
Economia agricola
di Lino Spadaccini
Agli inizi dell’Ottocento l’economia agricola del vastese si presentava alquanto arretrata rispetto ai distretti di Chieti e Lanciano, per la presenza di grandi latifondi nelle mani di pochi proprietari, ed a causa di una tecnica di coltivazione antiquata e poco fruttuosa. I primi segnali positivi per l’inizio di una crescita agricola, si ebbero solo nel 1806, quando venne abolita la feudalità ed i terreni furono venduti a migliaia di coloni.
Il Comune di Vasto possedeva tre grandi feudi, Salivento, Castiglione e Pennaluce, acquistati nel 1417 per la modica somma di milleduecento ducati. Nel verbale redatto nel 1810 dall’agente demaniale sig. Macchioli, il Comune di Vasto risultava avere un territorio di 15438 tomoli di cui 4709 coperti da vigneti, olivi e giardini, la restante parte coltivata e solo in minima parte incolta o boscosa. Il Comune “…ne ritrae circa annui duc. 1700, cioè 1400 circa da’ terraggi che ritira dai terreni seminatorii, circa 180 dallo affitto della difesa boscosa detta Selvacupa, e circa 360 dalle decime di lini, legumi e canneti, e dai canoni delle vigne. I cittadini vi esercitano il dritto della coltura, e sono inamovibili… Le famiglie che coltivano le terre demaniali comunali secondo si è rilevato dall’istessa matrice della fondiaria, sono nel numero di 600, fuori delle altre che posseggono terre nel Distretto delle vigne, e delle altre che sono registrate nella matrice succitata, perché coltivano terre cedute loro dai possessori… La prestazione annua che i coloni pagano alla Comune, è di mezzo tom. di grano per ogni tom. di terra al tempo della semina, la quale cade per costume in ogni triennio, della decina per i legumi, lini e canneti, e di gr. 15 per ogni migliaro di viti”.
Anche se in generale l’economia vastese era abbastanza arretrata, rilevante era la produzione sia del grano tenero che di quello duro, paragonato dal Marchesani alla qualità pugliese. La produzione di olio era abbondante e di buona qualità, anche se sarebbe potuta essere migliore se si fosse abbandonata l’abitudine di far fermentare le olive prima di macinarle. Buone erano le produzioni di ortaggi, frutta, in particolare per la presenza di molti aranceti, e anche di vino. La maggior parte dei vastesi beveva vino cotto, mentre il crudo era privilegio di poche famiglie signorili.
Per quanto riguarda il bestiame, scarso era il numero di capi di grosso calibro; il latte che generalmente si consumava era di pecora o di capra; ricotta e burro erano produzioni poco diffuse
Non pochi problemi dovette affrontare Pietro Muzii a causa del grano. Nella seduta del consiglio del 25 ottobre 1814, il Sindaco denunciò “…la continua estrazione de’ grani, e la malizia de’ Panettieri stanno indebolendo la pubblica panatica, ed a voi costa che fanno mancare giornalmente il pane ai Cittadini, i quali si dolgono di questa mancanza. Conviene che risolviate a dare un sistema alla pubblica panatica, onde assicurare la sussistenza ai cittadini”. La situazione degenerò l’anno successivo a causa dell’alto prezzo del grano, che costrinse i panettieri ad una specie di sciopero con la sospensione della vendita del pane. Si pensò di aumentare il prezzo del pane, ma in seguito alle continue polemiche, con una netta presa di posizione, Pietro Muzii rese diritto municipale la confezione e lo smercio del pane, dando l’appalto a dieci cittadini, che pagavano al Comune circa duemila ducati.
Come riferisce il Marchesani, questa Panatica, stabilita alla fine del 1815, cessò pochi mesi più tardi “poiché gli appaltatori non contentavano il pubblico, i campajuoli, gli agricoltori e la gente poco agiata perdevano l’agevolamento del pigliar pane a credenza, a’ proprietarii de’ forni s’inutilizzava una rendita, in dispettoso ozio si gittavano i fornari di mestiero. Fu prudenza adunque ripristinar la libera vendita del pane sotto gli antichi regolamenti municipali”.
Lino Spadaccini
Agli inizi dell’Ottocento l’economia agricola del vastese si presentava alquanto arretrata rispetto ai distretti di Chieti e Lanciano, per la presenza di grandi latifondi nelle mani di pochi proprietari, ed a causa di una tecnica di coltivazione antiquata e poco fruttuosa. I primi segnali positivi per l’inizio di una crescita agricola, si ebbero solo nel 1806, quando venne abolita la feudalità ed i terreni furono venduti a migliaia di coloni.
