Condannato a morte per calunnia ai tempi di Clemente XII (1737), affrontò il patibolo lanciando altri strali.
di GIUSEPPE CATANIA
Tra i personaggi che la storia vastese annovera, merita di essere ricordato il Conte Enrico Trivelli, non fosse altro che per le sua vita avventurosa, contrassegnata da una caparbietà astiosa che lo portò al patibolo, condannato per calunnia.
Nacque a Napoli, unico figlio maschio del
padre Giuseppe e dalla madre Leonilda Leone, nel 1710. A Napoli la famiglia si era trasferita per curare degli affari. Ebbe come precettore Padre Alessandro Pompeo Berti dei clerici Regolari della Madre Di Dio.
Dotato di spiccata intelligenza e votato alla poesia estemporanea, nel 1732 pubblicò una "Lettera Filologica" in due volumi di rime dal titolo "Poetica" che ebbe successo e suscitò l'ammirazione dei letterati dell'epoca, con dedica a Francesco Carafa principe di Colobrano.
Si trasferì a Roma e, sconsiderato come era iniziò a comporre poesie satiriche, una delle quali mise in ridicolo "Madama Cenci" ed il nipote di Papa Clemente XII. Si recò a Napoli, insofferente al clima ed alle abitudini del tempo a Vasto, allacciando amicizie con illustri personaggi e letterati famosi. I
n Arcadia assunse il nome di Idalsio.
Scrisse un componimento poetico che esaltava Papa Clemente XII con dedica al Cardinale Alvaro Cinfuegas e si accingeva a pubblicare un voluminoso "Canzoniere" e il "Discorso intorno all'arte poetica."
Rientrato a Roma,dopo aver stampato il componimento "Gianciteide", iniziò e cadere in disgrazia e venne accusato di calunnia, per aver offeso i familiari di Papa Clemente XII.
Venne rinchiuso, dopo essere stato arrestato, in una cella oscura e fra i tanti stenti e privazioni, soffrì anche la fame. Non si arrese nell'intento di lanciare strali poetici anche riferiti alla sua persona. In un sonetto, infatti, descrisse il suo stato di prigioniero.
La Corte è un arsenale, ed è una stanza
di nebbia, di miseria, e di rancore,
dove si vive sempre a crepacuore,
e non si mangia mai a crepapanza.
Corte sì, ma lunghissima speranza,
dove non è ne carità, ne amore
ivi son due sorelle a tutte l'ore
pochissima pietà, meno pietanza.
Se dal paziente Giobbe tribolato
ne volea Satanno fare acquisto,
dove metterlo in corte d'un prelato.
Chi entra in Corte vi diventa un tristo:
S. Pietro entrò in Corte di Pilato
una sol volta, e tre rinnegò Cristo!
Purtroppo la sua morte ormai era segnata e venne condannato alla ghigliottina.
All'annunzio della sua condanna, prima di salire sul patibolo, scrisse il suo testamento, non senza un contenuto satirico.
Poiché il mio caso è disperato affatto
Benché reo non sono io d'alcun delitto,
Or voglio fare un testamento esatto
Senza notar, per non pagar lo scritto.
L'anima in primis raccomando a Dio
E lasso il corpo alla gran madre antica;
A chi pormi nell'urna avrà fatica,
Lasso le scarpe ed il cappello mio.
Item lascio il pugnale al mio tutore,
Che lo difenderà nell'ore fosche,
E con questo solea ammazzar le mosche
Cesare Domiziano Imperatore.
Gli lascio un ferraiol di panno nero
Che mandato mi fu dall'Inghilterra
E se la mente mia forse non erra
Credo che fosse di Martin Lutero .
Due briciole di più, cotte e salate
Gli do con sette libbre di lombetto
e gli so dir che son di quel porchetto
Che andava appresso a Sant'Antonio Abate.
Gli lascio di prosciutti piena l'arca
Che dentro il Greco furon cotti allessi,
e gli giuro che son dei porci stessi
Che guardò Sisto quinto nella Marca .
Io lascio d'oro ad una mia cognata
un Crocifisso, che sicuro stia
Che è quello a cui solea orar Maria
Pria che fisse dall'Angelo annunziata.
E lascio pure ad un'amica un gallo;
Ma non lo mangi e l'abbia in devozione;
Quel di Cristo cantò nelle Passione
Dopo che Pietro ebbe commesso il fallo.
Lascio di San Giovanni al Parrocchiano
Cosa che diemmi di Porsenna il cuoco,
Che arrostita trovò cotta sul fuoco,
Ed è di Muzio Scevola la mano.
E lascio esecutor Testamentario
perché di ritrovar abbia la cura
II corpo mio in grembo alla natura,
Quel che fu l'inventor del Calendario!"
La mattina del 23 febbraio 1737 il Conte Enrico Trivelli venne condotto sulla piazza di Ponte Sant'Angelo per essere decapitato.
Nella Conforteria scrisse una lunga protesta con la dichiarazione della sua innocenza, tra cui:
"...dovendo ora partire da questo mondo visibile ed affrettarmi a quello dove domattina comincerò a pensare con altri pensieri, umili o ai piedi di Nostro Signore, il seguente componimento, ultimo lavoro del mio debolissimo ed affaticato ingegno: "Sommo Padre e Pastor Clemente in cui s'alzò natura e fé le prove estreme..." (seguitando per altri 240 versi...)
Venne giustiziato tra il compianto e le lacrime della numerosa folla che assisteva all'esecuzione inesorabile da Papa Clemente disposta.
Aveva 27 anni.
GIUSEPPE CATANIA
PROTESTA DEL CONTE ERRICO TRIVELLI
(scritta il 22 febbraio 1737).
Affinchè pubblicamente rimanga notizia di quei sentimenti coi quali Io, Conte Errico Trivelli Napolitano, sono vissuto in questo mondo per lo spazio di anni 27 dalla mia infelicissima vita circa la Religione, e per quello attiene al Capo Visibile della Medesima, Io, quantunque dalla terrena Giustizia mi trovi condannato alla morte, ritengo però sempre viva l'immagine che mi sta impressa nella anima col santo Battesimo, per la quale lo pretendo di gloriarmi, e di contraddistinguermi da coloro che Iddio non ha in tal guisa predestinati. E sebbene la mia morte, secondo l'annunzio poc'anzi fattomi, non perturbi la mia immaginazione, pure un sommo rammarico è quello che mi percuote lo spirito, ed è di dover essere creduto Uomo che di quella cognizione di cui Iddio mi ha fornito abbia fatto un pessimo uso. Ma ciò è lontano dalla verità; perché sebbene io abbia offeso Iddio più forse di tutti gli altri su questa terra, d'una sola colpa mi conosco innocente; cioè di aver stimato il Sommo Pontefice diversamente da quello che io dovevo. Contuttocciò giacché è piaciuto all'Altissimo Iddio dispositore delle vite, e delle fortune degli Uomini, di esporre a questo estremo cimento l'umana fragile mia tolleranza, ricevo questo supplizio con animo superiore alla stessa mortalità, né voglio che si creda che avendo il Mondo disprezzato me nella vita, nel punto di abbandonarlo io faccia una grande idea di lui, perché m'avvengo che nel breve tempo che mi vien prescritto, io debba recettare nella mia mente altri pensieri, e perciò dovendo io partire da questo mondo visibile ed affrettarmi a quello dove domattina comincerò a pensare con altri pensieri; perciò io umilio a' piedi di N.S. il seguente componimento che è stato l'ultimo lavoro del mio debolissimo et affaticato ingegno in queste carceri.

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