Si legge
in giro che “Natale oggi si può dire
che sia diventata una festa laica, perché è celebrata ovunque come un rito
basato sullo scambio di regali, più che per il suo significato religioso
originario”. Ed è pur vero, ma solo apparentemente. Est modus in rebus... si sa, come sempre. Personalmente, quella del
Natale come “festa del dono”, di là
degli eccessi e dell’assoluta materializzazione dello stesso verbo ‘donare’,
non
credo proprio che sia un travisamento. Nè ‘laico’, come connotato opposto
al religioso, è l’aggettivo da usarsi in diminuzione valoriale di quel che è il
dare ad altri, per il bene che per essi si vuole. Ce lo dice anche il ‘prete’,
dall’altare, che lo stesso Gesù, il Cristo dal Padre, con la sua venuta in
terra ci fece dono di sè. E tale di
significanza resta, nella Comunione rituale dei credenti, o come metafora
filosofica per chi meno ha fede religiosa, la
“Buona novella”, l’Evangelo dell’età cristiana. Mistero profondo a cui
il Santo Poverello - quel Francesco da Assisi che amava dirsi ‘frate’ delle creature
tutte, terrestri e celesti – volle dare rappresentazione , quasi un rito, una visione
domestica e quotidiana del lieto e profetizzato evento.
Nel presepe, che nel 1252 fu a
Greccio, e che ora qui, quest’anno ancora vediamo rappresentato in umile cotto,
in basso e alto rilievo, dall’artista Gianfranco Bevilacqua, la scena è ancora
quella. Chiara e
semplice.
Al Gesù Bambino, che qui vediamo già attento e consapevole,
come sua madre, a quel che attorno accade, è
un corale presentare doni, un porgere con essi affetto a chi è venuto a
portare in terra speranza di salvezza e, sino ad allora inaudita, carità
fraterna più che pietas del dominus. La donna, al centro, umilmente
in ginocchio, offre il suo manufatto pane per la vita. Il pastore a lato porta
con sè, dal pascolo, un neonato agnello; dall’altro lato, forse un vasaio, è lì
pronto a donare alla Sacra Famiglia una sua anfora per raccogliere vitale acqua
alla fonte. C’è anche il musico, con sua zampogna e flauti a grappolo, per dare
anch’esso un dono: delle vibrazioni sonore, immateriali ma altrettanto preziose,
buone per una Ninna Nanna all’Infante, per dare un Inno al creato e un saluto
al suo Creatore. Gli angeli, che in alto e pur qui tra noi stanno, alle note danno
le giuste parole che per gli uomini dicano in canto, catartico per le
afflizioni e le miserie: “Gloria a Dio,
nel più alto dei cieli, e pace in terra agli uomini che egli ama”.
Giuseppe, uomo di pura fede, del dio-uomo padre e custode, con suo gesto, la
mano sul cuore, pare confermare e dire un benedicente Amen! E così sia. Ne è consapevole – almeno così, nella creta
modellata dall’artista, ci pare - persino la pecorella, lì in basso,
visibilmente attenta e come pensosa, a suo francescano
modo partecipe. Il Presepe è ancor
questo: rappresentazione del Dono.
Giuseppe F. Pollutri
L’opera sopra descritta (mostrata,
in anteprima, nelle sue fasi elaborative) è destinata all’annuale “Presepi d’Italia” di Massa Martana (Perugia), in Umbria. Gianfranco Bevilacqua ogni anno
modella, nella particolare cifra stilistica che gli conosciamo, una sua originale
e sempre meditata rappresentazione dell’evento. Con essa partecipa, su invito,
ad esposizioni sul Natale (Verona, Catania ed altre località), in Italia e
all’estero. Una sua Natività è conservata ed esposta in Palestina, a Betlemme.
Al lettore/visitatore internettiano
indichiamo anche un’altra opera presepiale di Bevilacqua (“L’altare della Natività” - 2006), esposta a “Natale in Arena, di
Verona” (in http://gianfrancobevilacqua.blogspot.it/). GFP




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