TRA IDENTITÀ E STORIA
Spunti di riflessione sull’Aquila capitale della Cultura
di Costantino Felice*
Per un giudizio ponderato sull’Aquila capitale italiana della cultura 2026 occorrerebbe partire da un paio di cruciali interrogativi: con quali singolarità proprie il capoluogo abruzzese si presenta all’importante appuntamento? E qual è, di conseguenza, la sua forza di proiezione sullo scenario nazionale (e magari anche oltre)?
A uno sguardo minimamente attento, stando a quanto emerge finora (ma del resto è già esplicita la programmazione d’insieme), appare concreto il rischio che il tutto possa ridursi ad una vacua ostentazione di banalità e luoghi comuni: i soliti insulsi stereotipi insomma (comprese le magiche formulette come “Città multiverso”, “multiterritorialità”, “Un territorio mille capitali” e consimili) i quali, anziché disvelare e valorizzare lo straordinario patrimonio culturale e artistico di cui L’Aquila è storicamente depositaria, lo distorcono ed occultano per la gran parte.Il fitto calendario di “eventi” con cui l’Aquila
vuole mostrarsi all’Italia e al mondo – un modello di sviluppo su base
culturale! – sembra in realtà srotolarsi, come già si intravede dalle roboanti cerimonie
d’inaugurazione, nelle illusorie sembianze di una supina reiterazione, per la
verità in forme molto più immiserite, di quanto già verificatosi con il tragico
sisma del 2009 (che pure dovrebbe essere di ammonimento almeno in termini
analitici e organizzativi). Prima di allora non si era mai assistito, nella
storia dell’Abruzzo (e forse persino dell’Italia intera), a un’esplosione così
enfatica e insistita – addirittura su scala globale per la simultanea presenza
dei “grandi della terra” dopo che Berlusconi aveva portato il G8 nell’Aquila
terremotata – dei più banali clichés identitari, a cominciare da quello
stucchevole e falsificante degli abruzzesi “forti” e “gentili”.
In quell’occasione andava di moda blaterare
disinvoltamente di “abruzzesità” (invenzione magniloquente priva di ogni
concretezza storica) da parte dell’intera intellighenzia regionale (e anche
oltre). Ogni commentatore, prestigioso o modesto che fosse, oracolante dai
salotti televisivi o dalla carta stampata, con toni talvolta declamatori, si
sentì in quei giorni autorizzato a sentenziare sulle fiere qualità delle montanare
“genti d’Abruzzo”. La trama narrativa del centrodestra allora al potere (ma
almeno c’era Berlusconi!), con il concorso quasi sempre adulatorio (quando non
apertamente servile) della grande stampa e della informazione televisiva, riuscì
a fare dell’Abruzzo terremotato, che ovviamente suscitava la più vasta emozione
e solidarietà popolare, il fondamento tematico-territoriale della propria
riconoscibilità politica. L’Aquila poté assurgere, come rilevarono gli
osservatori più lucidi e penetranti, a paradigma mondiale della postmodernità
sia nella politica che nella cultura.
Analogamente ora si odono strombazzamenti retorici
financo su una supposta “aquilanità” quale vessillo di vanagloriosa identità su
scala cittadina. Ma per fare della cultura il pilastro di un peculiare modello
di sviluppo – ammesso che l’assunto sia ragionevolmente fondato – ci vorrebbe
ben altro che questa narrazione così smaccatamente trionfalistica e
celebrativa. Tutto invece si riduce ad effimero spettacolo, a sensazionalistica
messinscena se non proprio a vaporosa passerella. Come l’Aquila delle macerie
sismiche, in quest’anno fatidico anche L’Aquila della “rinascita” pare
prospettarsi come backstage per ministri e politicanti d’ogni genere, per
teatranti più o meno dotati, per showmen in cerca di visibilità (e di incassi),
per star (presunte) e figuranti vari.
