venerdì 6 maggio 2022

"Una testa dura”: la commedia di Alfonso Sautto nella biblioteca più importante di Ferrara

"Una testa dura”: la commedia di Alfonso Sautto nella biblioteca più importante di Ferrara

Diversi volumi dello scrittore vastese all’interno della biblioteca comunale Ariostea

di Emanuele Fiore

Nella biblioteca Ariostea, sita nel Palazzo Paradiso del comune di Ferrara, è conservato il volume: «Una testa dura, commedia in un atto, dal vero» di Alfonso Sautto. L’autore, nato a Vasto alla fine del XIX secolo, è stato insegnante di disegno presso la Scuola Tecnica della propria città. Giornalista e collaboratore di Luigi Anelli nel periodico «Il vastese d’oltreoceano», Sautto è conosciuto principalmente per l’attività di giornalista e romanziere.

 Due commedie teatrali sono annoverate nel suo vasto repertorio letterario. Tra queste si segnala «Una testa dura». Edita da Gastaldi nel 1915, la commedia narra le vicissitudini di un soldato calabrese: Leonardi di anni 25. Il protagonista è un personaggio rozzo, primitivo, ignaro delle questioni geopolitiche. Schernito sistematicamente dai colleghi per la sua bassa cultura, vive con mestizia l’attività militare ma non ne disdegna i benefici: tutte le mattine ha la possibilità di lavarsi, una volta al mese è sottoposto al taglio dei capelli, due volte a settimana alla rasatura della barba. Vantaggi impossibili da ottenere nella dura vita in campagna. Ambientata nella prima metà del Novecento, la commedia pone l’accento sull’istrionico comportamento di Leonardi, intento ad evitare puntualmente la partenza al fronte.

 La trama

L’azione si svolge in una vecchia stanza di caserma adibita a fureria. Fin dalle prima battute Leonardi appare un soldato atipico. La prima scena si apre con la richiesta al Sottotenente di recarsi in chiesa. Di notte si sente tormentato dagli spiriti che – precisa - sono come «i maialetti appena nati e hanno una coda lunga, non parlano». Un grave disagio confessato alla moglie; la donna sostiene che gli spiriti siano il risultato dei peccati commessi e lo invita quindi a recarsi in chiesa per evitare l’inferno. Leonardi confida al Sottonente di averlo già vissuto: in passato è stato vittima di un’esplosione. In quella circostanza dichiara di aver visto «i demoni che uscivano con le bocche spalancate di mezzo alle fiamme».

 Il Sottotenente, velatamente divertito, lo saluta. L’esperienza militaresca del giovane meridionale è pertanto un continuo scherno. In caserma arriva la notizia della morte del soldato Strombo. Il sottotenente Mancini chiede le cause del decesso. Leonardi è incredulo dal momento che la vittima- con la quale condivideva la camerata- non aveva dato nella notte segnali di malessere («dormiva accanto a me e chiuse gli occhi come un bambinello»). Strombo era il collega più gentile, disposto a scrivere lettere per conto di Leonardi. A causa di un mancato riconoscimento durante la visita medica, vengono comunicati al calabrese dieci giorni di consegna con l’obbligo di supervisionare e pulire le stanze della caserma. Rimasto solo, il ragazzo medita sulle disgrazie della propria vita. E’ consapevole di essere trattato senza rispetto. Quando c’è il riso con i fagioli è sicuro di avere sette o otto razioni «perché ai figli di papà non piace quella minestra» ed è altrettanto certo che quando v’è la pasta condita con il formaggio e il sugo non riceve che una sola porzione («quanti patimenti… tre mesi fa ero un colosso… pesavo un quintale e forse più, mentre ora sono diventato magro come una scimmia»). Rimpiange la vita da borghese e immagina il futuro lontano da impegni militareschi («No il contadino non lo farò più… Abbandonerò la zappa e la vanga per prendere invece la scopa o la barella, oppure i ferri lucidi del medico… se scoperò le strade sarò impiegato del Comune e prenderò lo stipendio ogni mese; se farò il becchino entrerò spesso in Chiesa e diventerò un Santo; se farò l’infermiere nell’Ospedale indosserò un camiciotto bianco, sempre pulito, e la mi mogliera non sarà più la donna di un contadino, ma la moglie di d’un mezzo signore. Quando verrò quel giorno che tornerò borghese?»).

 La commedia subisce una svolta nel momento in cui il Caporale annuncia la partenza per l’Austria. Qui Leonardi palesa il terrore con simpatica ingenuità. Alla notizia afferma di sentire già «il freddo dell’arma che entra». Quindi resta curvo poiché sente «la pancia bucata». Il Sottotenente diffida («Ma si può sapere che cosa ti succede? Spiriti, pancia bucata! Tu sogni sempre?»). Il giovane calabrese è sbalordito. Non conosce nemmeno la destinazione: «In Ustria?… in Ustria?… Dove si trova?». Il tempo delle domande è terminato. Il

Caporale ordina a Leonardi di preparare lo zaino e pulire il fucile ma il ragazzo prova ad opporsi («Sono consegnato per 10 giorni…»). Il Superiore ricorda che «ogni punizione cessa quando si deve partire pel fronte» e promette il ritorno a casa. Leonardi allora si esalta. «E’ bello allora andare in trincea! (…) Evviva! Evviva!».

Confermata la partenza, tutti i soldati chiedono e ottengono la cinquina dal Sottonente, tranne Leonardi a causa della punizione: «se sono consegnato, io dunque non partirò». Sandro – il Caporal Furiere- raccomanda di prendere la cassetta e portarla sul carretto del Comando. Il ragazzo è agitato. Non conosce la carretta del Comando e non vuole partire. Quindi Sandro torna e chiede aiuto. Entrambi tirano la cassetta dalla parte opposta. Sandro tira con veemenza ed esce fuori. Alla forte pressione Leonardi cade a terra con il ventre giù: «Sono morto!… Non vengo io!…».

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