martedì 2 agosto 2016

DOMENICO ROSSETTI (8^ puntata) "compilatore" del Giornale del Taro (Gazzetta di Parma)

di Lino Spadaccini

Gli effetti della Rivoluzione francese produsse notevoli cambiamenti alla stampa europea. Se da una si registrò la nascita di molti giornali con l’intento di creare una forte opinione contraria alle idee rivoluzionarie di Napoleone, dall’altra parte, in Francia e nei paesi francofoni, la stampa venne intesa come strumento di potere: un mezzo in mano al governo per la diffusione dei decreti, la divulgazione delle proprie vittorie e, soprattutto, un mezzo assai efficace per orientare l’opinione pubblica verso le proprie ideologie.
Anche in Italia, alla fine del ‘700, nacquero molti giornali francofoni, mentre altre testate, come il Monitore Italiano, fondato da Melchiorre Gioia e Ugo Foscolo, vennero soppresse dopo l’uscita di pochi numeri, per evitare il diffondersi di idee liberali, di
rivolta contro la repubblica e contro i paesi alleati. Altri giornali, al contrario, continuarono la loro diffusione clandestinamente.
Il decreto napoleonico del 4 aprile 1804, sancì la fine della libertà di stampa, in quanto i giornali vennero sottoposti alla censura preventiva. Nell’articolo 10 del decreto si leggeva: «È proibito stampare o far stampare qualunque cosa possa infirmare i doveri dei sudditi verso il Sovrano e nuocere agli interessi dello Stato». La prassi da seguire per la pubblicazione degli articoli, o dei libri, era molto complessa e restrittiva: lo stampatore doveva fare una copia dell’opera e passarla al prefetto, che a sua volta la inoltrava al ministro di polizia generale. I testi venivano esaminati da censori, i quali ordinavano le giuste correzioni da apportare, o la loro distruzione, nel qual caso gli autori avessero rifiutato di eseguire gli ordini.
L’organo ufficiale francese di stampa era rappresentato dal Moniteur, nel quale lo stesso Napoleone scriveva o dettava gli articoli, e dove venivano riportati i bollettini di guerra, che amplificavano le vittorie e minimizzavano le sconfitte.
Le conseguenze della politica napoleonica provocarono importanti cambiamenti nella storia dei giornali, in quanto, a causa del ridotto spazio occupato dalla politica e dal sociale, si riuscì a creare nuovi interessi nei lettori, attraverso articoli di natura culturale, i cosiddetti feuilleton, che in un certo senso segnarono la nascita della cosiddetta "terza pagina".
Nell’agosto del 1810 un decreto di Napoleone  stabilì che in ogni dipartimento dell’Impero poteva essere stampato un solo giornale, dietro revisione ed approvazione del Prefetto.
Anche a Parma il prefetto Nardon si mise al lavoro ed ottenne da Parigi i permessi necessari per la pubblicazione di un giornale nel Dipartimento del Taro.
Era dal 1796 che a Parma mancava un giornale, dopo la chiusura decretata dal Duca Ferdinando, per far tacere ogni libera voce.Così, verso la fine del 1810, il prefetto contattò lo stampatore Giovanni Carmignani, ed un letterato, Angelo Pezzana, conosciuto ed apprezzato in città, per riprendere la pubblicazione della Gazzetta di Parma.
