VASTO 1947 – Due giovani arrestati per pesca con una bomba a mano
di Alessandro CIANCI
L’episodio, che emerge dagli archivi
del Tribunale di Vasto, racconta una vicenda oggi sorprendente, ma
perfettamente calata nella realtà del dopoguerra. Una realtà fatta di povertà,
difficoltà e scarsità di risorse, nella quale soprattutto i più giovani si
ingegnavano come potevano per procurarsi qualcosa da mangiare o qualche soldo.
È il pomeriggio del 3 novembre 1947.
Una pattuglia della Guardia di Finanza sta perlustrando la costa in località Punta
d’Erce, quando all’improvviso i finanzieri sentono una forte esplosione e
vedono levarsi dal mare, a circa 300 metri dalla riva, una colonna d’acqua.
(NB IMMAGINE ELABORATA CON L'AI )
Poco dopo scorgono una piccola barca
a remi. I due giovani stanno raccogliendo il pesce rimasto ucciso o
tramortito dall’esplosione.
Le guardie si nascondono dietro un cespuglio e aspettano il ritorno della barca. Quando i due arrivano a riva, nel fondo dell’imbarcazione vengono trovati 35 chili di pesce, pescato utilizzando materiale esplosivo.
Interrogati, i due giovani raccontano
che qualche giorno prima, mentre si trovavano nel bosco comunale di Vasto
alla ricerca di funghi, avevano trovato per caso una bomba a mano che, a
loro giudizio, sembrava essere di fabbricazione tedesca.
La bomba, invece di essere consegnata
alle autorità, rimane in loro possesso.
Il 3 novembre, verso le due del
pomeriggio, i due raggiungono la spiaggia e ottengono in prestito da un certo S.
una barca. L'intenzione iniziale è quella di prendere il largo, verificare se
vi sia del pesce e poi tornare a prendere le reti.
Ma, una volta al largo, avvistano un
grosso branco di pesci. Temendo che, tornando a terra per recuperare le reti,
il branco possa spostarsi e non essere più trovato, decidono di utilizzare
proprio quella bomba che avevano rinvenuto nel bosco.
La fanno esplodere in acqua.
L'esplosione porta in superficie il
pesce ucciso o tramortito e i due iniziano a raccoglierlo. Ma, senza saperlo,
sono ormai sotto gli occhi della Guardia di Finanza.
Il Tribunale di Vasto, con
sentenza del 26 novembre 1947, ricostruisce nei dettagli la vicenda e
considera entrambi responsabili sia della detenzione abusiva della bomba a
mano, sia della pesca effettuata mediante materiale esplosivo.
I giudici dedicano particolare
attenzione proprio alla questione della bomba. I ragazzi sostengono che il
possesso sia durato pochissimo e che l'ordigno fosse stato trovato soltanto
poche ore prima dell'utilizzo. Il Tribunale non accoglie questa versione: anche
se la bomba fosse stata rinvenuta soltanto il 3 novembre, i due avrebbero
comunque avuto la possibilità di abbandonarla o consegnarla alle autorità.
Invece scelgono di utilizzarla.
Per il Tribunale, è proprio questo
passaggio a trasformare quello che poteva essere un ritrovamento occasionale
in una vera e propria detenzione abusiva.
Nella sentenza emerge anche un
particolare curioso: la difesa cerca di sostenere che la norma violata parlasse
di «bombe» al plurale e che quindi non potesse applicarsi a chi avesse detenuto
una sola bomba a mano. Il Collegio respinge l'argomento.
Alla fine i due giovani vengono
condannati. Per la detenzione abusiva dell'ordigno viene inflitta a ciascuno la
pena di un anno e quattro mesi di reclusione e mille lire di ammenda,
con il riconoscimento delle attenuanti generiche, anche in considerazione della
loro giovane età e della condotta incensurata. Per la pesca con la bomba viene
stabilita inoltre una pena di mille lire di ammenda.
Il Tribunale concede loro la libertà
provvisoria.
La vicenda, però, non finisce qui.
Nel 1953 arriva la decisione
della Corte d'Appello dell'Aquila. Per il reato relativo alla pesca
abusiva viene dichiarato il non doversi procedere per amnistia, mentre
la pena relativa alla detenzione abusiva della bomba viene ridotta a otto
mesi di reclusione. La pena viene inoltre successivamente indicata come condonata.
È una piccola storia giudiziaria, ma
dentro quelle poche pagine di un vecchio fascicolo c'è molto più di un
processo.
C'è una Vasto che non esiste più:
quella che nel fascicolo viene indicata come Punta d'Erce, l'odierna Punta
Aderci, oggi è una delle zone più conosciute e frequentate della città; nel
1947 era invece un tratto di costa molto più isolato, dove due giovani potevano
uscire in barca e pescare lontano dagli occhi della città o almeno così
credevano. E poi l'esistenza di un “bosco comunale”, forse in località San
Lorenzo, dove si andava anche alla ricerca di funghi.
E soprattutto c'è una generazione che
aveva attraversato la guerra e si ritrovava ora in un Paese segnato da
devastazione, fame e ristrettezze. Due giovani che rinvengono una bomba e,
qualche giorno dopo, decidono di utilizzarla per pescare. Oggi la storia può
suscitare un sorriso per l'incredibile singolarità dell'impresa. Ma nel 1947,
dietro quella bomba, quei 35 chili di pesce e quella piccola barca presa
in prestito, c'era anche la necessità di arrangiarsi in un Paese che stava
ancora cercando di rialzarsi dalle macerie.
Chissà se i due avranno mai raccontato
questa storia ai propri figli o nipoti. Chissà se, molti anni dopo, ricordando
quei giorni difficili, avranno finito per sorridere anche loro davanti
all'incredibile avventura della pesca con una bomba a mano.
A volte sono proprio queste piccole
vicende, rimaste nascoste per decenni nei fascicoli di un tribunale, a
restituirci l'immagine più vera di una città e della vita quotidiana di chi
l'ha abitata.
Alessandro Cianci
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