
Spesso quando si parla della storica chiesa di S. Pietro erroneamente si afferma che è crollata in seguito alla frana del ’56. In realtà la chiesa è stata demolita a causa delle profonde lesioni riportare durante i vari movimenti franosi a partire dal 22 febbraio. Molti, ancora oggi continuano ad affermare che la chiesa poteva essere salvata. Certo, guardare oggi in televisione le chiese distrutte dell’Aquila, in seguito al terremoto del 6 aprile scorso, verrebbe da dire che la chiesa sicuramente poteva essere salvata.
Purtroppo dobbiamo fare i conti con una classe politica che non ha fatto abbastanza per salvare la chiesa. Poteva essere rifatto il muraglione a sostegno della chiesa, ma sarebbe stato troppo costoso, allora meglio dare un “contentino”, demolire la chiesa e creare una bella passeggiata panoramica. Prove ovviamente non ce ne sono , ma chi ha vissuto quel periodo quella è la sensazione che ne ha ricevuto, in parte confermato anche dall’articolo dell’Amico del Popolo, che ho citato qualche giorno fa, dove già nell’agosto del 1956, prima ancora che avvenisse il crollo del Palazzo del Poste e di altre edifici, si parlava di demolizione e “passeggiata panoramica”: “Sembra che tutte le costruzioni esistenti, sino al livello di via San Pietro, vengano abbattute ed, in luogo delle dette, sorgerebbe un belvedere ispirato ai migliori criteri urbanistici moderni; a zona a valle, cioè la zona franata, sarebbe trasformata in una ampia scarpata verde”.
Dal 6 dicembre 1959 la chiesa venne demolita pezzo per pezzo: si provvide a salvare gli altari, i marmi del pavimento, della balaustra e delle due scalinate per scendere nella cripta, ma anche tutte le statue, i quadri e i tesori. Tutti i beni in parte furono utilizzati per l’altare e il presbiterio della chiesa di Sant’Antonio di Padova, i quadri, tra cui l’Ecce Agnus Dei di Filippo Palizzi e Il cieco di Gerico di F. Paolo Palizzi, furono trasferiti presso Museo Civico, altre statue di Santi furono dislocate tra le chiese di Sant’Antonio,
Sarebbe interessante sapere se alcuni beni sono ancora in deposito presso le famiglie vastesi oppure è tornato tutto a disposizione della parrocchia, ma visto il momento delicato che sta attraversando don Stellerino e la sua TRSP, preferiamo rimandare questa riflessione ad un altro momento.
Con la demolizione della chiesa di San Pietro, era stato promesso al parroco Don Romeo Rucci prima e don Stellerino d’Anniballe poi, la costruzione della nuova chiesa. Più volte il vescovo mons. Bosio venne a Vasto per verificare la sede adatta. Fu individuata l’area a Belvedere Romani tra il carcere e la caserma dei carabinieri. Gli anni passarono. Per interessamento dell’on. Remo Gaspari, si riuscirono ad ottenere altri 150 milioni, ma dopo la morte di mons. Bosio, avvenuta il 25 maggio 1967, con la venuta del nuovo vescovo, mons. Loris Capovilla, si decise la non ricostruzione della chiesa di S. Pietro, in quanto quella di Sant’Antonio poteva sopperire a tale mancanza.
I disagi sopportati da don Stellerino furono altissimi, tanto che il 22 novembre 1967 rivolse un accorato appello attraverso la stampa: “Tutti i cittadini sanno come siamo ridotti dopo la frana del 1956. Siamo ospiti di una chiesa – quella di S. Antonio – angusta, lesionata, ondulata nel pavimento, posta al ciglio della frana ed all’estremità della parrocchia. Siamo senza un battistero, senza un posticino decente per le confessioni degli uomini, senza un magazzino sufficiente, mentre le nostre cose, comprese le venerate immagini tanto care al nostro popolo, sono distribuite in ben sei famiglie… Le campane giacciono ancora a terra silenziose”, prosegue don Stellerino, “rivolgendoci un muto rimprovero, dopo essere state sfrattate dal Belvedere Romani… È un diritto per
Lino Spadaccini
1 commento:
Da un punto di vista tecnico la decisione, per quanto dolorosa, è stata necessaria.
Il fronte di una frana non rappresenta una linea netta tra il terreno buono e compatto, e quello infiltrato e cedevole.
Già per cantierare la zona e rendere il lavoro sicuro per gli operai si dovette scarificare il costone, raggiungere le zone sufficientemente consolidate e procedere ai consolidamenti.
Come si vede bene nella foto, la chiesa è rimasta in bilico, un equilibrio precario che da un momento all'altro poteva rompersi, con tragiche conseguenze per coloro che si fossero trovati a lavorare nelle vicinanze.
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