Fondato nel 1735, la Gazzetta di Parma è uno dei giornali più antichi d’Europa, e vanta il primato di essere il più antico giornale d’Italia ancora attivo. A metà del '700 usciva con regolarità riportando notizie da tutte le corti europee e talvolta anche da altri continenti.  Al 1760, all’epoca del ministro DuTillot, uscì il primo numero con la testata Gazzetta di Parma, e dal 1772 al 1779 venne stampata dal famoso tipografo Giovan Battista Bodoni. 
Il primo numero del giornale, diretto da Angelo Pezzana, venne dato alle stampe il 5 marzo 1811, col nome di Giornale del Taro. Il giornale era bilingue, italiano e francese, si pubblicava due volte a settimana il martedì ed il sabato, ed era stampato in 300 copie. I lettori del giornale erano esclusivamente nobili e benestanti, i pochi dotti dotati di un’adeguata istruzione, oltre al Sindaco di Parma e i sindaci di tutto il dipartimento, il Vescovo e le altre autorità dipartimentali i quali erano abbonati d’ufficio. Venti franchi era il prezzo dell’abbonamento annuale, dieci in meno della Gazzetta di Genova, come fece rilevare il Carmignani nel manifesto pubblicato il 9 febbraio 1812, dove annunciava l’imminente uscita del nuovo giornale; per l’abbonamento semestrale si spendevano 11 franchi, 6 per quello trimestrale.
L’impaginazione, il formato ed il contenuto seguiva in linea di massima quello degli altri giornali pubblicati nello stesso periodo. Nella prima pagina erano riportati gli atti amministrativi del Dipartimento del Taro, seguiti dai decreti imperiali. Poi venivano riportate le notizie di maggior interesse, come le informazioni politiche e di guerra, tratte da altri giornali quali il Moniteur ed il Journal de l’Empire in primis, seguiti da una serie di giornali stranieri ed italiani quali la Gazzetta di Genova, The Times, la Gazzetta di Francoforte ed il Monitore italiano. Naturalmente, questi articoli, per così dire "riproposti", venivano pubblicati con un certo ritardo rispetto al loro accadimento.
Molti erano anche gli articoli inviati dai letterati e dalle persone comuni, anche se non tutto poteva essere pubblicato a causa di una censura molto severa, infatti, il decreto del 3 febbraio 1811 e le istruzioni ministeriali, stabilirono che i giornali di dipartimento fossero sottoposti al visto delle Autorità ed all’esame dell’Ispettore dei libri e della stampa.
Ampio spazio venne dato alle vicende familiari dell’Imperatore, con la cronaca quasi giornaliera degli spostamenti, degli incontri e dei festeggiamenti a cui prendeva parte egli stesso o la propria consorte. Uno spazio rilevante era occupato dal Varietà, dalle notizie letterarie, come la pubblicazione di poesie, sonetti, cronache di feste mondane, recensioni di libri, curiosità scientifiche ed ancora, indovinelli, sciarade e le lettere al compilatore, con il quale i lettori partecipavano direttamente ai dibattiti culturali.
Il giornale sovente veniva accompagnato da un Supplemento, dapprima con l’intento di pubblicare un elenco di annunci, rigorosamente in lingua francese, riguardanti aste, vendite ed espropriazioni, per poi lasciare sempre più spazio alle notizie letterarie ed agli avvenimenti rilevanti della quotidianità parmense.

