante della
buona recitazione, il Rossetti spesso risulta duro con gli attori: «Il piano
di esse è stravolto, intralciato, inverosimile; i caratteri ne sono improprj, i
versi languidi e cascanti, le tenerezze triviali, e, per dir tutto in breve,
non v’ha nè il vero urto delle passioni, nè l’ordine, nè la dignita, nè la
robustezza tragica». In altro caso viene preso di mira l’autore del
libretto: «...noi non parleremo del merito poetico del libretto, poiché
l’autore mostra d’ignorare tutti i precetti dell’arte drammatica, e di non aver
posto mai piede entro la sfera del teatro musicale».
Non mancano
alcune recensioni redatte direttamente in lingua francese, come ad esempio
quello dell’ottobre 1812, in occasione della rappresentazione messa in scena
dalla compagnia francese diretta da MadamoiselleRaucourt «Le Dissipateur,
comédie en cinqactes, et en vers de Detouches».
Tra le tante
recensioni proposte dal direttore del giornale, merita attenzione quello
pubblicato il 7 novembre del 1812, in quanto troviamo un Rossetti inedito alle
prese con il vernacolo napoletano, in un breve brano indirizzato al compositore
Gaetano Gioja, marito della Sirena Partenope, Teresa Gioja:
Deh, curri,
o Gioja mio, comme a lo viento,
Ca lo
Sebbetospenteca de pena;
Cchiunn’avarraje
la ntoscia, e lo tormiento
De no vedè
la Patria, e la Sirena:
Ogneammico
te chiamma, ognepariento
A cchilla
bella ncantatrice scena,
Addò
Virgilio giace, addòSorriento
Mmannò lo
Tasso piccirillo appena,
O Cuccopinto
mio...
Altro
articolo interessante è quello scritto per la rappresentazione del 28 marzo
1812 andato in scena presso il teatro privato eretto nella casa Malaspina-Del
Monte. L’opera rappresentata è Pasquale,
ovvero il Postiglione Burlato, del marchese Francesco Capacelli e F.
Malaspina, ridotto in un atto da Filippo Pallavicino, su musica del maestro
Giuseppe Alinovi. «Il Signor Alinovi – scrive il Rossetti – è un
compositor di musica pieno di genio e di gusto. Ogni moto del cuore umano è
segnato da lui colla maggior diligenze ed espresso con molta energia. La scena
non languisce mai, e gli ascoltanti non possono non trasformarsi in tutte le
sembianze diquelle passioni, delle quali anima le sue eloquenti note. La
sinfonia, le arie, i duetti, i terzetti, il quintetto, e sin il finale
dell’Opera, sforzano gli applausi dell’uditorio».
Il Rossetti
rimane estasiato dall’opera dell’Alinovi, tanto da scrivere una lunga lettera,
pubblicata alcuni giorni più tardi, all’illustre filarmonico Angelo Bianchi,
dimorante a Piacenza. Nell’articolo citato, come nella stessa lettera, vengono
esaltate le doti canore della soprano Maddalena Grassi, che il Rossetti conosce
già molto bene, in quanto, come abbiamo ricordato in altra occasione, ricoprì
il ruolo di Sofonisba, nell’omonima opera musicata dal maestro Ferdinando Paër.
«Che dirò ora della Sig. Maddalena Grassi, la quale sostiene le parti di
prima Donna in questo melodramma? – scrive il Rossetti all’amico Bianchi – Le
pubbliche dimostranze d’ammirazione, ch’ella ottenne dalla Patria la prima
fiata, che comparve nella scenica palestra, parlano abbastanza a suo favore.Voi
vi compiaceste in quel tempo di vederla divenuta l’idolo di tutti i cuori per
le milliflue tempre della sua voce, e pel suo savio costume...». E
continua: «Amico, la sua voce è ora piucchè mai bella, ferma, intonata,
agile, estesa. Ella ha continuato ad esercitarla nel silenzio e nella
solitudine delle sue dimestiche pareti. Canta con intelligenza; da il giusto
valore ad ogni nota; sembra, che non prenda mai fiato; unisce e lega sì
maestrevolmente il suono delle sue labbra all’accompagnamento degli strumenti,
che dalla loro unione ne risulta una sola melodia».
