giovedì 6 giugno 2019

La tormentata storia delle leggi sui trabocchi: ecco cosa scriveva Giuseppe Suriani 30 anni fa

Sul numero di luglio 1989 del nostro VastoNotizie il collega Giuseppe Suriani rivolgeva un appello alle autorità regionali per la valorizzazione dei Trabocchi. Dopo 30 anni  il tema è ancora di stretta attualità. Ecco l'articolo.


Da VastoNotizie di Nicola D'Adamo Luglio/Agosto 1989
Un appello per il recupero dei trabocchi
Una fiaba di legno sospesa sulle onde
di Giuseppe Suriani
La Regione boccia la proposta di alcuni consiglieri per il recupero e la valorizzazione dei trabocchi. Il rito della "calata" e l'attesa dei pesci saltellanti. Una naturale struttura che lega con la bellezza della nostra scogliera.


Sono la filigrana rimasta sospesa sulle onde, a testimonianza di una civiltà e di un tempo in cui il mare (specialmente l'Adriatico) era ancora il mare e non quel mistero buffo e inquietante che si rinnova ad ogni stagione balneare fra allarmismi e divieti, fra fenomeni strani ed invasione di alghe, come di verdi marziani.

Sono i trabocchi, una sorta di ragnatela fatta di legni, di tronchi fini, resistenti all'acqua e alla salsedine, che si allungano dalla spiaggia e dagli scogli in una silenziosa e poetica corsa verso il mare. Architetture spontanee costruite secondo i principi di una semplicità elementare, ma rispettosa dell'ambiente; strumenti per la pesca, quando un tempo si veniva a trascorrere la giornata in religioso silenzio con il sole sulla faccia, per un'abbronzatura tipo lupo di mare, per catturare il pesce di passo. Una bilancia di rete scendeva con gli argani rugginosi lentamente, per immergersi a poco a poco. Era il rito della «calata». Quindi l'attesa, molto più breve che con la lenza. Infine si tirava su di nuovo al rumore tranquillo del verricello: prima l'affiorare dei punti più alti, il quadrilatero della rete, quindi, a poco a poco, la rete stessa che, a seconda del numero e del volume delle prede, si appesantiva in un ultimo gonfiore sgocciolante. Erano momenti di suspence: con i pesci grandi e piccoli saltellanti, con qualche sorpresa, nel migliore dei casi, più vistosa, in uno zampillare di squame, in un luccichio d'argento.

Un reticolato di un passato non cosi lontano, caro anche a Gabriele D'Annunzio che sapeva cogliere, aldilà dei capricci esibizionistici, le realtà che affondano nell'humus di una regione «forte e gentile» come l'Abruzzo. In un itinerario culturale che si snoda tra Vasto, San Vito e Ortona e giunge fino alle Marche dove i trabocchi fanno da contrappunto al litorale.

Dove ai reticoli di legnosi aggiungono anche capanni per la siesta. O talvolta per qualche appuntamento malandrino sotto le stelle; con la scusa di una pesca d'altro tipo...

Ora giunge la notizia che la commissione urbanistica abruzzese ha bocciato una proposta, avanzata da alcuni consiglieri, per il censimento e la conseguente valorizzazione dei «trabocchi». In una decisione che equivale ad un atto di cecità culturale, ad un diniego di radici sedimentate attraverso i secoli, anche perché un ulteriore sforzo per un eventuale recupero non costituirebbe impegno particolarmente eccessivo, a fronte di spese voluttuarie spesso esorbitanti in direzioni tutt'altro che nobili. 
AVV. GIUSEPPE SURIANI
Si tratterebbe, difatti, del recupero di un costume e anche di una filosofia della vita a fronte di tempi maledetti da una routine e da una frenesia che chiamiamo stress. In un ricordo di quanto avveniva prima che il mare fosse «terra» di saccheggio, in una cartolina seppiata nel ricordo di una pesca che oggi si pratica, in strane similitudini, lungo i corsi d'acqua dell'Africa; a dimostrazione che solo il progresso riesce a fare una graduatoria, non si sa quanto attendibile, fra gli uomini e le razze.

I trabocchi, insomma, come piccola storia nella storia più ampia di una regione. Una specie di pontile appeso sul mare del ricordo. Un ricordo ancestrale da alba del mondo, dato che ancora oggi la scienza fa risalire al mondo dell'acqua salata la nascita della vita. È in questo senso che i trabocchi costituiscono una «culla» e non dovrebbero essere traditi. In un costo irrisorio rispetto al risultato di un poetico museo e della pesca lasciato all'aria aperta. In una fiaba di legno da tramandare dai nonni ai nipoti.
GIUSEPPE SURIANI

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