
LA DONAZIONE DELLE ARMI DI FRANCESCO ROMANI AL MUSEO CIVICO
Ogni tanto se ne sente parlare, ma della sua realizzazione neanche l’ombra. Stiamo parlando del Museo delle Armi, o più in generale, del Risorgimento. Solo pochi giorni fa sottolineavo la chiusura dei musei esistenti e la scarsa attenzione alla “cultura”, figuriamoci parlare oggi dell’allestimento di altre sale. Ma io sono un sognatore e permettetemi di pensare, magari proprio per l’anno prossimo, in occasione della ricorrenza del 150° dell’Unità d’Italia, l’allestimento di una grande mostra sul Risorgimento,con l’esposizione di documenti, oggetti e la ricca collezione di armi. Ma a differenza di quella allestita nel
Nell’archivio storico ho rispolverato alcuni documenti su una donazione di armi fatta dal nostro concittadino Francesco Romani. In una lettera datata 1 ottobre 1941, indirizzata al podestà Francescopaolo Giovine, il Romani scriveva: “Tra i ricordi che testimoniano il contributo dato da mio nonno Michelangelo Romani e dal di lui fratello Raffaele alla causa della
unità e libertà della Patria della Patria durante il Risorgimento, conservo due pistole, un fucile con baionetta ed una sciabola. Avendo trasferito, come sapete, la mia residenza in Chieti, e desiderando che i detti modesti oggetti non lascino la nostra Città, ne faccio dono a Voi perché vengano custoditi nel civico Museo”. Lo stesso giorno, il Podestà rispondeva: “…Gl’interessanti cimeli, di grande valore storico, saranno destinati al civico museo, e costituiranno sempre per voi e per la vostra famiglia motivo di legittimo orgoglio, per il contributo dato, in epoca ormai lontana ma viva e presente al cuore degli Italiani, alla causa della Patria”.
Chi era Francesco Romani? La risposta è molto semplice, era un vastese che amava la propria terra.
Sulle pagine dell’Histonium del 28 febbraio 1949, Francesco Romani scriveva un bellissimo e accorato articolo dal titolo significativo, Amor di patria, dove parlava della propria esperienza, del stato d’animo proprio e di coloro che hanno lasciato la terra natia per altre mete. Ma “la loro terra è sempre davanti ai loro occhi: sono dei sognatori, degli eterni malati di nostalgia, il cui costante pensiero è rivolto alla impareggiabile bellezza della loro marina. E nell’attesa del ritorno”, prosegue il Romani, “la loro più grande gioia è quella che provano nell’afferrare tra una folla di visi ignoti e il frastuono dei rumori nelle città popolose dove svolgono la loro attività, una voce che parli il dialetto natio, quell’accento che fa sentire la vicinanza della propria patria e che fa affluire nella loro mente tutti i più bei ricordi della fanciullezza e della gioventù”. E scrive ancora: “Amici e fratelli di Vasto, vicini e lontani, dimostriamoci con la nostra rettilinea condotta morale sempre degni del nostro paese, che se è piccolo nei suoi confini, è grande nella sua storia, piena di esempi luminosi di uomini illustri e oscuri che per modestia e rettitudine di vita, per generosità di cuore, per capacità di lavoro, per sublimità d’ingegno, per elevatezza di sentimenti, hanno saputo toccare in ogni tempo, con la sola forza della propria personalità e non con la spinta dell’altrui soffio, le vette più eccelse nel campo della produzione, dell’arte, del pensiero, della scienza, della letteratura, della solidarietà fraterna”.
Qualche settimana dopo aver scritto l’articolo Francesco Romani è deceduto lasciando la moglie Elvira Faraone ed i figli Liliana, Gloria e Bruno.
Non conosco l’entità delle armi conservate a Palazzo d’Avalos, ma per questo gesto generoso e per l’amore che quest’uomo nutriva per la terra natia, quando un giorno, si spera non molto remoto, verranno allestite delle sale, se ne potrebbe intitolare una alla memoria del nostro concittadino Francesco Romani.
Lino Spadaccini
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