Uno spazio
importante nelle pagine del giornale è rappresentato dalla pubblicazione di
poesie, molte delle quali dello stesso Domenico Rossetti, e molte altre di
insigni letterati, tra i quali ricordiamo Giuseppe Adorni, in quanto sarà
proprio lui, nell’aprile del 1814 a sostituire il Rossetti alla direzione del
giornale.
Nei primi
mesi di direzione, Domenico pubblica anche tre poesie del fratello Gabriele. La
prima, presente sul numero del 13 giugno 1812, è un Epigramma dal titolo La
volubilità punita, a firma Gabriello
Rossetti fratello del Compilatore:
Vidi di
Fille i rai,
E un giorno
intero amai;
Per la
furbetta Aurora
Arsi
soltanto un’ora.
Mirai
Nigella, e amante
Ne fui per
un istante.
Oh non ti
avessi mai vista, o Lisetta!
Senza le tue
pupille
Non
avrebbero ancor la loro vendetta
Nigella,
Aurora, e Fille:
Tu sol
punisti il genio mio vagante
Di quel
giorno, quell’ora, e quell’istante.
Sul numero
del 21 luglio dello stesso anno appare l’ode saffica Pel fausto ritorno da
Parigi a Napoli di S. E. Duca di Campochiaro, Ministro di Polizia del Regno
di Napoli. In calce alla poesia, Domenico presenta la figura di Ottavio Mormile
Duca di Campochiaro, con toni più che encomiastici: «Egli trae da remoti
secoli una non mai interrotta vena d’illustre e generoso sangue: è caro alla
Patria e al trono, a pro di cui sacrificherebbe all’uopo le fortune, e la vita.
Pieno di cuore e di mente raccoglie all’ombra del suo patrocinio le arti
divine, e vagheggia se stesso ne’ felici ingegni». Domenico, chiude il
breve intervento accennando al fratello minore: «La poesia, che abbiamo qui
sopra inserita, è di un giovane Poeta: noi ci dispenseremo dal darne un
giudizio, per non far nascere forse un sospetto di parzialità, essendo natural
costume d’un fratello il riguardar con affetto e con passione i parti
dell’ingegno dell’altro: ne giudichi il Pubblico imparziale».
Lo stesso
Domenico Rossetti, nell’agosto successivo, pubblica un’ode saffica dedicata al
Duca di Campochiaro, come da sollecitazione dello stesso fratello Gabriele, che
in una lettera indirizzata al fratello, lo prega di pubblicare al più presto
l’ode in onore di quel personaggio importante ed influente, che avrebbe potuto
aiutarlo nella definitiva archiviazione dall’accusa di diserzione. Per rimanere
ancora sull’argomento, e per dare una spinta maggiore allo scopo prefissato, il
letterato vastese, nel settembre successivo pubblica una lunga lettera
"ricevuta", o forse studiata a tavolino, dal poeta e letterato Smeraldo Benelli.
L’ultima
poesia di Gabriele, un sonetto Pel ritorno sospirato da Parigi a Napoli di
S. E. la Signora Duchessa di Campochiaro, appare sul n. 52 del 29 agosto successivo:
Chi fia
Costei, che giunge a questa riva
Nobile al
par di Giuno, e non altera!
Bella al par
di Ciprigna, e non lasciva!
Saggia al
par di Minerva, e non austera!
Chi fia?… ma
forse… è dessa sì, che arriva,
Qual Dea che
accorre alla virtù che spera:
È dessa, è
dessa; e la Mormilia Diva,
Che in
fronte ha un astro, che sull’alme impera.
