Chi frequenta le pagine vastesi di facebook avrà notato negli ultimi mesi la costante presenza di un nome: Luigi Lazzaro, molto attivo sui temi legati al complicato dialetto vastese. Tutti interventi fatti con competenza che rivelavano un personaggio di alto profilo, non certo un semplice “native speaker” che si divertiva con il suo dialetto o con i ricordi della sua città. Con curiosità abbiamo cercato sulla Rete e Wikipedia ha risolto subito l’enigma: “Luigi Lazzaro (Vasto, 11 settembre 1945) è uno scrittore italiano” . https://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Lazzaro
Nella sua biografia tra l’altro è scritto che: “Nato a Vasto nel 1945, all'età di otto anni si trasferisce a Pescara a seguito del padre bancario”. Lì frequenta le elementari, medie e superiori e “dopo la maturità si trasferisce a Torino dove si iscrive alla Facoltà di Economia e Commercio”. Dopo la laurea entra in Fiat dove “ricopre posizioni apicali a Torino, in Danimarca, Svezia, Norvegia e Gran Bretagna”. In UK consegue anche il Master in Marketing Strategico. “Dal 1996 al 2009 ricopre la carica di Socio Amministratore della Solaris Srl Molle Industriali”.
Collocato in pensione Luigi Lazzaro può dare libero sfogo alla sua passione letteraria. Nel 2013 scrive il racconto Gigolè che vince il premio letterario "Il Molinello". Nel corso dei due anni successivi, Gigolè diventa il romanzo Adelchi, che vince la 36^ edizione del premio letterario Cava de' Tirreni”. Successivamente pubblica altri cinque romanzi: La Vinaia (2017), Quel che resta del vento (2020), Michi Martello (2021), La Talpa il Turco e i Martiri (2021) e Storia di Aligi e Mila (2024)”. Ha pubblicato anche una raccolta di racconti Ventidue Vite e collabora con la rivista di letteratura e filosofia Quaerere.
Questa in estrema sintesi la vita di Luigi Lazzaro, ma per presentarlo al pubblico vastese gli abbiamo chiesto un’intervista che lui ci ha gentilmente concesso. Ecco le domande.
1. Luigi
Lazzaro, ti vediamo presente sul web con il dialetto e altri ricordi di
Vasto: recupero della vastesità perduta?
In effetti la mia vastesità non l’ho mai perduta, anche se ho lasciato Vasto all’età di otto anni. Essa è rimasta sopita per tanti anni: quelli dell’università fuori sede, del lavoro all’estero, della famiglia… poi, con il passare del tempo, la pulsione dello scrivere, del raccontare mi ha spinto al recupero del valore degli anni della fanciullezza vissuti a Vasto e ho capito che essi rappresentano un valore a sé stante, unico e, in quanto tale, prezioso. Una vastesità che è una miscela unica di orgoglio, nostalgia e amore per questa terra sospesa tra mare e collina.
2. Sei
andato via a 8 anni, come hai fatto a mantenere una perfetta conoscenza del
nostro dialetto?
Beh, io certamente non la definirei una conoscenza “perfetta”. Il dialetto vastese che sentivo parlare negli anni ’50 (e che non si parla più) mi è rimasto dentro come una serie di fotografie, ciascuna fine a se stessa nel senso che ho il ricordo di parole, frasi, espressioni singole… ma non ho la fluidità per poterlo parlare.
Mia nonna materna, Liberata, aveva un laboratorio di ricamo e cucito; il mio ricordo dei suoni dialettali deriva essenzialmente dalle chiacchiere delle lavoranti... mi piaceva molto ascoltare le loro storie, alcune delle quali ho in seguito trasposto in alcuni dei miei racconti. Di queste signore ricordo in particolare la lunga serie di maledizioni e invettive tipo: “Te puzze a lu muavedà”, “Te puzzane vedà ‘mbuzzunueite”, “Te puzze a lu muambenne”, “Ppì chiscicceise”. Sul lato della grazia e gentilezza ricordo solamente: “Tande ggendile, puzze avà li mille bbenezzaune”
Mio nonno materno, Luigi (Giggetto) aveva una merceria in Piazza Caprioli (lu Ciuardinatte) e nel suo negozio passavano molte clienti che spesso parlavano uno stretto dialetto.
Quei suoni, quei dittonghi “ue”, “ui”, “ua”, attaccati a ogni parola mi son rimasti dentro, nel profondo, per decenni e ogni tanto tornano a galla destando malinconici ricordi.
3. Luigi, cosa ricordi della Vasto della tua infanzia?
Sono nato in Strada San Teodoro (oggi, via San Francesco d’Assisi). Nel 1950 ci trasferimmo in Corso Nuova Italia, una palazzina di tre piani dove, al primo piano, abitava Espedito Ferrara, un amico di mio padre. Eravamo di fronte alla villa nel cui laghetto caddi un paio di volte cercando di afferrare le paperelle che l’abitavano.