Non può non suscitare stupore – in tutto
questo frastornante bailamme – la impressionante assenza di un qualsivoglia
spunto di riflessione critica da parte della intellettualità colta che pure
all’Aquila non manca. Di fronte a una così assordante afasia diventa lancinante
il senso di vuoto che si avverte avendo invece a mente l’acuta saggezza del
compianto Colapietra. A differenza delle sue sferzanti dissonanze (si pensi
anche a uno storico come Alessandro Clementi, ma si potrebbero fare nomi di
tutto rispetto anche in campo artistico), anche ora non si levano che voci più
o meno somiglianti al manzoniano “servo encomio”. Manca ogni forma di pensiero approfondito.
Ovviamente elaborazione critica – è bene ribadirlo – non significa affatto gratuito
spirito polemico: al contrario vuol dire prioritariamente profondità di analisi
e di proposte, che poi potrebbe anche diventare sano e tonificante confronto
dialettico.
L’altro aspetto alquanto discutibile
dell’Aquila capitale della cultura – forse il vero peccato originale (diciamo
così) – concerne la torsione marcatamente politica (se non propriamente
partitica) del suo concepimento e della sua complessiva organizzazione: effetto
e insieme concausa di quei limiti gestionali e culturali di cui si diceva. La
si è vista – questa evidente politicizzazione di parte – in talune condotte per
il conseguimento dell’agognato titolo (compresa la documentazione di supporto),
e di continuo la si rende ancora più appariscente, specie nelle manifestazioni
di maggiori successo, con la ostentata corona di esponenti del governo (non si
dimentichi però Sangiuliano!) che possono accampare titoli per attribuirsene i meriti.
Da straordinaria opportunità di crescita
(in ogni direzione), lo scoppiettante palcoscenico della cultura aquilana (300
eventi in 300 giorni) potrebbe nel corso dell’anno (se ne colgono avvisaglie
fin dall’inizio) rimpicciolirsi a strumentale tassello della battaglia che la destra
al potere in Italia sta pervicacemente conducendo per la cosiddetta egemonia
culturale: una “battaglia” i cui esiti fallimentari, sul piano nazionale
(encefalogramma piatto), persino i più rispettabili e avveduti intellettuali di
quella stessa area non hanno esitato a denunciare. Una ennesima occasione
mancata: questa potrebbe essere alla fine l’amara “ardua sentenza” (per stare
sempre a Manzoni).
Siamo proprio sicuri, del resto, che da una
così evidente “contaminazione” le pur ragguardevoli istituzioni aquilane
dell’arte e della cultura possano alla lunga ricavare solo ulteriore prestigio
e consolidamenti di natura strutturale? O non si corre forse il rischio che da una
tale prossimità “di parte” (talvolta al di là del rispettoso ambito istituzionale)
possano con il tempo derivare, al di là dei cospicui ma pur sempre contingenti
finanziamenti pubblici, rimbalzi di delusione e di indebolimento sostanziale? Anche
nell’arte e nella cultura le cosiddette identità, ammesso che le si possa riscontrare
su dati reali, sono sempre costruzioni storiche (per dirla questa volta con
Croce), risultati cioè di sedimentazioni più o meno lunghe, e quindi certamente
sono compenetrate da gloriosi apporti del passato. Ma poi queste presumibili
identità – per fronteggiare con successo le sfide del presente e del futuro – dovrebbero
con altrettanta forza potersi nutrire di creatività originali e autonome
capacità d’irraggiamento oltre l’orizzonte soltanto regionale, divenendo – solo
in tal modo – fattori di complessivo sviluppo economico e sociale.
*Già docente di Storia economica presso l’Università D’Annunzio di Pescara, è tra l’altro autore di tre volumi (editore Donzelli) che hanno come principale filo conduttore la recente storia dell’Aquila: Le trappole dell’identità. L’Abruzzo, le catastrofi, l’Italia di oggi (2010); Mezzogiorno tra identità e storia. Catastrofi, retoriche, luoghi comuni (2017); Un Mezzogiorno particolare. Storia dell’Abruzzo: contro i luoghi comuni e le retoriche identitarie (2025).

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