Ravviso il
ciglio dolcemente scaltro,
Ravviso, ah
salve, amore degli Avi Eroi,
Salve o
stupor d’un sesso, onor dell’altro.
Dei
tutelari, a queste piagge amene
Serbate
ognor l’immagine di voi:
Disse il
Sebeto, e poi baciò le arene.
Nel corso
del 1813, il Rossetti scrive versi estemporanei per la prematura scomparsa di
Giovanetta Paganino, figlia primogenita dell’amico ed editore Giuseppe.
Nonostante i versi siano stati scritti ad aprile, verranno pubblicati soltanto
nel gennaio dell’anno successivo e dedicati a Don Giovanni Agostino Paganino,
canonico di S. Salvatore di Lavagna, fratello dell'editore.
Durante il
periodo della compilazione del Giornale
del Taro, il Rossetti matura l’idea di raccogliere le numerose poesie
scritte in una raccolta antologica divisa in due volume, anticipata da una
biografia dell'autore.
Il primo
volume dell’opera, stampata dai torchi di Giuseppe Paganino in 3000 esemplari,
è dedicata ancora una volta all’amico Angelo Bianchi, che in tante occasione
aveva incitato il Rossetti a coltivare la nobile arte della poesia: «D’altronde
e come mai potrei io dubitare, se Voi sempre propenso a favorirmi deste le
cento volte eccitamento e coraggio alla mia Musa, perché una gran parte di
questi Versi cantasse, e con generose dimostrazioni di aggradimento inchinaste
l’orecchio ad udirla?».
Il Bianchi
si era da poco trasferito a Piacenza dopo la morte della moglie, ma il legame
con il Rossetti era ancora forte, in particolare proprio verso la moglie, la
signora Margherita Tagliaferri, considerata quasi una seconda Madre «avendola
io persino veduta piangere alle mie ingiuste disavventure, ed esultare di vera
giojaa’ miei costanti trionfi».
La scelta
delle poesie fatta dall’autore non è strettamente cronologica: poesie inedite
si alternato ad opere edite, alle composizioni giovanili estemporanee si
contrappongono quelle più mature e impegnate; per quanto riguarda gli argomenti
trattati si passa dalla poesia encomiastica, celebrativa e d’occasione, che
serviva soprattutto per esaltare il potere e le virtù di un personaggio
politico, ai temi religiosi, come per la nascita o la morte del Redentore,
oppure su un quadro rappresentante S. Giuseppe, dagli avvenimenti straordinari
come l’apparizione della cometa del 1811, ed ancora per nascite, battesimi,
onomastici e commemorazioni funebri, senza tralasciare le opere più importanti
e mature come La notte e il Bucentoro e la regatta.
Nel 1814, a
seguito di disastrosi rovesci militari, Napoleone viene deposto e sul trono di
Francia s'insedia Luigi XVIII di Borbone.
Il 9
febbraio dello stesso anno, un corpo di cavalieri ungheresi entra a Parma. Il
giorno successivo entra in città il generale austriaco Nugent con un numeroso
corpo di fanteria e cavalleria, ed il 14 febbraio stabilisce un governo
provvisorio presieduto dal marchese Cesare Ventura, dal conte Filippo
Magauli-Cerati e dal marchese Casimiro Melilupi di Soragna.
Tre giorni
più tardi il Nugent diffonde un manifesto dove incita il popolo italiano a
mostrare il proprio orgoglio arruolandosi per formare l’Armata Italiana, con il comando affidato ai generali di maggior
rango o di anzianità, risultanti dalle liste di arruolamento. Ma leggiamo
alcuni stralci del documento: «Nella gran
lotta, che impegna le forze tutte dell’Europa sul teatro della guerra, l’Italia
si appresenta in una crisi la più importante per gli ultimi suoi destini…
Si, siete voi, o Soldati figli di
questa terra tanto famosa… che chiama la Patria onde sostenere al cospetto del
Mondo la causa più sacra de’ vostri diritti, quella della indipendenza
nazionale.
