| Il quartiere di Porta Nuova dove si è verificato l'episodio |
L’Urlo nel Silenzio
E’una storia vera vissuta alcuni anni fa. La
riportiamo alla luce in un momento in
cui il dibattito sulla sicurezza nel Centro Storico di Vasto risulta
particolarmente acceso. Vuole
documentare la violenza sulle donne, in rapporto soprattutto al penoso fenomeno
dell’omertà nella società contemporanea, che s’innesta in un substrato
culturale complesso e non di
facile identificazione. I nomi dei personaggi e
diversi riferimenti sono stati cambiati nel rispetto della privacy
L’antica Histonium
Il Centro Storico di Vasto, alle due del pomeriggio, sembra riempirsi di
fantasmi: solo qualche passante frettoloso tra le saracinesche dei negozi
abbassate per la pausa pranzo; anche le Chiese, che sempre accolgono i fedeli,
chiudono i battenti e le campane smettono di suonare.
Prima del divieto di transito alle macchine, a detta dei commercianti,
c’era più vita, se per vita intendiamo il passaggio di qualche autovettura tra
le tante parcheggiate nei vicoli stretti, gli slarghi e le piazzette, lungo i
bordi dei marciapiedi fin sulla parte più bella e panoramica dell’antica
Histonium, in via Adriatica, baciata da una natura splendida all’ombra di una
frana che da sola è riuscita a sottrarre al cemento uno scorcio di mare da
cartolina. Qui domina ancora, simile a un baluardo che sfida i secoli, l’antico
portale della Cattedrale di S. Pietro, sprofondata nel ‘56 insieme a tutti i
suoi tesori; tra le pietre di merletto la Madonnina con il Bambin Gesù parla la lingua
universale dell’arte e ancora accoglie i passanti attratti dagli infiniti
colori di cielo e mare eternamente cangianti. Se il tempo è bello, puoi
abbracciare con un sol colpo d’occhio le isole Tremiti e tutto il golfo fino al
Gargano, punteggiato di orti e pinete tra dune e scogli che custodiscono i
primitivi “trabocchi” dei pescatori.
Urlo di donna
In un giorno qualsiasi di una bella giornata di febbraio, alle due del
pomeriggio, mi ritrovo a percorrere a passo svelto via Adriatica dopo esser
uscita dalla mia abitazione in piazza Del Popolo per recarmi a Napoli dai miei
genitori anziani.
Percorro sempre volentieri a piedi questo tratto di strada da quando, in
seguito ad un’ordinanza del sindaco, ho l’obbligo di rispettare il divieto di
transito per le macchine nel Centro Storico. Di solito mi soffermo a gustare la
bellezza del paesaggio ritenendomi fortunata di poterlo fare ogni volta che
esco da casa, ma oggi ho fretta: “Devo attraversare la Trignina ed arrivare al
valico di Pietrabbondante prima che
faccia buio per affrontare meglio un’eventuale nevicata lassù sulle
montagne” E non mi guardo intorno
nonostante l’aria tersa e il cielo azzurro siano più invitanti che mai.
Sto quasi per raggiungere la mia auto, dopo aver imboccato la stradina che
porta al parcheggio a ridosso delle Terme Romane, quando, nel silenzio scandito
dai miei passi veloci, un urlo mi blocca.
“E’ un urlo di donna, ne sono sicura”. Infatti ad una cinquantina di metri,
volgendo lo sguardo a sinistra, lungo la via S. Francesco d’Assisi che fa
angolo con il piccolo tratto di strada che sto percorrendo, intravedo tre
grosse sagome maschili attorno a una donna che si dimena con tutte le sue forze
mentre cercano di spingerla in una vecchia Fiat ; non riesco a identificare i
loro volti né le parole: “ Sono troppo lontana per vedere ma maledettamente
vicina per raggiungere la poveraccia e strapparla al suo destino! ”
Rimango impietrita, paralizzata sul da farsi e, a un tratto, il tempo che
pochi istanti prima scorreva veloce
sembra fermarsi, mentre il sole che brillava alto nel cielo e mi riscaldava con
il suo tepore invernale ora mi sovrasta come un duro macigno, lanciando lingue
di fuoco su una scena che non voglio vedere.
Pochi attimi per decidere ma mi sembrano un’eternità: “Gettarsi spavalda
contro gli aggressori sperando di farli desistere o passare oltre e andar via”
Un’ombra lunga di uno sconosciuto intanto mi scivola a fianco . “Non può
non aver visto né sentito poiché arriva proprio dal luogo del misfatto” Ma si
dilegua velocemente nel nulla ed io non riesco ad afferrare l’aiuto sperato.
La virata
Non so allora per quale inspiegabile
ragione la mia mente innesca un’improvvisa virata e il pensiero, pietrificato
dalla paura, diventa di colpo fluido e veloce.
Mi arrivano voci concitate alle orecchie ora più nitide, ma non riesco
ancora a capire il significato delle parole, sono troppo lontana per
distinguere anche i volti, vedo solo che i tre brutti ceffi sono riusciti a
introdurre la donna in macchina e vi
entrano anche loro. Ho pochissimo tempo, la macchina sta per partire ma ora so
quello che devo fare. Senza esitazione, estraggo dalla borsa il cellulare e
mentre mi avvicino alla macchina digito il 113 puntando gli occhi diritti sulla
targa; non la leggo ancora, corro mentre si accende il motore, riesco
finalmente a decifrare i numeri proprio
nell’attimo in cui la voce del poliziotto risponde al mio appello.
