di Lino Spadaccini
Un’antica tradizione carnascialesca molto seguita e apprezzata era "Lu
Bballe mîte" (Il Ballo muto), una specie di quadriglia, ben strutturata
che veniva eseguita a suon di organetto da un gruppo di soli uomini,
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alcuni di
quali vestiti da donna.
"Per l'arrivo del ballo dei
fidanzati la chiassuola è in festa", sono queste le parole del poeta e
pittore vastese Carlo Palmili, che ci ha lasciato una suggestiva descrizione
della festa ed uno spaccato di vita del centro storico vastese, verso la fine
degli anni '40. Ed ancora: "Dovunque
si vedono preparativi di comari, di fidanzate, che corrono indaffarate or da
questa or da quella parte. Le fanciulle, tutte azzimate, attendono impazienti
l'arrivo delle maschere. Restiamo in attesa anche noi; mentre ammiriamo, seduta
dinanzi ad una umile casetta, una giovane bellissima, con grandi occhi e grandi
archi di ciglia. I capelli biondissimi sulla fronte le incorniciano il volto.
Le penzola fra i denti un garofano rosso. È pensosa. Sua zia, una vecchia
rugosa, si fa sull'uscio, nella piazza, ed impreca perché desidera che il ballo
avvenga dinanzi alla sua abitazione. Il desiderio della vecchia suscita grandi
gelosie. Le donne si avvicinano minacciose, mostrando pugni all'aria. La
vecchia è furente. Nasce quasi un tafferuglio. In questi convulsi ragionamenti
irrompono le maschere. In un istante mi sento scatenare alle spalle urli,
grida, rumori d'ogni sorte. È la moltitudine che, per raggiungere la piazza
s'accalca precipitosamente, soffocandoci. Le maschere si dispongono per il
ballo. Ammiriamo i costumi sgargianti, ricchissimi, specie di quelli che
vestono da donna. Veramente veder uscir un viso rude, maschile, dall'abito femminile,
non è piacevole. Comunque, disimpegnano con abilità la loro parte di donna. V'è
nei loro sguardi un'ansietà di far presto, perché devono ancora visitare altre
fidanzate. Il pubblico aumenta fino a chiudere la piazza. Il suonatore di
fisarmonica suona: il direttore del ballo dà il comando: le maschere iniziano
il ballo fra una pioggia di fiori, coriandoli, di stelle filanti…".
Questa tradizione, sin dal dopoguerra, è stata tenuta viva per tanti anni
prima da Mastro Gino Pracilio, e successivamente dal compianto Ezio Pepe, che
l’ha riproposta anno dopo anno, con il coinvolgimento dei giovani della
parrocchia dei Salesiani, fino al 1994.
L’ultima edizione è stata quella del 1995, in un certo senso un omaggio al
compianto Zì Culucce, scomparso solo qualche settimana prima, grazie alla regia
di Ida Pepe, che ha pazientemente istruito le sedici coppie di ragazzi,
seguendo minuziosamente i passi tramandi dell’antica tradizione.
Un'altra
consuetudine abruzzese piuttosto lugubre e ripugnante, importata dai mercanti
baresi, era quella del "carnevale morto". Su un carretto sgangherato veniva
sistemato un fantoccio fatto di cenci e di paglia. Intorno c’erano il prete, il
sagrestano e varie maschere con lumi accesi e grossi campanacci. Dietro il
carretto, seguiva la moglie di carnevale, che addolorata piangeva e si
strappava i capelli per il marito morto. Tutt’intorno i monelli schiamazzavano
e gridavano lagnosamente: "È morto
Carnivale, e po' po' po'!".
Antonio
De Nino, nel volume Usi e costumi
abruzzesi, vol.II, a tal proposito, annotava: "Si fa, inoltre, un carnevale di cartone, portato da quattro becchini
con pipe in bocca e fiasche di vino a tracolla. Innanzi va la moglie di
Carnevale vestita a lutto e piange, e piangendo ne dice delle grosse! Ogni tanto
la comitiva si ferma; e, mentre la moglie di Carnevale fa la predica, i
becchini fanno una tirata alla fiasca. In piazza poi si mette sopra un rialzo
il defunto Carnevale; e, tra il rumore dei tamburi, gli schiamazzi della moglie
e l’eco della moltitudine, danno fuoco a Carnevale".
In
alcuni paesi abruzzesi veniva messo un uomo in carne ed ossa all’interno di una
cassa da morto, che ogni tanto si rianimava attaccandosi al fiasco di
vino, seguito da un finto prete, con
tanto di acquasantiera e aspersorio, e alcune donne in lacrime intente a
gridare:
Carnivale, pecchè scì
morte?