Cessi una volta, Soldati, la vostra
servitù; cessi l’Italiano di versare il suo sangue per servire alla vorace
ambizione degli stranieri…
No, Italiani, non è questo lo scopo
delle Potenze Coalizzate… un corpo solo, una sola nazione degna del rispetto
dei suoi vicini… È a quest’oggetto, che in nome delle Potenze Alleate sono
disceso alle disposizioni che leggerete qui appiedi; e vegga così ogni Militare
che abbandonando le file nemiche concorre a difendere i suoi più cari
interessi…
Soldati! È in voi che confida
l’Italia. Mostratevi degni del vostro nome, della memoria dei vostri padri.
Ricordatevi che un Popolo non può lusingarsi della sua indipendenza, che quando
i suoi bravi spieghino uniti e armati la loro attitudine vigorosa sotto la
guida di Capi Nazionali. Senza unione, senza armate non avvi patria, non
libertà civile, non vi sono diritti ma invece non può una nazione che attendere
la schiavitù dal dispotismo degli stranieri. Voi provaste pur troppo, Italiani
gli effetti tremendi di questa verità; e le piaghe… che tuttora mostra la
vostra Patria… bastino ad infiammare il sentimento, che debbe sentire ciascuno
di voi, che sarà il vessillo dell’onore e della felicità, della rigenerazione
dell’Italia». A seguire i
dodici articoli con le modalità di arruolamento all’Armata Italiana.
L’ultimo
numero del Giornale del Taro esce l’8
febbraio 1814, e con il numero del 15 febbraio il giornale riprende l’antico
nome di Gazzetta di Parma.
Seguono
settimane di confusione con repentini cambiamenti politici: i francesi rientrano
a Parma il 2 marzo successivo tra le acclamazioni di giubilo della folla,
causando una perdita di 600 uomini e 1700 prigionieri all’esercito del generale
Nugent. Il 9 marzo l’esercito austro-britannico-napoletano riprende possesso
della città, viene ripristinato il governo provvisorio presieduto dal conte
Ventura e la Gazzetta di Parma torna
in distribuzione con il numero del 15 marzo, ancora sotto la direzione del
Rossetti.
Con il nuovo
governo, il giornale assume un logico cambiamento di direzione politica. Ormai
per il Rossetti sono le ultime settimane alla guida del giornale, in quanto da
lì a breve, agli inizi di aprile dello stesso anno, lascerà la Gazzetta, per essere sostituito dal poeta
e letterato Giuseppe Adorni.
L’ultimo
numero del giornale diretto dal Rossetti è il n. 24, o forse il successivo del
2 aprile, ma nel Supplemento al n. 24, il poeta vastese firma il suo ultimo
articolo: Il Compilatore Avvocato
Domenico Rossetti Napoletano. Nell'articolo,
il Rossetti descrisse la festa svolta il 25 marzo in occasione dell’onomastico
del Re delle Due Sicilie Gioacchino Murat. Leggiamo alcuni stralci per capire
meglio quanto stava accadendo in città in quei giorni: «La guarnigione di
questa Città, composta di quattro squadroni del reggimento Ussari Radezki, del
reggimento di fanteria Ungherese di Bagnowski, di due battaglioni di fanteria
Inglese, della seconda brigata della prima divisione Napoletana formata del
terzo e quinto reggimento di fanteria in linea, e del terzo reggimento di
lancieri, vestita de’ suoi più ricchi uniformi, prese le armi; e dopo d’essere
stata passata in rivista dai rispettivi generali Austriaci e Napoletani, eseguì
con somma maestria diverse difficili evoluzioni in un vasto campo fuori della
porta Santacroce a diritta della via Emilia, che conduce al Taro. Questa
popolazione ammirò la brillante tenuta di queste truppe, e la loro solida
istruzione. Esse dopo di aver manovrato per lo spazio di tre ore colla massima
precisione, sfilarono davanti ai Signori Generali Nugent, Starhemberg,
Filangeri e Fontaine».
