giovedì 9 maggio 2013

Violenza sulle donne e omertà a Vasto: "racconto" su un fatto realmente accaduto

Il quartiere di Porta Nuova dove si è verificato l'episodio

L’Urlo nel Silenzio

E’una storia vera vissuta alcuni anni fa. La riportiamo alla luce  in un momento in cui il dibattito sulla sicurezza nel Centro Storico di Vasto risulta particolarmente acceso.  Vuole documentare la violenza sulle donne, in rapporto soprattutto al penoso fenomeno dell’omertà nella società contemporanea, che s’innesta in un substrato culturale complesso e non di
facile identificazione. I nomi dei personaggi e diversi riferimenti sono stati cambiati nel rispetto della privacy

L’antica Histonium
Il Centro Storico di Vasto, alle due del pomeriggio, sembra riempirsi di fantasmi: solo qualche passante frettoloso tra le saracinesche dei negozi abbassate per la pausa pranzo; anche le Chiese, che sempre accolgono i fedeli, chiudono i battenti e le campane smettono di suonare.
Prima del divieto di transito alle macchine, a detta dei commercianti, c’era più vita, se per vita intendiamo il passaggio di qualche autovettura tra le tante parcheggiate nei vicoli stretti, gli slarghi e le piazzette, lungo i bordi dei marciapiedi fin sulla parte più bella e panoramica dell’antica Histonium, in via Adriatica, baciata da una natura splendida all’ombra di una frana che da sola è riuscita a sottrarre al cemento uno scorcio di mare da cartolina. Qui domina ancora, simile a un baluardo che sfida i secoli, l’antico portale della Cattedrale di S. Pietro, sprofondata nel ‘56 insieme a tutti i suoi tesori; tra le pietre di merletto la Madonnina con il Bambin Gesù parla la lingua universale dell’arte e ancora accoglie i passanti attratti dagli infiniti colori di cielo e mare eternamente cangianti. Se il tempo è bello, puoi abbracciare con un sol colpo d’occhio le isole Tremiti e tutto il golfo fino al Gargano, punteggiato di orti e pinete tra dune e scogli che custodiscono i primitivi “trabocchi” dei pescatori.


Urlo di donna
In un giorno qualsiasi di una bella giornata di febbraio, alle due del pomeriggio, mi ritrovo a percorrere a passo svelto via Adriatica dopo esser uscita dalla mia abitazione in piazza Del Popolo per recarmi a Napoli dai miei genitori anziani.
Percorro sempre volentieri a piedi questo tratto di strada da quando, in seguito ad un’ordinanza del sindaco, ho l’obbligo di rispettare il divieto di transito per le macchine nel Centro Storico. Di solito mi soffermo a gustare la bellezza del paesaggio ritenendomi fortunata di poterlo fare ogni volta che esco da casa, ma oggi ho fretta: “Devo attraversare la Trignina ed arrivare al valico di Pietrabbondante  prima che faccia buio per affrontare meglio un’eventuale nevicata lassù sulle montagne”  E non mi guardo intorno nonostante l’aria tersa e il cielo azzurro siano più invitanti che mai.
Sto quasi per raggiungere la mia auto, dopo aver imboccato la stradina che porta al parcheggio a ridosso delle Terme Romane, quando, nel silenzio scandito dai miei passi veloci, un urlo mi blocca.
“E’ un urlo di donna, ne sono sicura”. Infatti ad una cinquantina di metri, volgendo lo sguardo a sinistra, lungo la via S. Francesco d’Assisi che fa angolo con il piccolo tratto di strada che sto percorrendo, intravedo tre grosse sagome maschili attorno a una donna che si dimena con tutte le sue forze mentre cercano di spingerla in una vecchia Fiat ; non riesco a identificare i loro volti né le parole: “ Sono troppo lontana per vedere ma maledettamente vicina per raggiungere la poveraccia e strapparla al suo destino! ”
Rimango impietrita, paralizzata sul da farsi e, a un tratto, il tempo che pochi istanti prima scorreva  veloce sembra fermarsi, mentre il sole che brillava alto nel cielo e mi riscaldava con il suo tepore invernale ora mi sovrasta come un duro macigno, lanciando lingue di fuoco su una scena che non voglio vedere.
Pochi attimi per decidere ma mi sembrano un’eternità: “Gettarsi spavalda contro gli aggressori sperando di farli desistere o passare oltre e andar via”
Un’ombra lunga di uno sconosciuto intanto mi scivola a fianco . “Non può non aver visto né sentito poiché arriva proprio dal luogo del misfatto” Ma si dilegua velocemente nel nulla ed io non riesco ad afferrare l’aiuto sperato.


La virata
 Non so allora per quale inspiegabile ragione la mia mente innesca un’improvvisa virata e il pensiero, pietrificato dalla paura, diventa di colpo fluido e veloce.
Mi arrivano voci concitate alle orecchie ora più nitide, ma non riesco ancora a capire il significato delle parole, sono troppo lontana per distinguere anche i volti, vedo solo che i tre brutti ceffi sono riusciti a introdurre la donna in macchina  e vi entrano anche loro. Ho pochissimo tempo, la macchina sta per partire ma ora so quello che devo fare. Senza esitazione, estraggo dalla borsa il cellulare e mentre mi avvicino alla macchina digito il 113 puntando gli occhi diritti sulla targa; non la leggo ancora, corro mentre si accende il motore, riesco finalmente a decifrare i numeri  proprio nell’attimo in cui la voce del poliziotto risponde al mio appello.
“ Pronto ! Sono Silvia di Stefano “ Poi tutto d’un fiato:  “ Mi trovo in via S. Francesco D’Assisi, hanno rapito una donna, stanno per metterla in macchina… Sta’ per partire! La targa è CZ328PS …Ripeto: CZ328PS”
 Il rombo del motore copre la loro risposta ma riesco a sentire: “Arriviamo subito, rimanga lì, non vada via…”