Con le dimissioni di Angelo Pezzana dalla direzione del Giornale del Taro, nel gennaio 1812,viene chiamato a sostituirlo,con decreto di nomina,Domenico Rossetti, a cui viene riconosciuto uno stipendio di 500 franchi mensili pagati dallo stampatore.
Il prestigioso nuovo incarico arriva al culmine della popolarità del Rossetti. La scelta ricaduta sulla sua persona è stata dettata dalla consapevolezza di aver trovato un uomo colto, ben visto negli ambienti letterati del dipartimento e, soprattutto, fedele al governo francese. La notorietà del Rossetti ha raggiunto il suo apice: i suoi illuminati discorsi pubblici, la brillante attività forense e le numerose pubblicazioni poetiche l'hanno spinto ad un livello di notorietà mai toccato prima, come dimostrato anche dal busto in cera, a grandezza naturale, raffigurante il Rossetti, realizzato nel 1812 dallo scultore parmigiano Stanislao Pescatori.
La collaborazione del Rossetti con il Giornale del Taro inizia con il numero del  1° febbraio, ma la sua prima firma, sotto la voce "del compilatore", è del 7 marzo successivo, in calce ad una recensione su una rappresentazione messa in scena dalla Comica Compagnia Bazzi.

Sotto la guida del Rossetti risultano di particolare interesse gli articoli letterali, artistici e di teatro, molti dei quali portano la sua stessa firma. Quasi in ogni uscita è possibile leggere lunghi articoli caratterizzati da un’attenta e puntuale esposizione agli spettacoli assistiti, con frequenti citazioni erudite e commenti per i protagonisti: dall’autore del libretto al maestro compositore, dall’argomento trattato nel testo alla passionalità dell’opera, dal primo fino all’ultimo attore o ballerino sulla scena.
Per le opere più importanti, le parole usate dal Rossetti sono cariche di passionalità ed enfasi. Di fronte ad eccelse interpretazioni il poeta-giornalista esalta gli attori, come ad esempio per la prima attrice Anna Maria Bazzi: «...nata per offrirci quadri teatrali, che ci mostrano in lei un genio drammatico». Ma il Rossetti si permette anche di bacchettarli o dare utili consiglii, come «...di non coprirsi il volto colle mani nelle scene d’orrore, e di non mordersi le dita nel trasporto dell’ira». Un altro esempio di critica diretta e tagliente il letterato abruzzese lo riserva per l’attore della stessa Compagnia Bazzi, invitandolo ad «astenersi per lo avvenire dal far sibilare tra denti alcune parole proferite nell’impeto del furore».
Amante della buona recitazione, il Rossetti spesso risulta duro con gli attori: «Il piano di esse è stravolto, intralciato, inverosimile; i caratteri ne sono improprj, i versi languidi e cascanti, le tenerezze triviali, e, per dir tutto in breve, non v’ha nè il vero urto delle passioni, nè l’ordine, nè la dignita, nè la robustezza tragica». In altro caso viene preso di mira l’autore del libretto: «...noi non parleremo del merito poetico del libretto, poiché l’autore mostra d’ignorare tutti i precetti dell’arte drammatica, e di non aver posto mai piede entro la sfera del teatro musicale».
Non mancano alcune recensioni redatte direttamente in lingua francese, come ad esempio quello dell’ottobre 1812, in occasione della rappresentazione messa in scena dalla compagnia francese diretta da MadamoiselleRaucourt «Le Dissipateur, comédie en cinqactes, et en vers de Detouches».
Tra le tante recensioni proposte dal direttore del giornale, merita attenzione quello pubblicato il 7 novembre del 1812, in quanto troviamo un Rossetti inedito alle prese con il vernacolo napoletano, in un breve brano indirizzato al compositore Gaetano Gioja, marito della Sirena Partenope, Teresa Gioja:

Deh, curri, o Gioja mio, comme a lo viento,
Ca lo Sebbetospenteca de pena;
Cchiunn’avarraje la ntoscia, e lo tormiento
De no vedè la Patria, e la Sirena:
Ogneammico te chiamma, ognepariento
A cchilla bella ncantatrice scena,
Addò Virgilio giace, addòSorriento
Mmannò lo Tasso piccirillo appena,
O Cuccopinto mio...

