http://www.avvenire.it/Cultura/aquila+reportage+agora_200910051354236870000.htm
Aquila, a sei mesi dal terremoto, risorge una tenacia millenaria
Se volete capire cos’è L’Aquila, nelle sue prodigiose tesi, antitesi e sintesi, il consiglio migliore è: fermatevi alla sua soglia. E non perché oggi l’accesso sia inibito dal terremoto. Fermatevi a un passo dalle sue mura, ferite da larghi squarci. Per farvi ammaliare dalla sua bellezza, prima spiatela a distanza. Salite, in un’aurora d’estate o d’autunno, su una delle disabitate alture che la circondano. Guardatela da lassù. Da quella distanza nasconde i guasti del terremoto. Non sembra cambiata. E dite se il velluto delle prime luci del giorno, che trasmutano dal violetto all’indaco al rosa, rendendo visibili le creste dei monti, non è l’esatto opposto del nero della notte, in cui i monti sono ancora immersi. Dite se il primo cinguettio degli uccelli, inneggianti al ritorno della luce come se ogni aurora fosse la creazione del mondo, non è l’esatto opposto del silenzio che ancora avvolge tutto. Dite se le tenebrose sagome dei palazzi e delle chiese, dei conventi e del castello, delle colline e dei monti, non sono l’esatto opposto dello splendore che la luce tra un attimo rivelerà. Riconoscete, allora: non è una città, è un’idea. È una filosofia fatta pietra. È un moto che non si ferma. L’Aquila è una di quelle amanti che, amate, si trasformano e trasformano il loro amante. Conoscete questa terra, soprattutto dopo ch’è stata ferita dal terremoto, venite a incontrarla. Amatela, vedrete come risponderà.
Giovanni D'Alessandro
Nessun commento:
Posta un commento