mercoledì 21 agosto 2013

Alla scoperta della costa vastese (13/15): oggi "CUNGARELLE" e il suo suggestivo trabocco



di Lino Spadaccini
Dopo Casarza, proseguendo in direzione della Marina, si giunge a Concarella, una piccola e accogliente insenatura che dà l’idea di una piccola conca, dominata dal bel trabocco “Cungarelle”.
Il trabocco venne costruito nel 1938 da Bernardo, Orlandino, Luigi, Domenico e Tommaso Verì (detti “De scirocche”) per Luigi Ialacci (detto “Tita-tira”), che vi pescò con il figlio Umberto fino al 1955. Il trabocco passo attraverso vari proprietari, ma ormai  in disuso e in balia delle continue mareggiate si distrusse, fino a scomparire del tutto.
Nel 2006 Luca Conti e i fratelli Luca e Mirko Di Nanno rilevarono la concessione demaniale e ne
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avviarono la completa ricostruzione. Nel 2012, la struttura venne ulteriormente ampliata per poterla adibire anche ad attività di piccola ristorazione, mantenendo comunque inalterata l’originaria funzionalità.
Molto particolare anche tutto il paesaggio intorno. Verso nord, in direzione di Casarza, il paesaggio è dominato dagli scogli, che dalla collina scendono fino a mare, offrendo degli scorci incantevoli.
Dagli scogli più alti, a picco sul mare, si può godere tutta la bellezza del mare trasparente che permette di apprezzare i chiari fondali sabbiosi.
A sud del trabocco, l’ampia conca  è occupata da quattro file di blocchi di cemento, lungo tutto l’arco, dalla collina fino a riva. Non ci permettiamo di giudicare la scelta fatta, probabilmente dettata dalla pesante erosione marina, ma il paesaggio non ne ha di certo guadagnato.
C’è una poesia dedicata a Concarella, scritta dal poeta vastese Nicola Del Casale, inserita nella raccolta “Pârle lu Vuâste” (1978), dove immagina il dialogo tra alcuni pesci che si lamentano dell’invadente presenza dei “muri”.

Tra müure e scujje a Ccunguarelle

Atturn’a mmüure e scujje a Ccunguarelle,
nu ghrânge, ‘na ciangatte e ‘na sardelle,
all’âcca trasparende ‘ngalmitä,
faciàjvene ggirenne nu puarlä’.

‘Ccundäve la sardelle: - Jë, da cìfene,
sbarrüune, hürze, héupe e ccavanelle,
haje sindüute a ddë’ ca cirte scrùfene
alôme fatte a mmäre lu rubbelle.

-Scëjne, scë’- cucciujéve la ciangatte,
- la rrazza màje sfiânde c’é rrimâste
pi ccanda n’é ssuccesse a ecche satte.

La calpe é de li müure. ‘Nte’ cavüute,
facé lu ghrânge. - E ssi ffräne lu Vuâste,

nghe lu ciumuende, mé’, séme finüute.




































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