martedì 11 dicembre 2012

La gente, la casa e ...l’IMU imposta.

riceviamo e pubblichiamo
Il grano è per mangiare, la casa per una ... tana o un tetto
La gente, la casa e ...l’IMU imposta.  
Occorre dire ancora di come e perchè salvaguardare questi beni primari.

Da “La Quinta Decade dei
Cantos, Siena - le Riforme Leopoldine” (di Ezra Pound):
”Non sequestrate, Firenze 1766, non sequestrate / attrezzi agricoli per debiti / nè buoi da tiro / dai contadini che con essi lavorano. (...) Pietro Leopoldo EVVIVA Ferdinando!! / ne vietò l’esportazione e l’espropriazione / il grano è per mangiare ...
Che il detto Ferdinando “sovrano aveva da essere il più galantuomo del paese”  lo troviamo nelle carte di un tempo scritto, e lo si capisce facilmente da parte di quelli che hanno e conducono una vita quotidiana. Di costui, luministico riformatore del ‘700, oggi è da apprezzarsi non solo la novativa dignità morale, quanto la capacità di capire che chi comanda non può togliere ai sottoposti i mezzi per mantenersi in vita e produrre. Diversamente, pur esercitando un “diritto feudale”, non resterà allo stesso ‘sovrano’ – facile prevederlo - che andare nel campo a far cicoria.
Una sorta di parabola in questa mia scrittura – direte - più che fessa, inutile? Può essere, ma di raccontarla ancora e pensarci su credo sia bene, e se ascoltata dai ‘governanti’, ormai quelli da venire eletti, oltre che doverosa, sarà utile per il popolo e la nazione.
Ai romani, sfottenti e pasquinanti per necessità di dirla a questo modo sotto i Papa-Re, a sentirlo pronunciare il termine IMU (più che parola, una semantica idiozia) provvocherebbe un immediato “...l’IMU-rtacci tua e de tu nonno”! Gli italiani generalmente mugugnano, ma poi pagano e pagheranno ancora (che altro fare?) tutto quel che al governante di turno (con legge fatta “motu proprio”) questo pare “buono e giusto”, anche se, nello specifico, questa tassa si prospetta come una sorta di confisca con riscatto, anno per anno, del bene privato posseduto.
A ragionarci su, lo capiamo tutti che “il grano è per mangiare” (per mantenersi in vita), e, allo stesso modo, la casa è per avere e dare un riparo a se stesso e ai propri cari. Non starò io ancora a ripetere quel che molti hanno detto e scritto: soprattutto che con la Ici, e peggio ora con l’Imu, si va a chiedere un pedaggio sociale a chi il bene casa lo ha fatto suo con i propri e altrui risparmi (“frusto a frusto”, nel dire dell’Alighieri), già al netto di tasse e contributi, o per esso, mese per mese e per anni, sta lì a pagare a chi gli ha fatto un interessato credito.
Qui, piuttosto, vorrei annotare che quel principio di sensato governo degli uomini e delle cose, sopra ricordato, è recepito nei dettati della nostra vigente Costituzione. All’articolo 53, essa recita univocamente che “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Ora va da sé che aver acquistato una casa per abitarla o per tenersela “a disposizione” (si pensi all’abitazione che fu di un padre, di una mamma o dei nonni, in luogo diverso dall’abituale residenza) o anche “quella al mare/montagna”, guadagnata con in frutto delle proprie attività di lavoro, privandosi di altro, non  configura di per sé e in quel momento una particolare “capacità contributiva”, ed anzi e se mai, se non locata, più che fonte di reddito è spesa di varia e continua specie.
Resta la questione, istituzionalmente non nuova, del “con quale denaro spesare i servizi pubblici resi alla collettività”, ma dare ad essa la responsabile ed equa risposta è un compito e una prerogativa di chi è “eletto” e per noi governa. Non sarà un chiedere la luna che lo facciano con quella provvida intelligenza che mostrò, nel tempo dei “lumi”, Ferdinando III Granduca di Toscana, riassunta nella semplice e naturale proposizione-avvertenza, che val bene ripetere: ....“il grano è per mangiare”, ovvero: non va tolto a chi per esso lavora e fatica, a chi con esso produce e incentiva altre attività e beni, per sé ma anche per la comunità tutta.
Che ciò non lo capiscano “I Professori”, o peggio, che un tale basilare principio vogliano ignorarlo, per propria vanagloria e ragionieristico assunto, è la bestemmia sociale di questo principio di secolo ultimo. Avrebbe buttato lì mio nonno, per significare lui la vergogna di costoro, un più che espressivo: “La facce mé sotte a ’nu matane”!
G. F. Pollutri

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