La sera
stessa, presso il Salone S. Paolo, intervennero ufficiali austriaci e
napoletani, insieme alla società bene parmense per assistere alla Cantata in onore di Gioacchino Murat,
musicata dal maestro Ferdinando Simonis, su versi dello stesso Rossetti. «Al
suono di tutta l’orchestra del teatro, e di tutta la eccellente banda militare
Austriaca – riferì il Rossetti nell'articolo – si dischiusero le porte
del magnifico Salone, il quale pareva, per così dire, la reggia del Sole, nè
cosa alcuna mancava in esso perchè gli spettatori avessero a credere, che ivi
fosse giorno. Allora tutte le Dame prese per mano, ciascuna o da un Generale, o
da un Ufficiale, o da qualche Autorità, od illustre Signore, andarono a
collocarsi ne’ luoghi assegnati loro, e vennero seguite poesie dagli uomini.
Dopo una scelta sinfonia si diede incominciamento alla Cantata, la quale
principiava con questi versi:
S’oda il
suon delle trombe guerriere
Non foriero
di stragi e d’orror,
Ma sia
Nunzio d’immenso piacere
A chi pregia
virtute ed onor.
Oggi nacque
quel Duce sì forte
Che di Marte
pareggia il valor,
Oggi nacque
l’Augusta Consorte,
del Sebeto
sostegni ed amor.
Il Genio del
Sebeto rappresentato dal già encomiato Signor Simonistessè le giuste lodi di
quel Monarca, e Partenope figurata dalla Signora Sofia Mayrtessè quelle della
degnissima Sposa di lui con alterni recitativi, che furono seguiti da un
duetto, dopo un elogio fatto agli Eroi Austriaci e Britannici co’ seguenti
versi:
Se di
Francesco il Grande,
E del
Danubio le falangi armate,
E d’Albion
gli Eroi
Pugnan col
nostro Sire oggi per noi,
Ammirerem
qual lampo
La Vittoria del
Ciel scender sul campo.
Le due parti
cantanti meritarono i plausi di quella scelta udienza; imperocchè la Signora
Mayr ad una voce argentea agile intonata seppe accoppiare tutto il fuoco
dell’espressione, ed il Signor Simonis, oltre alla sua conosciuta abilità nel
canto, ottenne i pieni suffragi, che si convenivano al merito d’aver composta
una musica originale. Questa Cantata terminò con un lusinghiero augurio di
pace:
Di pace
l’iride
Alfin
risplenda;
Veloce ed
ilari
Dal Ciel
discenda
L’invidiabile
Felicità».
È lo stesso
Rossetti ad ammettere la non felice vena poetica, essendo stato troppo limitato
a seguire lo spartito musicale.
Al termine
della Cantata il Generale Nugent
invitò i poeti presenti a celebrare con versi estemporanei le virtù del
Monarca, obbligati inizialmente a seguire le rime imposte dall’avvocato
Bertani, continuando a loro volta con libero metro. Balli e canti durarono fino
alle quattro del mattino, tra dolci, liquori, abbondanza di gelato ed altri
rinfreschi.
Rimasto
favorevolmente colpito dall’estro poetico e dalle capacità comunicative del
Rossetti, il generale Anton Starhemberg, in quelle settimane di permanenza
nella città parmigiana, propone al poeta vastese di seguirlo in Toscana
affidandogli il prestigioso incarico di Segretario generale. Il Rossetti
accetta di buon grado questa nuova esperienza: una scelta quantomeno
discutibile, secondo alcuni inappropriata,ma non è del tutto da escludere, che sia stata meditata e voluta, visto che avrà durata
molto breve e che lo vedrà addirittura sorvegliato speciale dallo stesso
governo austriaco.




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