Gesù crocifisso
di Giuseppe F. Pollutrti
“... il Figlio dell’uomo sarà dato nelle mani dei capi dei sacerdoti e dei maestri della legge. Essi lo condanneranno a morte... I pagani gli rideranno in faccia, lo prenderanno a frustate e
lo inchioderanno in croce”. (Mt. 20,18-19)
Nell’annuale celebrazione cristiana della Pasqua il punto focale è quella della morte per crocifissione di Gesù, il Cristo. In tutti i testi, evangelici e di riflessione meditativa, ciò che si evidenzia è sopratutto la sofferenza, fisica ed anche morale, cui “il figlio di Dio” si è offerto e sottoposto.
“Fermiamoci davanti a questa immagine di dolore davanti al Figlio di Dio sofferente” – ebbe ad annotare il card. J. Ratzinger, divenuto poi papa col nome di Benedetto XVI. Che Gesù sia stato “consegnato alla morte per i nostri peccati”, tant’è che la preghiera liturgica recita: “Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi, quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum”, è un punto fermo nella professione di fede dei credenti, ma che va oltre il fatto, cruento e storico, erroneamente reso come rappresentativo e di passaggio nel percorso, apparentemente definito e definitivo, verso la “resurrezione” di Cristo e della “redenzione dell’uomo”.
Ciò annotato, non intendo introdurre una riflessione ‘critica’ su fede e credenza, che ad ogni modo avrebbe bisogno di maggiore approfondimento. Il mio desiderio è di portare l’attenzione al come nel tempo e ancor oggi viene ‘figurata’ in arte la crocifissione e la morte del Dio, che si è “fatto carne” e “ha abitato fra noi”. Ovviamente nei secoli “post Cristum natum”, nella mente e nelle capacità espressive degli artisti, sono molteplici e diverse le dette “figurazioni” effettuate e conservate. Non starò qui a citare i capolavori. Quel che mi sconcerta e sorprende è vedere in molte opere d’arte l’assenza di espressione del dolore patito, nella carne e nello spirito, dal “Crocifisso”. In molti casi il corpo nudo ed esposto del ‘condannato’ è pretesto, buono ma gratuito, per esercitazioni espositive anatomiche, soprattutto muscolari, mirabili nel Rinascimento italiano, ma oggi spesso manieristiche se non intrinsecamente fasulle. In questo è manifesta non solo l’incapacità di soffermarsi al “Venerdì Santo” con una riflessione portata (dal fedele e dall’artista) alla Passione del Cristo (fideisticamente sopportata per tutti), ma anche l’assenza di vera ispirazione e creatività nel dar figura, ancora una volta, in forma e/o colore, all’atto che si vuol celebrare, alla religiosa rievocazione, al suo intimo senso e significato.
L’arte moderna, nell’essenzializzazione del suo proporsi visivo – quando non nell’astrazione o scomposizione delle forme – notoriamente ha buon gioco a farsi evocativa più che illustrativa (tranne rimasticamenti pseudo classici e di provincia, che non hanno nulla in termini di verità, religiosa e neppure artistica), e in questo riesce, direi misticamente, a ‘raccontarci’ assai meglio di quell’uomo posto e inchiodato dagli altri uomini su una croce perchè predicava verità pacificatrici, ma scomode. Una crocifissione che fosse mezzo ultimo, per chi l’aveva voluta o permessa, per ridurre al silenzio – inutilmente, si sa - l’autore della Buona Novella: l’amore e il perdono, la fraternità e la tolleranza, la vigenza dello spirito oltre la soddisfazione o il disfacimento della carne, come valori di “nuovo testamento”, per il mondo e per l’umanità. Proposizioni di altri e inusitati valori, che nel divenire storico si affermano manifestatamente con difficoltà, suscitando odio e ferocia da parte di chi ricerca il dominio e detiene il potere, con procurata pena e passione per chi in essi crede e per questi opera, individualmente e socialmente.
Una evocazione d’arte che ci dica questo è ciò che vogliamo in questo testimoniale Venerdì cristiano di denuncia, prima che di fede. Che non usi strumentalmente il soggetto “Gesù crocifisso”, erroneamente edulcorato per altri inappropriati e sterili fini.
Giuseppe F. Pollutri
Le immagini a corredo della mia nota illustrano opere contemporanee:
- di Lanfranco Picchi, particolare di una formella in cotto per “La Via della Croce” (1983), nel Santuario francescano di Fontecolombo – Rieti
- di Gianfranco Bevilacqua, bozzetto in argilla, per formelle parietali di Cappella cimiteriale, a Siracusa (2009)


Nessun commento:
Posta un commento