
Il grano è per mangiare, la casa per una
... tana o un tetto
La gente, la casa e
...l’IMU imposta.
Occorre dire ancora di
come e perchè salvaguardare questi beni primari.
Da “La
Quinta Decade dei
Cantos, Siena - le Riforme Leopoldine” (di Ezra Pound):
”Non sequestrate, Firenze 1766, non
sequestrate / attrezzi agricoli per debiti / nè buoi da tiro / dai contadini
che con essi lavorano. (...) Pietro Leopoldo EVVIVA Ferdinando!! / ne vietò
l’esportazione e l’espropriazione / il
grano è per mangiare ...
Che il detto Ferdinando “sovrano aveva da essere il più galantuomo
del paese” lo troviamo nelle carte
di un tempo scritto, e lo si capisce facilmente da parte di quelli che hanno e conducono una vita
quotidiana. Di costui, luministico riformatore del ‘700, oggi è da apprezzarsi
non solo la novativa dignità morale, quanto la capacità di capire che chi comanda non può togliere ai sottoposti i
mezzi per mantenersi in vita e produrre. Diversamente, pur esercitando un
“diritto feudale”, non resterà allo stesso ‘sovrano’ – facile prevederlo - che
andare nel campo a far cicoria.
Una sorta di parabola in questa mia
scrittura – direte - più che fessa, inutile? Può essere, ma di raccontarla
ancora e pensarci su credo sia bene, e se ascoltata dai ‘governanti’, ormai quelli
da venire eletti, oltre che doverosa,
sarà utile per il popolo e la nazione.
Ai romani, sfottenti e pasquinanti per necessità di dirla a questo modo
sotto i Papa-Re, a sentirlo pronunciare il termine IMU (più che parola, una semantica idiozia) provvocherebbe un
immediato “...l’IMU-rtacci tua e de tu
nonno”! Gli italiani generalmente mugugnano, ma poi pagano e pagheranno
ancora (che altro fare?) tutto quel che al governante di turno (con legge fatta
“motu proprio”) questo pare “buono e giusto”, anche se, nello specifico, questa
tassa si prospetta come una sorta di confisca
con riscatto, anno per anno, del bene privato posseduto.
A ragionarci su, lo capiamo tutti che “il grano è per mangiare” (per mantenersi in vita), e, allo stesso
modo, la casa è per avere e dare un riparo a se stesso e ai propri cari. Non
starò io ancora a ripetere quel che molti hanno detto e scritto: soprattutto
che con la Ici , e
peggio ora con l’Imu, si va a chiedere un pedaggio sociale a chi il bene casa lo
ha fatto suo con i propri e altrui risparmi (“frusto a frusto”, nel dire dell’Alighieri), già al netto di tasse e
contributi, o per esso, mese per mese e per anni, sta lì a pagare a chi gli ha
fatto un interessato credito.
Qui, piuttosto, vorrei annotare che
quel principio di sensato governo degli uomini e delle cose, sopra ricordato, è
recepito nei dettati della nostra vigente Costituzione. All’articolo 53, essa
recita univocamente che “Tutti sono
tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità
contributiva”. Ora va da sé che aver acquistato una casa per
abitarla o per tenersela “a disposizione” (si pensi all’abitazione che fu di un
padre, di una mamma o dei nonni, in luogo diverso dall’abituale residenza) o
anche “quella al mare/montagna”, guadagnata
con in frutto delle proprie attività di lavoro, privandosi di altro, non configura di per sé e in quel momento una particolare
“capacità contributiva”, ed anzi e se mai, se non locata, più che fonte di
reddito è spesa di varia e continua specie.
Resta la questione, istituzionalmente non nuova, del “con
quale denaro spesare i servizi pubblici resi alla collettività”, ma dare ad
essa la responsabile ed equa risposta è un compito e una prerogativa di chi è “eletto”
e per noi governa. Non sarà un chiedere
la luna che lo facciano con quella provvida intelligenza che mostrò, nel
tempo dei “lumi”, Ferdinando III Granduca di Toscana, riassunta nella semplice
e naturale proposizione-avvertenza, che val bene ripetere: ....“il grano è per mangiare”, ovvero: non va tolto a chi per esso lavora e fatica, a chi con esso produce e
incentiva altre attività e beni, per sé ma anche per la comunità tutta.
Che ciò non lo capiscano “I Professori”,
o peggio, che un tale basilare principio vogliano ignorarlo, per propria
vanagloria e ragionieristico assunto, è la bestemmia sociale di questo
principio di secolo ultimo. Avrebbe buttato lì mio nonno, per significare lui la
vergogna di costoro, un più che espressivo: “La
facce mé sotte a ’nu matane”!
G. F. Pollutri
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