Pane e vine non te
mancava;
La ‘nsalata tinive a
l’orte:
Carnevale, pecchè scì
morte?
Ed
anche:
Carnivale, pirchè scì
muorte?
La ‘nsalata tenivi
all’uòrte:
Lu presutte tenivi
appise:
Carnevale, puozz’ esse
accise.
La
versione vastese della mascherata aveva una chiusura più serena. Un pulcinella
enorme, con un cuscino sulla pancia, sotto i vestiti, a dimostrare il troppo
cibo ingozzato, messo su un cavallo bianco, andava verso l’imbrunire in giro per
la città gridando:
"Chi te li maccarune d’avanze!
Ecche la panze! Ecche la
panze!"
E
poi aggiungeva:
"Popolo di Vasto, statti bene!
Stanotte me ne vado!
Arrivederci
st’altr’anno!".
Il
corteo terminava al largo della fontana, dove un grosso fantoccio di paglia
veniva bruciato fra gli applausi dei parenti.
A
tal proposito abbiamo una testimonianza diretta, riportata sulle colonne de Il Vastese d'Oltre Oceano. "A mezzanotte in punto", si legge
nell'articolo del 1924, "fece il
solenne ingresso nel Teatro (Rossetti)
il corteo funebre, per procedere al seppellimento di Carnevale; questa volta il
personaggio di Carnevale morto, era rappresentato da 'Ssassine, che disteso
sulla bara, col ventre enormemente gonfio, per le scorpacciate fatte, veniva
portato da quattro becchini e seguito da una folla di maschere che si
struggevano in pianto. Deposta la salma nel centro della sala, il medico
settore, Ciccillo Pomponio, affondò un coltellaccio nella pancia di Carnevale,
dalla quale trasse fuori ogni sorta di ben di Dio. Costatato così che la morte
era avvenuta per indigestione, il corpo di Carnevale, preso di peso dai
necrofori, venne buttato giù dalla buca del suggeritore; e qualcuno assicura
che, nel salto, il povero 'Ssassine, il quale faceva da Carnevale per ischerzo,
si sia fiaccate le ossa per davvero".
Prima
dell'arrivo del corteo funebre, sempre all'interno del Teatro Rossetti venne
celebrato lo sposalizio di giovani coppie. Questa mascherata, guidata da
Ciccillo Pomponio e composta dai soci della Stella Azzurra, rappresentava un
corteo nuziale vastese, dove spiccavano i caratteristici e sgargianti costumi
dell'Ottocento. In prima fila c'era la coppia di sposi e dietro una lunga fila
di parenti e amici: le donne col pidicarone
in testa e con abiti di seta molto colorati, mentre gli uomini portavano il
tradizionale cappello a punta, giacchetta di castoro, gilè di seta, calzoni
corti di velluto e scarpe con fibbie d'argento.
Dopo
aver percorso le vie della città, il corteo si spostò verso il Teatro Rossetti,
per la celebrazione delle nozze. "Lì
Romeo Del Prete, nelle vesti di Sindaco", si
legge nell'articolo, "fece un bel
discorsetto agli sposi, ricordando alla donna il suo dovere di sottostare al
marito, all'uomo il viceversa; ed infine raccomandando loro, di mantenersi
sempre fedeli devoti del gran santo di cui ogni anno ricorre la festa l'11
novembre (chiaro riferimento a San Martino protettore dei cornuti), in nome di Carnevale li dichiarò uniti in
matrimonio".
Un altro gruppo che spesso si vedeva in giro per le strade era quello de
"li cucciulune", costituito da giovani buontemponi vestiti con lunghi
camici bianchi ed enormi teste di cartapesta, che attraversavano lentamente le
strade della città.
Chiudiamo
questa carrellata di mascherate con una vecchia filastrocca che si cantava ai
bambini nel periodo di carnevale, riportata da Francesco Pisarri sulle pagine de Il Vastese d’Oltre Oceano:
I’ sacce na favulatte:
Martine ngli la
rungatte,
Martine nghi la pale
Dave mazze a Carnivale!
Carnivale ni’ steve
bone;
s’ha magnate nu pare
d’ove.
- E chi l’ à fitate?
- La hallina
‘cciuppicate…
- E chi l’ à
‘cciuppicate?
- Lu huardiane di la
salve.
- Addò è lu huardiane?
- E jute pi làine.
- Addò sta li làine?
- À servute pi fèuche.
- Addò sta lu fèuche?
- L’à stutete l’acche.
- Addò sta l’acche?
- Si l’à bivute la
vacche.
- Addò sta la vacche?
- E jute a la mundagne





















1 commento:
Belle foto. Grazie per averle pubblicate.
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