Altro articolo interessante è quello scritto per la rappresentazione del 28 marzo 1812 andato in scena presso il teatro privato eretto nella casa Malaspina-Del Monte. L’opera rappresentata è  Pasquale, ovvero il Postiglione Burlato, del marchese Francesco Capacelli e F. Malaspina, ridotto in un atto da Filippo Pallavicino, su musica del maestro Giuseppe Alinovi. «Il Signor Alinovi – scrive il Rossetti – è un compositor di musica pieno di genio e di gusto. Ogni moto del cuore umano è segnato da lui colla maggior diligenze ed espresso con molta energia. La scena non languisce mai, e gli ascoltanti non possono non trasformarsi in tutte le sembianze diquelle passioni, delle quali anima le sue eloquenti note. La sinfonia, le arie, i duetti, i terzetti, il quintetto, e sin il finale dell’Opera, sforzano gli applausi dell’uditorio».
Il Rossetti rimane estasiato dall’opera dell’Alinovi, tanto da scrivere una lunga lettera, pubblicata alcuni giorni più tardi, all’illustre filarmonico Angelo Bianchi, dimorante a Piacenza. Nell’articolo citato, come nella stessa lettera, vengono esaltate le doti canore della soprano Maddalena Grassi, che il Rossetti conosce già molto bene, in quanto, come abbiamo ricordato in altra occasione, ricoprì il ruolo di Sofonisba, nell’omonima opera musicata dal maestro Ferdinando Paër. «Che dirò ora della Sig. Maddalena Grassi, la quale sostiene le parti di prima Donna in questo melodramma? – scrive il Rossetti all’amico Bianchi – Le pubbliche dimostranze d’ammirazione, ch’ella ottenne dalla Patria la prima fiata, che comparve nella scenica palestra, parlano abbastanza a suo favore.Voi vi compiaceste in quel tempo di vederla divenuta l’idolo di tutti i cuori per le milliflue tempre della sua voce, e pel suo savio costume...». E continua: «Amico, la sua voce è ora piucchè mai bella, ferma, intonata, agile, estesa. Ella ha continuato ad esercitarla nel silenzio e nella solitudine delle sue dimestiche pareti. Canta con intelligenza; da il giusto valore ad ogni nota; sembra, che non prenda mai fiato; unisce e lega sì maestrevolmente il suono delle sue labbra all’accompagnamento degli strumenti, che dalla loro unione ne risulta una sola melodia».
Uno spazio importante nelle pagine del giornale è rappresentato dalla pubblicazione di poesie, molte delle quali dello stesso Domenico Rossetti, e molte altre di insigni letterati, tra i quali ricordiamo Giuseppe Adorni, in quanto sarà proprio lui, nell’aprile del 1814 a sostituire il Rossetti alla direzione del giornale.
Nei primi mesi di direzione, Domenico pubblica anche tre poesie del fratello Gabriele. La prima, presente sul numero del 13 giugno 1812, è un Epigramma dal titolo La volubilità punita, a firma Gabriello Rossetti fratello del Compilatore:

Vidi di Fille i rai,
E un giorno intero amai;
Per la furbetta Aurora
Arsi soltanto un’ora.
Mirai Nigella, e amante
Ne fui per un istante.
Oh non ti avessi mai vista, o Lisetta!
Senza le tue pupille
Non avrebbero ancor la loro vendetta
Nigella, Aurora, e Fille:
Tu sol punisti il genio mio vagante
Di quel giorno, quell’ora, e quell’istante.

Sul numero del 21 luglio dello stesso anno appare l’ode saffica Pel fausto ritorno da Parigi a Napoli di S. E. Duca di Campochiaro, Ministro di Polizia del Regno di Napoli. In calce alla poesia, Domenico presenta la figura di Ottavio Mormile Duca di Campochiaro, con toni più che encomiastici: «Egli trae da remoti secoli una non mai interrotta vena d’illustre e generoso sangue: è caro alla Patria e al trono, a pro di cui sacrificherebbe all’uopo le fortune, e la vita. Pieno di cuore e di mente raccoglie all’ombra del suo patrocinio le arti divine, e vagheggia se stesso ne’ felici ingegni». Domenico, chiude il breve intervento accennando al fratello minore: «La poesia, che abbiamo qui sopra inserita, è di un giovane Poeta: noi ci dispenseremo dal darne un giudizio, per non far nascere forse un sospetto di parzialità, essendo natural costume d’un fratello il riguardar con affetto e con passione i parti dell’ingegno dell’altro: ne giudichi il Pubblico imparziale».
Lo stesso Domenico Rossetti, nell’agosto successivo, pubblica un’ode saffica dedicata al Duca di Campochiaro, come da sollecitazione dello stesso fratello Gabriele, che in una lettera indirizzata al fratello, lo prega di pubblicare al più presto l’ode in onore di quel personaggio importante ed influente, che avrebbe potuto aiutarlo nella definitiva archiviazione dall’accusa di diserzione. Per rimanere ancora sull’argomento, e per dare una spinta maggiore allo scopo prefissato, il letterato vastese, nel settembre successivo pubblica una lunga lettera "ricevuta", o forse studiata a tavolino, dal poeta e letterato  Smeraldo Benelli.
L’ultima poesia di Gabriele, un sonetto Pel ritorno sospirato da Parigi a Napoli di S. E. la Signora Duchessa di Campochiaro, appare sul n. 52 del 29 agosto successivo:

Chi fia Costei, che giunge a questa riva
Nobile al par di Giuno, e non altera!
Bella al par di Ciprigna, e non lasciva!
Saggia al par di Minerva, e non austera!