Via S. Francesco D’Assisi
Mi ritrovo ad aspettare la polizia completamente sola in via S. Francesco d’Assisi, un colombo svolazza in cerca di cibo e mi fa compagnia. Mi guardo intorno per cercare di capire da dove possano essere usciti i tre tizi con la ragazza, ma i portoni sono tutti chiusi e non riesco a individuare nessun indizio: sono circondata da vecchie case in mattone un po’ malandate ma anche da palazzi di nobile fattura ben restaurati; più in là c’è un alberghetto: “ La Locanda dei Baroni “ che ostenta sull’ingresso due grosse pigne di pietra e tre bandiere colorate.
 La strada è lunga e larga ma non vedo un’anima. Eppure sento sulla pelle, nel silenzio, mille occhi che osservano ogni mio movimento!  “Sarà solo un’impressione” Ripeto a me stessa per non farmi prendere dal panico “Ormai è tutto finito…Le case sono quasi tutte abitate” Lo noto dalle persiane aperte e dai panni stesi sui balconi. “Perché questo silenzio?“ Mi chiedo.
Scorgo a malapena il viso di una donna che scruta dietro la tendina di una finestra che ho di fronte e allora l’indignazione prende il sopravvento sulla paura e grido per farmi sentire: “ Se ci fosse stata tua figlia al posto di quella ragazza, cosa avresti fatto?!”
Niente, ancora il silenzio. Scopro che il silenzio ha mille voci, infiniti sussulti umani dietro la cortina dell’omertà e cerco di capire andando oltre l’ovvio, il già visto.
Osservo l’ambiente che pensavo familiare con occhi nuovi: In effetti, vi passavo tutti i giorni ma non mi spingevo quasi mai nel bel mezzo di quest’antica strada  romana, il decumano che, intersecata da Corso Palizzi  il cardo, a Ovest guarda la Maiella e a Est l’Adriatico. Solo una volta, ricordo, mi c’ero addentrata, durante una visita guidata con una scolaresca. “ E perché mai avrei dovuto farlo? Non ci sono negozi, né servizi di nessun genere, non un parrucchiere, una lavanderia... I locali con le volte a botte, di quelle che un tempo erano floride botteghe, sono tutti chiusi. “
Di colpo sento un irrefrenabile bisogno di scoprire chi si cela dietro i muri di tutte le case che mi circondano ; so che in questa zona  abitano molti immigrati: Rumeni, Marocchini, perfino Cinesi ma anche molti Vastesi in un intreccio multietnico di pacifica convivenza.
  ”Non si è mai sentito niente di brutto da queste parti, almeno fin’ora” Penso “Ma è tutta gente che non conosco o che ho visto appena passare. La mia casa, in linea d’aria, è a poche centinaia di metri ma qui è un altro mondo.”


Nel nulla
“ Professoressa, che ci fa qui?”. Mi giro, è una mia ex alunna che mi guarda sorpresa. “ Sto aspettando la polizia” Rispondo “ E tu Pamela da dove vieni? “ Io abito qui, sto rientrando a lavoro. “ Non hai sentito niente?” Proseguo “ Che cosa?..” Appare perplessa per cui sono io a parlare e racconto tutto. “ Possibile?” Soggiunge “… Non ci posso credere.” Indico la casa più vecchia che abbiamo di fronte e le chiedo:
 “ Chi ci abita qui?” “ Non so, è sempre chiusa, forse qualche Rumeno” E in effetti, osservandola bene, mi sembra proprio una casa abbandonata: persiane abbassate, muri scrostati di vecchio intonaco ma il portoncino di abete, ben chiuso, mi sembra proprio situato in corrispondenza della fatidica scena che conservo ancora negli occhi.
“ La saluto professoressa, devo andare “ Aggiunge, e si allontana velocemente.
Rimango di nuovo sola ma per poco, dal fondo della strada intravedo la macchina celeste della polizia, per cui mi sposto verso il centro per farmi vedere.
“ Finalmente …” Penso “ Ora potrò liberarmi da questa storia”
 Sono pronta a raccontare l’episodio nei minimi particolari e ad affrontare anche domande scomode , e invece , con mia grande sorpresa, nemmeno una domanda, solo un glaciale: ” Signora, ci dia i suoi documenti per favore! “
Come un automa porgo la patente ai due poliziotti che, senza uscire dalla macchina, ne trascrivono i dati e poi si allontanano così come sono venuti.
Questa volta rimango veramente sola con il peso di una storia ancora tutta da smaltire, assalita da mille dubbi e domande senza risposte: “Che volto ha quella ragazza? Perché di una ragazza si tratta…Le grida erano di una giovane donna. Anche i tre uomini sembravano giovani. Si è trattato di un vero rapimento?” Non oso neppure pensare alla sua fine…” E se fossi arrivata prima? Forse l’avrei salvata… Ma da che cosa? Riuscirà la polizia a ritrovarli?” “Certamente il numero di targa che sono riuscita a riferire servirà a qualcosa…” Concludo per rassicurarmi, e mi avvio verso la macchina ben consapevole che le mie domande cadranno nel nulla.


Sono passati circa tre anni e ancora le mie domande non trovano risposte.
Nessun giornale ha mai parlato dell’avvenimento e nessuno ha mai saputo niente.
Sono l’unica testimone di un evento fantasma. 
   
  Concetta Russo Santoro
        
      

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