OLIO D’OLIVA: PREZZI IN AUMENTO, INVITO A TORNARE ALL’ANTICO “RITO” DELLA RACCOLTA DELLE OLIVE
Al via in questi giorni la raccolta delle olive per la produzione di olio extravergine.
E’ un rito che si ripete sin
da tempi antichi su tutto il territorio italiano e degli altri paesi del
Mediterraneo.
“Rito” che da noi era evento
collettivo e coinvolgeva intere famiglie, con l’intento di fare la provvista di
olio per l’intero anno e se il raccolto era abbondante venderne anche una
parte. Negli ultimi decenni con la fuga dalle campagne e le meccanizzazioni s’
è perso molto di quella tipica atmosfera, che i nostalgici amano ancora
chiamare il “rito della raccolta delle olive”.
Facciamo un salto nel
passato e riviviamo una tipica giornata
di quei tempi.
Il giorno in cui iniziava la
raccolta, chi viveva in campagna aveva
tutto sul posto, ma i contadini che abitavano in città partivano presto la mattina per portare sul
fondo le scale, i sacchi, e “li pannune”, vale a dire teli di sacco aperti e cuciti assieme, che si
stendevano sotto gli alberi. (Poi sono arrivate le reti). Un particolare: chi
era addetto a stendere il telo sapeva che se il terreno era in discesa doveva
rialzare il bordo finale con le cannucce per evitare che le olive rotolassero
fuori.
A quei tempi non c’erano gli
abbacchiatori. Le olive venivano fatte cadere sul telo battendole con una canna
o bastone, oppure cogliendole con le
mani. Finito quell’albero si metteva i raccolto nei sacchi e si passava al
successivo.
Mentre si lavorava, si scherzava, si rideva, si cantava, si faceva gossip (li pittilazzarejje). Se il tempo era clemente, come nei giorni dell’estate di San Martino, il lavoro diventava quasi un divertimento specialmente quando a mezzogiorno di aprivano le tovaglie (mandricchie) con un tegamone di stocco (o baccalà) con le patate, accompagnato da un buon bicchiere di vino. Sembrava di essere alla scampagnata del Lunedì di Pasqua.
Si riprendeva con più allegria fino all’imbrunire quando si caricavano le bestie o il carretto e si tornava a casa con il raccolto del giorno. Ma la giornata non era finita: bisognava togliere le foglie i dalle olive (all’epoca il frantoio non ancora aveva l’attrezzatura per fare questa operazione), poi finalmente tutti liberi. Il giorno dopo si ricominciava di nuovo.
Finita la raccolta di tutto il fondo si portavano le olive al frantoio. Il contadino non si fidava ciecamente del frantoiano per cui era d’obbligo essere presenti alla molitura delle olive. E andava anche con un certo anticipo, aspettando il proprio turno. Era questo un momento di grande socializzazione. In sostanza “lu trappite” diventava luogo d’incontro tra persone che prima magari non si conoscevano nemmeno, ma facendo lo stesso mestiere avevano argomenti su cui dibattere. Questi piccoli gruppi di persone appena fuori o dentro il frantoio fanno parte del “rito” dal sapore antico. Argomento forte della conversazione era sempre lo stesso: la “resa”di olio per ogni quintale di olive, usando la classica frase: “A canda esce chist’anne?”. Arrivato il proprio turno, il coltivatore controllava attentamente le varie fasi della molitura e con trepidazione attendeva che il suo olio uscisse dal separatore. Poi d’istinto metteva un dito sotto olio e se lo portava il bocca. Il suo viso si illuminava: il sapore era buono, intenso il profumo, eccellente il colore. E se anche la resa era buona, la felicità saliva alle stelle. Tornava a casa con il suo prezioso carico e riempiva i suoi caratteristici orci (li vùtene). con il cuore pieno di gioia per aver assicurato alla sua famiglia l’olio per tutto l’anno.
Questo per quanto riguarda il passato. Oggigiorno invece per chi ha un piccolo fondo l’intero ciclo di produzione dell’olio è diventato un peso. Una attività a perdere, se si considera l’impegno dell’intero ciclo di lavoro in un uliveto, con potatura, trinciatura delle frasche, concimazione, aratura, trattamenti, raccolta delle olive, molitura. Costi non indifferenti, così i proprietari (magari figli dei contadini) cominciano a farsi i conti, a volte lasciando anche in abbandono i piccoli uliveti. Chi continua, lo fa solo perché non si fida di quello che trova al supermercato.
In effetti, specialmente negli ultimi tempi, sul mercato nazionale arriva di tutto. I consumatori più attenti scelgono il “Made in Italy”, gli altri scelgono il prezzo più basso. E non leggono le etichette (spesso a caratteri illeggibili) che riportano le seguenti diciture: “miscele di oli di oliva comunitari”, “miscele di oli di oliva non comunitari” o “miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari” obbligatorie per legge.
Ma oltre alla qualità del prodotto, c’è la questione del forte aumento dei prezzi, dovuto soprattutto alla scarsità di prodotto sul mercato nazionale e internazionale. In Italia si stima che in totale la produzione 2023 sarà di circa 290 mila tonnellate, al di sotto del 27% della media. Il sud ha tenuto bene, l’Abruzzo è in ripresa, mentre per il nord si prospetta un calo di -1/3.
Vistosi cali di produzione
anche negli altri paesi, grandi produttori di olio. Una situazione che ha
provocato un aumento dei prezzi, che già si stima in Italia ad un +42% con
tendenza ad ulteriore rialzo nei prossimi mesi.
Insomma un contesto che forse
invita a tornare ancora all’antico rito della raccolta delle olive: in linea e perfettamente “trendy” con il ritorno
alla campagna!
NICOLA D’ADAMO

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