Mio nonno paterno, Vincenzo, era direttore delle Poste di Vasto Marina, aveva nove figli che nel corso degli anni hanno lasciato Vasto, tranne uno, zio Ugo, marito di zia Marta Ferrari che gestiva l’omonimo negozio di abbigliamento.
Un giorno di maggio del 1951 ero sul balcone della mia cameretta quando sentii un boato e un pennacchio di fumo sollevarsi nella zona di San Michele. Un incidente aereo. Ricordo che morirono diverse persone ma la cosa che più m’impressionò fu la morte di due bambini di pochi mesi… pensavo che i bambini non potessero morire se non quando invecchiavano. Quella fu la prima di tante consapevolezze che la vita mi avrebbe riservato.
Di quel periodo ricordo nomi e personaggi come il medico di famiglia, Don Marcello Sangiovanni, del sarto Giovannino Cirio ( o Cieri), del fotografo Scotti, di Don Carlo, il parroco di Santa Maria dove feci la prima comunione, di Pietro, il fornaio di via San Francesco d’Assisi, della cartoleria di Caccà (balbettava) in piazza Caprioli, del negozio di tessuti Scolavino (Lello mio compagno di scuola), dell’armeria Sorge (Romolo mio compagno di scuola), del Vapoforno Monteferrante e ancora: La Palombara, Molino, Biagio Forte, il cinema Corso, il Ruzzi, il Supercinema, Francesco Masciata il vetturino, Carabba il taglialegna e così via.
Ricordo il casotto dei miei nonni, d’inverno smontato nella cantina, vicino al sidecar di Cuccio, l’orefice che ogni tanto mi prometteva un giro sulla moto, cosa che non successe mai perché a un certo punto ci trasferimmo a Pescara. Il casotto veniva montato in spiaggia all’inizio dell’estate, aveva una veranda dove poter mangiare e un odore di vernice fresca che ancora oggi risveglia antichi ricordi. La Dominante, la barca di mio zio Cenzino, L’autobus blu col muso, che da Piazza Rossetti ci portava alla marina avvolti in un delizioso odore di nafta. A volte non prendevamo l’autobus e aggrappato alla mano di mio padre scendevamo a piedi.
I ricordi sono tanti: l’asino che si “abburrutò” nella scarpata della Loggia vicino alla Madonna della Catena (allora senza ringhiere) e noi bambini che andavamo a ispezionarne la povera carcassa; i cordai e i calderari sulla piazzetta davanti al belvedere; le isole Tremiti al tramonto di giornate terse e ventose…
Oggi molto è cambiato, le botteghe di una volta non ci sono più, molti edifici sono cambiati, le facce sono diverse, ma le pietre e i muri, quelli sì, sono sempre gli stessi, e raccontano storie antiche.
4. Ci sono riferimenti
vastesi nelle tue opere?
Certamente. Il romanzo “Quel che resta del vento”, il racconto “Gigolè” e il romanzo “Adelchi” hanno chiari riferimenti a Vasto. (“Quel che resta del vento” è parzialmente ambientato a Vasto).
Il racconto “Gigolè” (vincitore di vari premi letterari tra cui Il Molinello e il Città di Livorno) nasce dai ricordi di mia madre che mi raccontava che quando lei era ragazzina, c’era un bambino disabile, zoppo e con un braccio anchilosato, che veniva bullizzato e deriso dagli altri bambini. Si chiamava Gigolè. Dopo tante angherie Gigolè si infuriava e cercava di difendersi ma non ce la faceva e allora si sedeva sul marciapiede ansimante e con le lacrime agli occhi mentre gli altri ragazzi continuavano a deriderlo… Mia madre, la donna più sensibile e mite di questo mondo terminava il racconto dicendo: “Ero solo una bambina ma se avessi potuto avrei graffiato la faccia a quella banda di iene ridenti”.
Altri riferimenti compaiono nel libro “Adelchi” (ampliamento del racconto Gigolè), sono una serie di soprannomi vastesi: Sprusciavudille, Cacavirme, Cachetuste, Cocciabbianghe…
5 Come
si concilia il lavoro di manager con quello di scrittore?
In effetti le due attività non si sono sovrapposte in quanto ho iniziato a scrivere per occupare il tempo libero della pensione. Vero è che ho sempre sentito lo stimolo a scrivere ma gli accadimenti della vita, il lavoro con i numerosi traslochi, la nascita di quattro figli eccetera non mi hanno concesso la dovuta concentrazione.
6 Cosa bolle in pentola? Cosa pubblicherai
prossimamente?
Lo scorso anno ho pubblicato il mio settimo libro “Storia di Aligi e Mila”, presentato al Premio Flaiano dalla casa editrice Progetto Cultura.
Per quest’anno ho appena terminato “Il Cattivo Gemello”, un romanzo che narra il rapporto tra due gemelli identici uno dei quali affetto da sindrome autistica. Il libro è attualmente in fase editing e revisione.
Ringraziamo Luigi Lazzaro per questa ampia intervista e ci complimentiamo per la sua intatta vastesità, nonostante una vita fuori da Vasto. Tanti auguri di futuri successi!
Nicola D'Adamo






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