Chi fia?… ma forse… è dessa sì, che arriva,
Qual Dea che accorre alla virtù che spera:
È dessa, è dessa; e la Mormilia Diva,
Che in fronte ha un astro, che sull’alme impera.

Ravviso il ciglio dolcemente scaltro,
Ravviso, ah salve, amore degli Avi Eroi,
Salve o stupor d’un sesso, onor dell’altro.

Dei tutelari, a queste piagge amene
Serbate ognor l’immagine di voi:
Disse il Sebeto, e poi baciò le arene.

Nel corso del 1813, il Rossetti scrive versi estemporanei per la prematura scomparsa di Giovanetta Paganino, figlia primogenita dell’amico ed editore Giuseppe. Nonostante i versi siano stati scritti ad aprile, verranno pubblicati soltanto nel gennaio dell’anno successivo e dedicati a Don Giovanni Agostino Paganino, canonico di S. Salvatore di Lavagna, fratello dell'editore.
Durante il periodo della compilazione del Giornale del Taro, il Rossetti matura l’idea di raccogliere le numerose poesie scritte in una raccolta antologica divisa in due volume, anticipata da una biografia dell'autore.
Il primo volume dell’opera, stampata dai torchi di Giuseppe Paganino in 3000 esemplari, è dedicata ancora una volta all’amico Angelo Bianchi, che in tante occasione aveva incitato il Rossetti a coltivare la nobile arte della poesia: «D’altronde e come mai potrei io dubitare, se Voi sempre propenso a favorirmi deste le cento volte eccitamento e coraggio alla mia Musa, perché una gran parte di questi Versi cantasse, e con generose dimostrazioni di aggradimento inchinaste l’orecchio ad udirla?».
Il Bianchi si era da poco trasferito a Piacenza dopo la morte della moglie, ma il legame con il Rossetti era ancora forte, in particolare proprio verso la moglie, la signora Margherita Tagliaferri, considerata quasi una seconda Madre «avendola io persino veduta piangere alle mie ingiuste disavventure, ed esultare di vera giojaa’ miei costanti trionfi».
La scelta delle poesie fatta dall’autore non è strettamente cronologica: poesie inedite si alternato ad opere edite, alle composizioni giovanili estemporanee si contrappongono quelle più mature e impegnate; per quanto riguarda gli argomenti trattati si passa dalla poesia encomiastica, celebrativa e d’occasione, che serviva soprattutto per esaltare il potere e le virtù di un personaggio politico, ai temi religiosi, come per la nascita o la morte del Redentore, oppure su un quadro rappresentante S. Giuseppe, dagli avvenimenti straordinari come l’apparizione della cometa del 1811, ed ancora per nascite, battesimi, onomastici e commemorazioni funebri, senza tralasciare le opere più importanti e mature come La notte e il Bucentoro e la regatta.

