L’anno è il 1842. Presso il notaio di Vasto Francescantonio Marchesani, fratello dello storico, il giorno 10 dicembre convengono due titolari di rappresentanza: da un lato, Filoteo de Benedictis, amministratore e priore dell’Arciconfraternita della Carità e della Morte, dall’altro, Raffaele Bernardini, agente di Alfonso d’Avalos, marchese di Pescara e Vasto. Motivo dell’incontro, è la redazione dell’ “istromento” con cui il marchese procede alla donazione dell’uso perpetuo dell’intera chiesa di S. Francesco di Paola, di ius patronatus d’Avalos, alla suddetta Arciconfraternita (si badi bene, l’uso, non il patronato). L’instabilità strutturale della chiesa di S. Giuseppe (sede del Capitolo, non ancora della diocesi di là venire) richiede il trasferimento in altro organismo ecclesiastico della cappella dell’Addolorata officiata dalla medesima Congregazione. La
chiesa degli Avalos (sottolineata dall’arme agalmonica sormontante l’ingresso) si prestava alla bisogna. Il racconto di ciò che era accaduto nel corso dei due mesi precedenti si legge nelle manoscritte Memorie storiche della chiesa di Vasto vergate dall’arcidiacono Giacomo Tommasi (Vasto 31 dicembre 1817 - 11 luglio 1893):
«Il muro destro che guarda il
Settentrione vien validato dalla fabbrica dell’ex-convento degli agostiniani
che lo affianca; ma l’opposto muro a Mezzogiorno addossandosi per due terzi
della tratta, cioè 61 palmi, alla cappella dell’Addolorata (che giungendogli a
mezza altezza, di niun contrasto lo avvalora) che tutto strapiombato d’un
palmo, screpolato e pieno di lesioni verticali e orizzontali, in modo che
sconnessi sono i materiali che lo compongono. Quindi il movimento già
progressivo da qualche buon pezzo, ogni giorno andava facendosi più minaccioso.
Per tal motivo (si disse pure con l’idea
di mandare il Capitolo ad uffiziare in altra chiesa) fu la chiesa collegiata
d’ordine della polizia suffulta di
puntelli nel muro meridionale, e taluni di essi dovettero piantarsi dentro la
cappella dell’Addolorata dove custodivasi pure pure il Santissimo Sacramento.
Il che obbligò la Congregazione della Carità sotto il titolo della Morte che
uffiziava ivi, a trasferirsi altrove e seco portare la portentosa statua
dell’Addolorata, sua speciale protettrice. Ottenne infatti dal Marchese di
Vasto la donazione dell’uso perpetuo della chiesa di S. Francesco di Paola, ove
si trasferì con le debite autorizzazioni li 31 ottobre 1842».
Ben si comprendono le ragioni dell’atto
notarile del 10 dicembre. Si tratta del perfezionamento giuridico di una
pratica di fatto già conclusa il 31 ottobre 1842. Purtroppo il testo autografo
e inedito di Tommasi così come l’intera
documentazione della Curia di Vasto prodotta dal 23 luglio 1853 (e come diocesi
autonoma dal 24 agosto 1982 al 29 settembre 1986) è stata dirottata sulla Curia
di Chieti dopo il riordino effettuato dalla Sovrintendenza archivistica dell’Abruzzo.
Non vi sono dubbi. Si tratta della spoliazione del patrimonio
storico-documentario di una cancelleria con sede legale nella città fino al
momento della istituzione dell’Arcidiocesi Chieti-Vasto avvenuta il 30
settembre 1986 (da questa data la sede diventa Chieti). Per tale procedura di
traslazione di atti non esistono giustificazioni di sorta. Ma sull’argomento
ritornerò in seguito.
Intanto riprendo il discorso.
La morte di Alfonso d’Avalos il 5
settembre 1862 segna un diverso rapporto della Confraternita con la Chiesa. La
Congregazione restaura la Chiesa l’anno successivo (1863) su progetto
dell’arch. Silvestro Benedetti. E va detto che i lavori conclusi in questi
giorni sul versante nord dell’edificio hanno riportato alla luce il paramento
ottocentesco. Ma l’intervento del sec. XIX aveva posto in essere una duplice
operazione di tipo iconico: da un lato, la traslazione all’esterno dell’Arme
d’Avalos (come esempio di antica collocazione interna si può prendere lo stemma
della stessa famiglia allocato sull’altare della chiesa di S. Maria della
Penna); dall’altro, il simbolo in bassorilievo della Confraternita (ispirata
all’ Arciconfraternita dei Cinturati di
Santa Monica e Sant'Agostino appartenente al Quart’ordine agostiniano, con l’intitolazione mariana alla Madre di
Consolazione). A questa Arciconfraternita si sarebbe in seguito associata la
Congregazione locale. (Una terzina in dialetto ricordava il legame con la
Madonna della Cintura: «Surèllә ә fratèllә cindurátә / dicétә ‘na tèrzә di Rusáriә / pi’ chi ll’álma trapassátә»). La lastra lapidea è
incassata nella muratura esterna della Chiesa. Proviamo a descriverla sulla
base di una foto ottenuta con teleobiettivo da 300 mm. e successivamente
ingrandita. In un tondo racchiuso da un cartiglio si vede un teschio con ossa
incrociate sormontato da clessidra a sinistra
e a destra. Risulta erasa dalle intemperie la croce a tau centrale con
il patibolo con fiocchetti pendenti alle estremità, al di sopra della testa. In
alto, la data «M - D - L / V - II» (in ciò recuperando il senso dell’iscrizione
conservata all’interno della Cattedrale di Vasto che testualmente recita: «D.O.M – Charitatis et Mortis Consociorum
ossa recondita. In hoc signo vinces MDLXXVII». Ricordo che il monumento più
importante – notissimo –, è la buca per
le elemosine datata MDLXXVI). In basso, il seguente testo: «sodalitium / cui [?] insigne / turrim hanc 1863».
Domanda a bruciapelo: quale sarà il
destino dei superstiti documenti della Confraternita?

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