lunedì 21 dicembre 2015

I ricordi di infanzia e le riflessioni di ENZO LA VERGHETTA raccolti in un volume

Enzo la Verghetta vive a Roma da quasi mezzo secolo,  ma ha sempre Vasto nel cuore.
Enzo La Verghetta

Ritorna spessissimo, interviene ogni giorno via web al dibattito cittadino, ha scritto e pubblicato una serie di ricordi e riflessioni sulla vita locale.
Bene ha fatto a raccogliere in un volumetto la sua produzione assieme alla storia della sua famiglia, una delle più antiche di Vasto. 
La pubblicazione di ben 142 pagine ha per titolo "Da 'ndo vì?" (da dove vieni) ed è fuori commercio.  
La prefazione dal titolo "La memoria errabonda" è del suo amico d'infanzia Mauro Ferrara. 
Nella prima parte "Tra S. Anna e via Leopardi", Enzo la Verghetta racconta la storia della sua famiglia; nella seconda "Per le vie del borgo" parla della vecchia Vasto e dei vecchi mestieri; nella terza parte di "Corridoio lungo dalla cucina alla tavola; nell'ultima di un tema di estrema attualità: "Lavorare oggi: da emigranti a globe trotter".
La pubblicazione è un prezioso documento storico con spunti, testimonianze e riflessioni particolarmente interessanti.

Ecco come Enzo La Verghetta presenta "Da 'ndo vì?" (da dove vieni)
la copertina del volume 
Perché? 
È la mia storia, è il desiderio di recuperare quanto ho vissuto e ricordare ciò che mi circondava. Ma non si vive di sola storia. Occorre pensare al presente e al futuro e alla voglia di lanciare qualche idea sul continuo mutamento della realtà. Da vivere partecipando a questa evoluzione.

Partire dal desiderio di ricordare le persone cui devo tanto, che fisicamente ho lasciato per un pugno di ambizioni. Ma che ho avuto sempre con me. A cui sono sempre più legato da un debito di amore e di gratitudine: che cresce con la consapevolezza che gli anni e le esperienze mi hanno dato. Mi hanno insegnato ad amare, a sentirmi sempre con loro, anche
quando ero distante.

Rivivere l'orgoglio di aver ricompensato, anche se in minima parte, i loro sacrifici. Per il piacere di vedere i loro occhi illuminarsi nel sentire la nostra famiglia racchiusa in una sola anima.

Non ho potuto dedicare spazio a nonno Antonio e nonna Rosa, pur sentendomi orgogliosamente discendente di Ndonie di Pape de la Canale. Non sono riuscito neppure a recuperare una loro foto, merce allora rara. E i miei ricordi, purtroppo, sono quasi inesistenti. Mi rimane solo la testimonianza del grande amore di mio padre verso di loro. Ho sempre negli occhi la grande foto di nonna Rosa che, immancabilmente, per la giornata dei morti era prelevata dall'armadio ed esposta in casa con i simbolici ceri. Era un ingrandimento di una vecchia foto-tessera e, anche se tecnicamente imperfetta, aveva il fascino delle foto colorate a mano, come si usava in quel tempo.

I miei nonni avevano l'orto e vivevano alla Canale. Era stato il giardino dei D'Avalos. La bellezza di questa campagna tra mare e città la racconta fra' Serafino Razzi: "... andammo alcuni padri fuori a diporto verso la marina, e visitata accanto alle mura Santa Maria delle Grazie, chiesuola molto divota, scendendo giuso al litto del mare, contemplammo su la destra, e su la sinistra mano, con molto nostro piacere, alcuni deliziosi giardini con boschetti d'aranci, e campi di ceci freschi, dei quali con vilissimo prezzo portammo con noi un fascetto alla marina. Dove arrivati si diedono alcuni con certe reticelle portate a pescare, intorno ad alcune grandissime pietre o vero come qui dicono morgie, a gamberi e granchi marini...inchinando già il sole, lasciammo il mare, per boschi di olivi, e tra fiori di ginestre, e pendici di carciofi salvatichi salendo, ce ne ritornammo al convento con alquanti gamberi e granchi presi..." (5 giugno 1576).

Il suo microclima consentiva la coltivazione di piante che avevano bisogno di un ambiente più temperato durante la stagione invernale. In un inverno fu ospite dei miei nonni anche un giovanissimo Espedito Ferrara, per certi problemi di salute che richiedevano un'aria più mite. La casa di sant'Anna, dove nascono i miei pochi ricordi, era nata soprattutto come "foresteria", per consentire ai figli di vivere in paese e frequentare le botteghe, dove apprendere un mestiere. Poi era diventata la loro residenza. Certo la loro non è stata una vita avventurosa - nessuna traversata dell'oceano, come gli altri nonni -, ma vissuta altrettanto intensamente e con tanto amore.

Oggi, quando rientro a Vasto, non posso non pensare che quelle quattro mura sono costruite con il sacrificio e le rinunce di due generazioni: di chi l'ha costruita e di chi l'ha conservata e abbellita. Un sentimento che si ripresenta anche quando devo abbandonarla, per rientrare a Roma. Ancora più triste è il pensiero relativo al suo futuro. Per chi non ha vissuto questa esperienza: è una casa scomoda, senza ascensore, senza parcheggio, su una strada rumorosa, lontana minimo trecento chilometri dai propri interessi. E comporta uno stile di vita estraneo alle proprie abitudini e necessità.

Sarebbe un grande successo se da questo piccolo libro scaturisse una riflessione sull'aver vissuto in tante famiglie che hanno sacrificato gran parte della loro vita per il futuro delle successive generazioni. E maggiore consapevolezza del senso di questo sacrificio e qualche iniziativa per evitare che venga dissolto dalla distrazione, molto più che dall'evoluzione dei tempi.
Enzo La Verghetta 
pagg. 6-7 del volume "Da 'ndo vì?" (da dove vieni)

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