Nel 1814, a seguito di disastrosi rovesci militari, Napoleone viene deposto e sul trono di Francia s'insedia Luigi XVIII di Borbone.
Il 9 febbraio dello stesso anno, un corpo di cavalieri ungheresi entra a Parma. Il giorno successivo entra in città il generale austriaco Nugent con un numeroso corpo di fanteria e cavalleria, ed il 14 febbraio stabilisce un governo provvisorio presieduto dal marchese Cesare Ventura, dal conte Filippo Magauli-Cerati e dal marchese Casimiro Melilupi di Soragna.
Tre giorni più tardi il Nugent diffonde un manifesto dove incita il popolo italiano a mostrare il proprio orgoglio arruolandosi per formare l’Armata Italiana, con il comando affidato ai generali di maggior rango o di anzianità, risultanti dalle liste di arruolamento. Ma leggiamo alcuni stralci del documento: «Nella gran lotta, che impegna le forze tutte dell’Europa sul teatro della guerra, l’Italia si appresenta in una crisi la più importante per gli ultimi suoi destini…
Si, siete voi, o Soldati figli di questa terra tanto famosa… che chiama la Patria onde sostenere al cospetto del Mondo la causa più sacra de’ vostri diritti, quella della indipendenza nazionale.
Cessi una volta, Soldati, la vostra servitù; cessi l’Italiano di versare il suo sangue per servire alla vorace ambizione degli stranieri…
No, Italiani, non è questo lo scopo delle Potenze Coalizzate… un corpo solo, una sola nazione degna del rispetto dei suoi vicini… È a quest’oggetto, che in nome delle Potenze Alleate sono disceso alle disposizioni che leggerete qui appiedi; e vegga così ogni Militare che abbandonando le file nemiche concorre a difendere i suoi più cari interessi…
Soldati! È in voi che confida l’Italia. Mostratevi degni del vostro nome, della memoria dei vostri padri. Ricordatevi che un Popolo non può lusingarsi della sua indipendenza, che quando i suoi bravi spieghino uniti e armati la loro attitudine vigorosa sotto la guida di Capi Nazionali. Senza unione, senza armate non avvi patria, non libertà civile, non vi sono diritti ma invece non può una nazione che attendere la schiavitù dal dispotismo degli stranieri. Voi provaste pur troppo, Italiani gli effetti tremendi di questa verità; e le piaghe… che tuttora mostra la vostra Patria… bastino ad infiammare il sentimento, che debbe sentire ciascuno di voi, che sarà il vessillo dell’onore e della felicità, della rigenerazione dell’Italia». A seguire i dodici articoli con le modalità di arruolamento all’Armata Italiana.

L’ultimo numero del Giornale del Taro esce l’8 febbraio 1814, e con il numero del 15 febbraio il giornale riprende l’antico nome di Gazzetta di Parma.
Seguono settimane di confusione con repentini cambiamenti politici: i francesi rientrano a Parma il 2 marzo successivo tra le acclamazioni di giubilo della folla, causando una perdita di 600 uomini e 1700 prigionieri all’esercito del generale Nugent. Il 9 marzo l’esercito austro-britannico-napoletano riprende possesso della città, viene ripristinato il governo provvisorio presieduto dal conte Ventura e la Gazzetta di Parma torna in distribuzione con il numero del 15 marzo, ancora sotto la direzione del Rossetti.
Con il nuovo governo, il giornale assume un logico cambiamento di direzione politica. Ormai per il Rossetti sono le ultime settimane alla guida del giornale, in quanto da lì a breve, agli inizi di aprile dello stesso anno, lascerà la Gazzetta, per essere sostituito dal poeta e letterato Giuseppe Adorni.
L’ultimo numero del giornale diretto dal Rossetti è il n. 24, o forse il successivo del 2 aprile, ma nel Supplemento al n. 24, il poeta vastese firma il suo ultimo articolo:  Il Compilatore Avvocato Domenico Rossetti Napoletano.  Nell'articolo, il Rossetti descrisse la festa svolta il 25 marzo in occasione dell’onomastico del Re delle Due Sicilie Gioacchino Murat. Leggiamo alcuni stralci per capire meglio quanto stava accadendo in città in quei giorni: «La guarnigione di questa Città, composta di quattro squadroni del reggimento Ussari Radezki, del reggimento di fanteria Ungherese di Bagnowski, di due battaglioni di fanteria Inglese, della seconda brigata della prima divisione Napoletana formata del terzo e quinto reggimento di fanteria in linea, e del terzo reggimento di lancieri, vestita de’ suoi più ricchi uniformi, prese le armi; e dopo d’essere stata passata in rivista dai rispettivi generali Austriaci e Napoletani, eseguì con somma maestria diverse difficili evoluzioni in un vasto campo fuori della porta Santacroce a diritta della via Emilia, che conduce al Taro. Questa popolazione ammirò la brillante tenuta di queste truppe, e la loro solida istruzione. Esse dopo di aver manovrato per lo spazio di tre ore colla massima precisione, sfilarono davanti ai Signori Generali Nugent, Starhemberg, Filangeri e Fontaine».
La sera stessa, presso il Salone S. Paolo, intervennero ufficiali austriaci e napoletani, insieme alla società bene parmense per assistere alla Cantata in onore di Gioacchino Murat, musicata dal maestro Ferdinando Simonis, su versi dello stesso Rossetti. «Al suono di tutta l’orchestra del teatro, e di tutta la eccellente banda militare Austriaca – riferì il Rossetti nell'articolo – si dischiusero le porte del magnifico Salone, il quale pareva, per così dire, la reggia del Sole, nè cosa alcuna mancava in esso perchè gli spettatori avessero a credere, che ivi fosse giorno. Allora tutte le Dame prese per mano, ciascuna o da un Generale, o da un Ufficiale, o da qualche Autorità, od illustre Signore, andarono a collocarsi ne’ luoghi assegnati loro, e vennero seguite poesie dagli uomini. Dopo una scelta sinfonia si diede incominciamento alla Cantata, la quale principiava con questi versi:

