giovedì 8 settembre 2016

"Oltre Casa di bambola; la donna e non solo", una bella iniziativa della Società Vastese di Storia Patria

La Società Vastese di Storia Patria presieduta dalla prof. Gabriella Izzi Benedetti ha organizzato "Oltre Casa di bambola; la donna e non solo", una manifestazione articolata in tre momenti con modalità e spazi diversi, per una approfondita "riflessione sull’essere donna in rapporto a se stessa e alla società.
Grande interesse ha suscitato la mostra presso la Sala Mattioli  - che oggi chiude i battenti - con tre artisti: Lucilla Serafino Vallone,  Angela Rosini, Giulio Ciccarone. 
Qui di seguito la presentazione della mostra

di Gabriella Izzi Benedetti

Tre artisti, tre diversi moduli creativi, per una narrazione che ha come scenario il mondo femminile. Un mondo complesso e ricchissimo di sfumature, che possono sfuggire allo sguardo frettoloso o superficiale di tanti che amano pianificare idee e situazioni, che si avvalgono di luoghi comuni, ma non all’occhio attento e alla sensibilità dell’artista. Il quale va oltre l’esteriore alla ricerca di realtà nascoste e da esse parte per inviare un messaggio, proporre una riflessione. Ciascuno a suo modo.
Lucilla Serafino

Lucilla Serafino Vallone è un’artista che lavora in prevalenza con la ceramica, materia difficile che necessita di tecniche che richiedono un vero apprendistato, ma da sole non bastano a creare un artista, quale lei è. Ha grande capacità a realizzare, attraverso risoluzioni cromatiche, il segno del suo messaggio, che sia di forza, di dolcezza, di sofferenza, un intuito che la porta ad abbinare il colore al significato della figura. Molto del suo creare si gioca attraverso l’esaltazione dei rossi, la dolcezza degli azzurri, la mestizia dei grigi. O lo splendore dei bianchi che per lei è il colore in assoluto. Prendono vita sotto la sua mano volti, soprattutto femminili di forte tempra. E’ difficile immaginarle deboli queste donne. C’è molto di freudiano nella sua dimensione creativa. E mi viene da
abbinarla alla fotografa tra le più famose al mondo, Cindy Sherman, che tocca temi sociali, ma anche temi come la donna, il doppio, e per questo riesce a cogliere l’espressione nel momento in cui la deformazione emotiva crea una sorta di maschera, raccontando le varie identità che vivono nella personalità di ciascuno. E questo mi sembra operare Lucilla. Tra le teste femminili, molto interessante quella che propone la donna divisa fra orpelli, abbigliamento occidentale e veli orientali. Sottile e purtroppo obiettiva allusione a come la donna sia ancora divisa fra sudditanza e autonomia. Mai libera del tutto. E come anche la donna orientale non sia così supinamente soggetta come la società la condanna ad essere. La poetessa libanese Jumana Haddad è molto incisiva in tal senso. Lucilla ci propone figure inquietanti come Oppressione, che narra il trauma della perdita di autonomia mentale; o l’immagine cupa che lascia trapelare l’oscuro che è in noi; oppure figure alle quali il “volo” mentale o reale è impedito. 