Il Comune di Vasto possedeva tre grandi feudi, Salivento, Castiglione e Pennaluce, acquistati nel 1417 per la modica somma di milleduecento ducati. Nel verbale redatto nel 1810 dall’agente demaniale sig. Macchioli, il Comune di Vasto risultava avere un territorio di 15438 tomoli di cui 4709 coperti da vigneti, olivi e giardini, la restante parte coltivata e solo in minima parte incolta o boscosa. Il Comune “…ne ritrae circa annui duc. 1700, cioè 1400 circa da’ terraggi che ritira dai terreni seminatorii, circa 180 dallo affitto della difesa boscosa detta Selvacupa, e circa 360 dalle decime di lini, legumi e canneti, e dai canoni delle vigne. I cittadini vi esercitano il dritto della coltura, e sono inamovibili… Le famiglie che coltivano le terre demaniali comunali secondo si è rilevato dall’istessa matrice della fondiaria, sono nel numero di 600, fuori delle altre che posseggono terre nel Distretto delle vigne, e delle altre che sono registrate nella matrice succitata, perché coltivano terre cedute loro dai possessori… La prestazione annua che i coloni pagano alla Comune, è di mezzo tom. di grano per ogni tom. di terra al tempo della semina, la quale cade per costume in ogni triennio, della decina per i legumi, lini e canneti, e di gr. 15 per ogni migliaro di viti”.
Anche se in generale l’economia vastese era abbastanza arretrata, rilevante era la produzione sia del grano tenero che di quello duro, paragonato dal Marchesani alla qualità pugliese. La produzione di olio era abbondante e di buona qualità, anche se sarebbe potuta essere migliore se si fosse abbandonata l’abitudine di far fermentare le olive prima di macinarle. Buone erano le produzioni di ortaggi, frutta, in particolare per la presenza di molti aranceti, e anche di vino. La maggior parte dei vastesi beveva vino cotto, mentre il crudo era privilegio di poche famiglie signorili.
Per quanto riguarda il bestiame, scarso era il numero di capi di grosso calibro; il latte che generalmente si consumava era di pecora o di capra; ricotta e burro erano produzioni poco diffuse
Non pochi problemi dovette affrontare Pietro Muzii a causa del grano. Nella seduta del consiglio del 25 ottobre 1814, il Sindaco denunciò “…la continua estrazione de’ grani, e la malizia de’ Panettieri stanno indebolendo la pubblica panatica, ed a voi costa che fanno mancare giornalmente il pane ai Cittadini, i quali si dolgono di questa mancanza. Conviene che risolviate a dare un sistema alla pubblica panatica, onde assicurare la sussistenza ai cittadini”. La situazione degenerò l’anno successivo a causa dell’alto prezzo del grano, che costrinse i panettieri ad una specie di sciopero con la sospensione della vendita del pane. Si pensò di aumentare il prezzo del pane, ma in seguito alle continue polemiche, con una netta presa di posizione, Pietro Muzii rese diritto municipale la confezione e lo smercio del pane, dando l’appalto a dieci cittadini, che pagavano al Comune circa duemila ducati.
Come riferisce il Marchesani, questa Panatica, stabilita alla fine del 1815, cessò pochi mesi più tardi “poiché gli appaltatori non contentavano il pubblico, i campajuoli, gli agricoltori e la gente poco agiata perdevano l’agevolamento del pigliar pane a credenza, a’ proprietarii de’ forni s’inutilizzava una rendita, in dispettoso ozio si gittavano i fornari di mestiero. Fu prudenza adunque ripristinar la libera vendita del pane sotto gli antichi regolamenti municipali”.
Lino Spadaccini
1 commento:
Certo che la situazione del pane, è una cosa che, per quanto il pane ormai, lo troviamo e più o meno lo riusciamo a comprare un po' tutti, è stata sempre una piaga!
Ricordo mia madre mi raccontava che da piccola il suo pane era la pizza di mais, cotta sotto la cenere.... Io personalmente, non saprei mai rinunciare ad una fetta di pane, anche due, con dell'olio e pomodoro, magari pure con uno spicchio d'aglio strusciato sopra, e perche no' pure un po' di cipolla cruda o a volte lessata sotto forma di anelli, maggiormente uso la cipolla così, quando il pane è ormai un po' indurito, quindi lo bagno all'acqua... Ma l'idea di assaporare la pizza di mais, magari con dei pezzettini di strutto o salsiccia, mi sfizzia parecchio, peccato non avere il caminetto!
Per il vino, avevo una zia che faceva un vino cotto che sembrava un marsala.... Meglio il crudo o fermentato, da bimba mi piaceva bere il mosto, direttamente quando usciva dalla deraspatrice, dolcissimo.
Mi dicevano che si prediligeva il cotto, in quanto non c'erano cantine adatte alla consevazione del vino, per via delle temperature che subivano sbalzi, ma non so se era solo abitutine.
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