S’oda il suon delle trombe guerriere
Non foriero di stragi e d’orror,
Ma sia Nunzio d’immenso piacere
A chi pregia virtute ed onor.
Oggi nacque quel Duce sì forte
Che di Marte pareggia il valor,
Oggi nacque l’Augusta Consorte,
del Sebeto sostegni ed amor.

Il Genio del Sebeto rappresentato dal già encomiato Signor Simonistessè le giuste lodi di quel Monarca, e Partenope figurata dalla Signora Sofia Mayrtessè quelle della degnissima Sposa di lui con alterni recitativi, che furono seguiti da un duetto, dopo un elogio fatto agli Eroi Austriaci e Britannici co’ seguenti versi:

Se di Francesco il Grande,
E del Danubio le falangi armate,
E d’Albion gli Eroi
Pugnan col nostro Sire oggi per noi,
Ammirerem qual lampo
La Vittoria del Ciel scender sul campo.

Le due parti cantanti meritarono i plausi di quella scelta udienza; imperocchè la Signora Mayr ad una voce argentea agile intonata seppe accoppiare tutto il fuoco dell’espressione, ed il Signor Simonis, oltre alla sua conosciuta abilità nel canto, ottenne i pieni suffragi, che si convenivano al merito d’aver composta una musica originale. Questa Cantata terminò con un lusinghiero augurio di pace:

Di pace l’iride
Alfin risplenda;
Veloce ed ilari
Dal Ciel discenda
L’invidiabile
Felicità».

È lo stesso Rossetti ad ammettere la non felice vena poetica, essendo stato troppo limitato a seguire lo spartito musicale.
Al termine della Cantata il Generale Nugent invitò i poeti presenti a celebrare con versi estemporanei le virtù del Monarca, obbligati inizialmente a seguire le rime imposte dall’avvocato Bertani, continuando a loro volta con libero metro. Balli e canti durarono fino alle quattro del mattino, tra dolci, liquori, abbondanza di gelato ed altri rinfreschi.


Rimasto favorevolmente colpito dall’estro poetico e dalle capacità comunicative del Rossetti, il generale Anton Starhemberg, in quelle settimane di permanenza nella città parmigiana, propone al poeta vastese di seguirlo in Toscana affidandogli il prestigioso incarico di Segretario generale. Il Rossetti accetta di buon grado questa nuova esperienza: una scelta quantomeno discutibile, secondo alcuni inappropriata,ma non è del tutto da escludere, che sia stata meditata e voluta, visto che avrà durata molto breve e che lo vedrà addirittura sorvegliato speciale dallo stesso governo austriaco. 




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