Ci racconta che quasi sempre ciò che presentiamo al mondo è solo una maschera, che coincide con il lato esteriore mentre il lato interiore, l’anima, non appare se non per accenni; e, l’idea di mascheramento che suggerisce l’insieme delle sue figure, diviene i filo conduttore che la lega ad Angela Rosini, pur con tutte le differenze del caso. Angela è pittrice suggestiva, dipinge su tela, a olio o acrilico, è differente nello stile e nelle tematiche, si propone con passaggi cromatici ben risolti. Le sue immagini sono fortemente simboliche, e la maschera è al centro delle sue creazioni. Differente dall’idea di Lucilla in cui è l’espressione contorta, l’occhio dilatato, insomma l’emozione a trasmettere l’idea di camuffamento, qui la maschera è vuota, inespressiva, sempre uguale a se stessa, prevalentemente depositata sul fondo marino. Quale soluzione finale o, forse, in attesa di riemersione, liberazione. Sappiamo tutti che la maschera nei tempi antichi aveva la funzione di trasfondere nell’uomo l’essere soprannaturale e dargli la possibilità di rivelare l’identità nascosta. La maschera rimanda al teatro greco, a Plauto, al doppio che è in noi. Già sedicimila anni fa nelle grotte di Lascaut in Francia, l’uomo ha disegnato esseri umani mascherati da animali. Plausibilmente faceva parte di riti tribali, o era una difesa, come del resto oggi la psicologia afferma, che la maschera sia un meccanismo di difesa. La simbologia della maschera è troppo ampia per trattarne. Angela ce la propone in forma differente, in un mondo fuori del tempo, che è il fondale marino, dove si depositano tracce di esistenza e dove una clessidra ferma sul fondo ha smesso di contare il tempo. Abbiamo detto autrice simbolica, poiché l’acqua è anch’esso un luogo allegorico e il mare, con le sue profondità, induce all’ascolto silenzioso di emozioni e sensazioni, riconduce alle origini della vita. Ed è proprio questo il simbolo del mare, l’origine del tutto. Molte tradizioni religiose ritengono che tutto abbia origine dal liquido primordiale. Ma il fondo marino indica anche morte, inghiottimento. Senso di fine. Tornando ad Angela, essa ci invita ad andare oltre, riflettere che la maschera è stata per secoli la tappa obbligata del vivere femminile, poiché all’uomo sono state concesse libertà a cui la donna non ha avuto accesso, le sono stati vietati modi di essere, di proporsi, un tempo l’istruzione, e ancora oggi non è facile accettarla nella sua conquistata autonomia. Ha dovuto districarsi dietro facciate e apparenze. E magari adottare la finzione per sopravvivere. Ha subìto soprusi. C’è un dipinto in cui si narra della ragazza infibulata anch’essa catapultata in quel fondo marino che inghiotte ciò che non si vuol vedere. In un solo caso le maschere di Angela sono risolte in sculture, ingabbiate. Dunque anche qui il limite, il soffocamento. E vengono alla mente i versi di Jumana Haddad: Hanno costruito una gabbia affinché la mia libertà / fosse una loro concessione / e ringraziassi e obbedissi”. Non dimentichiamo, però, che c’è anche nella pittura di questa artista, la percezione lirica della natura, marina in particolare, la dolcezza dei fondali, il gusto del fantastico, ed è autrice capace di tonalità, gradualità di molta finezza.

Se il mondo femminile è esplorato dall’interno da Lucilla e Angela, Giulio Ciccarone ce lo propone, com’è giusto che sia, dall’esterno. Il che non significa che la sua sia ricerca formale, o che si adagi su di un ritrattismo di maniera, piuttosto si tratta di un’analisi di momenti legati al sentire femminile. La sua è pittura di grande eleganza, realizzata attraverso forme e cromie, si nota nel gusto del particolare, nella preziosità dei dettagli. E’ pittura evocativa, nostalgica di una condizione femminile ideale. Sono immagini di giovani, adolescenti, che raccontano attese, stupori, malinconie. La sua pittura mi porta ad associarlo pur con tutte le differenze al movimento del novecentismo, quel ritorno all’ordine indicato da Cocteau, nell’intento di andare oltre gli astrattismi, le avanguardie di cui il novecento fra le due guerre era espressione, per tornare a composizioni classiche, non come imitazione, ma per riassorbirne lo spirito figurativo e raggiungere l’armonia compositiva e l’equilibrio delle forme, senza concedere spazio alla frammentazione visiva dell’opera. Se si guarda alle varie immagini della moglie Olga ritratte da Picasso, intorno al 1917, si notano assonanze. Sono figure in primo piano, con drappeggi, pensose, soprattutto quella seduta. Anche la pittura del triestino novecentista Djalma Stultus, in qualche maniera ricorda le immagini di Giulio. Il quale ha una identità tutta sua, certamente un tipo di pennellata diversa. Ogni artista per quanto possa immedesimarsi in formule e tendenze precedenti che più si adattano al proprio senso artistico, più o meno consciamente finisce per fare i conti tutto il cammino evolutivo che contraddistingue la storia dell’arte, sicché anche in questo caso non mancano accenni connessi al verismo, al realismo magico, all’impressionismo. La sua è pittura armonica, egli tende a inserire la figura in una situazione che gli sfondi evidenziano, divengono il ritmo che le accompagna. Il tutto è espresso con dolcezza, perfino nell’immagine che l’autore stesso mi ha indicato come plausibile narrazione di femminicidio. Questa donna distesa al limite di alberi con un sole pallido nello sfondo, scura nell’abito, sembra quasi dormire. E qui io credo si riveli l’anima poetica di Giulio, che a mio avviso, se non avesse deciso di darsi alla pittura, si sarebbe dedicato alla poesia.

Gabriella Izzi Benedetti

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