I MOVIMENTI FRANOSI DEL 1800
Il febbraio 1956 si
abbatteva su Vasto una delle più gravi sciagure della sua storia, quando un
vasto movimento franoso faceva scivolare a valle una buona parte del Muro delle
Lame.
Anche quest’anno cercheremo
di raccontare questa triste vicenda, ancora impressa negli occhi di molti
vastesi, analizzando altri documenti ed immagini d’epoca, alcuni dei quali
inediti, per cercare di dare un’informazione la più ampia e dettagliata
possibile.
Quando
si parla della frana, la cosa che colpisce di più sono le immagini sconvolgenti
di una città ferita. Eppure, il tragico evento non è giunto all’improvviso: da più
parti, negli anni precedenti la
sciagura, vennero sollevate accuse alle autorità competenti e politiche, locali
e nazionali, di aver sottovalutato un problema che ha origini lontane.
I primi
scoscendimenti infatti si registrarono verso la fine del 1700. Ma la più rovinosa frana del passato fu quella del 1816, che
fece sprofondare a valle il costone dalla Loggia Amblingh fino a San Michele. A cui seguirono altre di modeste dimensioni, ma non per questo meno allarmanti, durante tutto l’800, fino ai primi anni del secolo successivo ed alle ultime avvisaglie del 1953, prima della grande frana del 1956 che provocò il cedimento del Muro delle Lame e di una parte della città, con il crollo di alcuni palazzi importanti e con gravi danni alla storica chiesa di San Pietro, che ne determinarono la sofferta demolizione.
fece sprofondare a valle il costone dalla Loggia Amblingh fino a San Michele. A cui seguirono altre di modeste dimensioni, ma non per questo meno allarmanti, durante tutto l’800, fino ai primi anni del secolo successivo ed alle ultime avvisaglie del 1953, prima della grande frana del 1956 che provocò il cedimento del Muro delle Lame e di una parte della città, con il crollo di alcuni palazzi importanti e con gravi danni alla storica chiesa di San Pietro, che ne determinarono la sofferta demolizione.
Da un punto di vista fisico,
il punto più debole della nostra città, ancora oggi, è il costone orientale:
alla bellissima balconata che si può godere dalla chiesa della Madonna delle
Grazie sino al rione S. Michele, corrisponde una situazione morfologica poco
felice, con il terreno in lento ma continuo movimento verso il mare.
Quasi duecento anni fa, nel
maggio 1815, il sindaco Pietro Muzii denunciò lo stato pericolante delle mura quasi cadenti, in particolare quelle
nella parte orientale della città, sollecitando l’urgenza dei lavori di
ristrutturazione per evitare danni maggiori. Il Consiglio dei Decurioni, “conoscendo indispensabile la riattazione
prontanea delle dette mura, le quali non solo sono l’ornamento, ma ancora la
difesa della Città, la quale nelle vicende dello scorso anno (si riferisce
all’assalto dei briganti avvenuto nel 1814)
dalle medesime ripete la sua salvezza; e considerando che la prontanea
riattazione sia necessaria per prevenire la caduta di porzione di dette mura…”,
deliberò i lavori di restauro.
Ma il primo aprile del 1816,
i timori dei cittadini si tramutarono in realtà: un lungo scoscendimento di tutta la parte
orientale della città, da Porta Palazzo a San Michele, provocò ingenti danni e
la distruzione di due fontane pubbliche, tredici casini, le chiese di S.
Leonardo, S. Maria della Neve, di Cona a mare e di S. Donato, e tanta paura tra
la popolazione che innalzò le proprie preghiere e ripose le speranze verso il
Santo protettore. (A questo episodio verrà dedicato il post di domani ndr)
Nell’aprile del 1820, crollò
una parte di muro nei pressi della casa del Barone Genova, mentre nell’ottobre
del 1826, in
sede di consiglio comunale, il sindaco Pietro Muzii portò nuovamente alla luce
il problema delle mura orientali: “Signori.
E’ tutta crollante la città orientale delle mura della città, che trovandosi
lungo la linea delle così dette Lame… Si chiede l’approvazione urgente del
Decurionato per lo stanziamento di 283 ducati, come risulta dalla perizia
rilevata da Concezio Beneduci; spesa che si può ridurre a 170 ducati nel caso
il Comune fornisse i mattoni e la calce di sua proprietà”. Il decurionato
scelse questa seconda soluzione meno onerosa per le casse comunali. Il lungo
muro delle lame venne abbassato a petto d’uomo e “col suo scostamento dalle case prossime a porta palazzo un’amena
largura si formò”.
Il movimento franoso nella
zona delle lame fu incessante: le mura collocate sul costone orientale continuarono
a lesionarsi ed i continui ed onerosi interventi di riparazione risultarono del
tutto inutili: l’architetto Pietrocola ne propose l’abbattimento “convenendo sostituirvi uno steccato di legno
per evitare il pericolo di precipitare nel fondo esteriore” e, inoltre, per
cercare di fermare il movimento franoso, pensò di collocare nel terreno
sottostante delle piante.
Il Canonico Florindo Muzii,
nel suo Diario, annotò altri sei
movimenti del terreno. Il 24 febbraio 1831 si verificarono vari scoscendimenti
nella parte orientale “e che grazie a Dio
non àn prodotti notabili guasti, come temevasi”. Dal 7 e 15 marzo 1843,
scoscendimenti di terreno si verificarono da Sant’Antonio a Porta Palazzo,
provocando il crollo di due case rurali. La polizia ordinò lo sgombro di tutte
le abitazioni lungo la via delle Lame. Vennero celebrati tridui alla Santa
Croce, alla Sacra Spina, alla Madonna Addolorata ed a San Michele; il giorno 9
venne fatta uscire, dalla chiesa di San Giuseppe, la processione del
Santissimo, il giorno 10, dalla chiesa di San Pietro, quella della Reliquia
della SS. Croce, il giorno 13 quello della Sacra Spina, il giorno 14, dalla
chiesa di S. Francesco di Paola, quello dell’Addolorata ed il giorno successivo
la solenne processione del patrono San Michele Arcangelo. Altri scoscendimenti
di terreno si verificarono il 15 febbraio 1845; il 3 marzo 1847 crollò una
parte del muraglione delle Lame, dirimpetto la casa del Barone Muzii e quattro
giorni dopo, crollò la masseria De Pompeis. Lo storico Luigi Anelli annotò un
altro evento critico, quello del 13 gennaio 1870, quando cadde giù una porzione
di muro in prossimità della chiesa di Sant’Antonio di Padova, mentre la casa di
un tal Giosa, precipitò nel vuoto.







3 commenti:
Notare sulla foto 2: Punta d'Erce, non Punta Aderci.
PROVA DIRLO IN DIALETTO: ...PUNDADERCE... QUINDI HANNO OPTATO PER ...PUNTA ADERCI
Ho letto con interesse ora questo articolo... ho la sensazione che tra le varie puntate, ci sarà giustamente anche la spiegazione geologica di quanto accadde nell'aprile del 1816.
Iniziativa molto interessante e stimolante...
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