“ Pronto ! Sono Silvia di Stefano “ Poi tutto d’un fiato: “ Mi trovo in via S. Francesco D’Assisi,
hanno rapito una donna, stanno per metterla in macchina… Sta’ per partire! La
targa è CZ328PS …Ripeto: CZ328PS”
Il rombo del motore copre la loro
risposta ma riesco a sentire: “Arriviamo subito, rimanga lì, non vada via…”
Via S. Francesco D’Assisi
Mi ritrovo ad aspettare la polizia completamente sola in via S. Francesco
d’Assisi, un colombo svolazza in cerca di cibo e mi fa compagnia. Mi guardo
intorno per cercare di capire da dove possano essere usciti i tre tizi con la
ragazza, ma i portoni sono tutti chiusi e non riesco a individuare nessun
indizio: sono circondata da vecchie case in mattone un po’ malandate ma anche
da palazzi di nobile fattura ben restaurati; più in là c’è un alberghetto: “ La Locanda dei Baroni “ che
ostenta sull’ingresso due grosse pigne di pietra e tre bandiere colorate.
La strada è lunga e larga ma non
vedo un’anima. Eppure sento sulla pelle, nel silenzio, mille occhi che
osservano ogni mio movimento! “Sarà solo
un’impressione” Ripeto a me stessa per non farmi prendere dal panico “Ormai è
tutto finito…Le case sono quasi tutte abitate” Lo noto dalle persiane aperte e dai
panni stesi sui balconi. “Perché questo silenzio?“ Mi chiedo.
Scorgo a malapena il viso di una donna che scruta dietro la tendina di una
finestra che ho di fronte e allora l’indignazione prende il sopravvento sulla
paura e grido per farmi sentire: “ Se ci fosse stata tua figlia al posto di
quella ragazza, cosa avresti fatto?!”
Niente, ancora il silenzio. Scopro che il silenzio ha mille voci, infiniti
sussulti umani dietro la cortina dell’omertà e cerco di capire andando oltre
l’ovvio, il già visto.
Osservo l’ambiente che pensavo familiare con occhi nuovi: In effetti, vi
passavo tutti i giorni ma non mi spingevo quasi mai nel bel mezzo di
quest’antica strada romana, il decumano
che, intersecata da Corso Palizzi il
cardo, a Ovest guarda la
Maiella e a Est l’Adriatico. Solo una volta, ricordo, mi
c’ero addentrata, durante una visita guidata con una scolaresca. “ E perché mai
avrei dovuto farlo? Non ci sono negozi, né servizi di nessun genere, non un
parrucchiere, una lavanderia... I locali con le volte a botte, di quelle che un
tempo erano floride botteghe, sono tutti chiusi. “
Di colpo sento un irrefrenabile bisogno di scoprire chi si cela dietro i
muri di tutte le case che mi circondano ; so che in questa zona abitano molti immigrati: Rumeni, Marocchini,
perfino Cinesi ma anche molti Vastesi in un intreccio multietnico di pacifica
convivenza.
”Non si è mai sentito niente di
brutto da queste parti, almeno fin’ora” Penso “Ma è tutta gente che non conosco
o che ho visto appena passare. La mia casa, in linea d’aria, è a poche
centinaia di metri ma qui è un altro mondo.”
Nel nulla
“ Professoressa, che ci fa qui?”. Mi giro, è una mia ex alunna che mi
guarda sorpresa. “ Sto aspettando la polizia” Rispondo “ E tu Pamela da dove
vieni? “ Io abito qui, sto rientrando a lavoro. “ Non hai sentito niente?”
Proseguo “ Che cosa?..” Appare perplessa per cui sono io a parlare e racconto
tutto. “ Possibile?” Soggiunge “… Non ci posso credere.” Indico la casa più
vecchia che abbiamo di fronte e le chiedo:
“ Chi ci abita qui?” “ Non so, è
sempre chiusa, forse qualche Rumeno” E in effetti, osservandola bene, mi sembra
proprio una casa abbandonata: persiane abbassate, muri scrostati di vecchio
intonaco ma il portoncino di abete, ben chiuso, mi sembra proprio situato in corrispondenza
della fatidica scena che conservo ancora negli occhi.
“ La saluto professoressa, devo andare “ Aggiunge, e si allontana
velocemente.
Rimango di nuovo sola ma per poco, dal fondo della strada intravedo la
macchina celeste della polizia, per cui mi sposto verso il centro per farmi
vedere.
“ Finalmente …” Penso “ Ora potrò liberarmi da questa storia”
Sono pronta a raccontare l’episodio
nei minimi particolari e ad affrontare anche domande scomode , e invece , con
mia grande sorpresa, nemmeno una domanda, solo un glaciale: ” Signora, ci dia i
suoi documenti per favore! “
Come un automa porgo la patente ai due poliziotti che, senza uscire dalla
macchina, ne trascrivono i dati e poi si allontanano così come sono venuti.
Questa volta rimango veramente sola con il peso di una storia ancora tutta
da smaltire, assalita da mille dubbi e domande senza risposte: “Che volto ha
quella ragazza? Perché di una ragazza si tratta…Le grida erano di una giovane
donna. Anche i tre uomini sembravano giovani. Si è trattato di un vero
rapimento?” Non oso neppure pensare alla sua fine…” E se fossi arrivata prima?
Forse l’avrei salvata… Ma da che cosa? Riuscirà la polizia a ritrovarli?”
“Certamente il numero di targa che sono riuscita a riferire servirà a
qualcosa…” Concludo per rassicurarmi, e mi avvio verso la macchina ben
consapevole che le mie domande cadranno nel nulla.
Sono passati circa tre anni e ancora le mie domande non trovano risposte.
Nessun giornale ha mai parlato dell’avvenimento e nessuno ha mai saputo
niente.
Sono l’unica testimone di un evento fantasma.
Concetta Russo Santoro
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