mercoledì 24 giugno 2015

La triste storia del conte Enrico Trivelli del Vasto, decapitato per le "scritture malediche e sediziose" contro la Santa Sede

"La lama del boia scese inesorabilmente per tre volte sul collo del condannato. La testa mozzata venne mostrata come un trofeo alla numerosa folla che si era radunata in piazza"

Una preziosa e documentata ricostruzione storica 
.
di LINO SPADACCINI

Solo un giorno all'anno a Roma, nella giornata del 24 giugno, viene aperta in via eccezionale la chiesa di San Giovanni Decollato, dedicato a Giovanni il Battista, morto decapitato secondo quando riportato nel Vangelo. Questa chiesa, non molto grande e senza grandi opere d'arte, nasconde una parte importante della buia e triste storia di Roma. Era questa, infatti, la chiesa gestita dai frati che si occupavano di accompagnare i condannati a morte fino al patibolo per essere giustiziati dalle ferree leggi papali. All'interno della chiesa si possono ammirare alcuni cimeli di straordinaria importanza, come la condanna a morte di Giordano Bruno, la cesta che ha raccolto la testa di Beatrice Cenci, accusata di parricidio, e le quattro botole che conservano le ossa di alcuni degli uomini e donne che nel corso della storia hanno perso la vita in modo tanto atroce. Tra questi c'è anche il conte Enrico Trivelli, vastese, giustiziato a Roma, nella piazza di Ponte Sant'Angelo, il 23 febbraio del 1737, per aver scritto poesie satiriche contro il Papa.
La storia del nostro personaggio potrebbe essere il soggetto perfetto per la realizzazione di un film
ambientato nella Roma papalina del Settecento, grazie anche alle dettagliate testimonianze tramandateci dagli storici del tempo, a dimostrazione di una vicenda che ha scosso non poco una città intera, con le notizie arrivate ben presto in tutta Europa e addirittura oltreoceano. Lo dimostrano le notizie pubblicate sui giornali dell'epoca, che hanno dato ampio risalto alla vicenda.

"Don Baptist Jacoboni, a Priest and Count Trivelli", si legge nell'articolo di apertura del The Boston Gazette del 25 aprile 1737, "having been condemn'd to die for some Satires against the Governement, the Count was publickly beheaded that Day; but the Priest's Punishment was chang'd into perpetual Imprisonment, at the Intercession of the Cardinal Vicar the Pope's Nephew". Il giornale statunitense sottolinea la condanna alla decapitazione per il poeta vastese e la pena commutata in ergastolo ottenuta da Giovan Battista Jacoponi per mezzo del cardinale vicario del Papa, Giovanni Antonio Guadagni, uno dei personaggi presi di mira dalle satire del Trivelli.
"Lorsq'on lui annonça le Jugement prononcé contre lui", si legge sul giornale francese Suite de la clef ou Journal Historique sur les matieres du tems, pubblicato nel maggio 1737, "il demanda sans se troubler, qu'il lui fût permis de mettre par écrit quelques vers qu'il avoit composez à la louange du Pape, & il ajouta au bas de ces Vers une déclaration par laquelle il reconnoissoit le mauvais usage qu'il avoit fait de ses talens. Le P. Santo Canale, Jesuite, s'étant présenté ensuite pour le disposer à la mort, il eut beaucoup de peine à se réroudre à entendre parler de Religion: il avoua qu'il avoit toujours vécu dans un fort grand libertinage, & parut vouloir mourir dans ses anciens sentimens; cependant quelques heures avant qu'on le conduisit au supplice, il se rendit aux vives exhortations de son Confesseur, & après s'être confessé & avoir donné des marques d'un sincére repentir de sa conduite passée, il mourut avec autant de fermeté que de résignation". Il cronista francese ricorda che dopo la condanna a morte, il conte Trivelli chiese di mettere per iscritto alcuni versi sul Papa, aggiungendo nella parte inferiore del testo una dichiarazione con la quale accusava gli abusi che era stati fatti del suo talento. Il cronista conclude dicendo che dopo essersi confessato dando segni di un sincero pentimento per la condotta passata, è morto con fermezza e rassegnazione.
Notizie simili, riprese dai giornali italiani, furono pubblicate su altri giornali francesi (Mercure de France), inglesi (The Gentleman's Magazine and Historical Chronicle), ed anche tedeschi (Europäische Fama).
Ma andiamo per ordine, cercando di ricostruire tutta la triste vicenda che ha portato al patibolo il letterato vastese.


Enrico Trivelli nacque a Napoli nel 1709, durante un breve soggiorno dei genitori Giuseppe e Leonilda Leone, entrambi vastesi. Il titolo di conte era stato ottenuto dal capostipite della casata, Luzio Trivelli, cameriere al servizio di don Cesare Michelangelo d'Avalos marchese del Vasto, il quale, insieme ai suoi figli, conseguì onori presso la corte viennese, da cui ricevette nel 1707 il titolo nobiliare.
Il giovane Enrico effettuò i primi studi a Vasto sotto l'insegnamento di Padre Alessandro Pompeo Berti, personaggio di vasta cultura arrivato a Vasto, forse per le pressioni del marchese d'Avalos, presso il collegio e convento della chiesa del Carmine, dove operavano i Chierici Regolari della Madre di Dio. Sicura influenza verso il giovane ebbero anche lo zio Francesco, autore del Testamento politico ovvero Avvertimenti al Conte Errico Trivelli, e Tommaso, letterato e matematico, autore di Osservazioni sopra la vita di Agricola descritta da Tacito, Trattenimenti sulle confessioni di S. Agostino, le tragedie Il Bellofronte e L'Ulisse, Critica alle Istorie del Guicciardini e Annotazioni, memorie e disegni di fortificazioni.
Dopo aver ricevuto insegnamenti di retorica, filosofia e teologia morale, il Trivelli tornò nella città partenopea per proseguire gli studi sotto Matteo Eggizio, uno dei principali letterati del Regno, per lettere e filosofia, e Paolo Mattia Doria, genovese, per la geometria.
Particolarmente versato nelle lettere, al 1730 risale il suo battesimo con la poesia, con la pubblicazione di un componimento in onore del papa Clemente XII. Il libretto, dal titolo Canzone Del Conte Errico Trivelli Per l'esaltazione di Nostro Signore Papa Clemente XII Dedicata All'Eminentissimo, e Reverendissimo Signore Il Signor Cardinale Alvaro Cienfuegos Ambasciatore in Roma per S. M. C., e C. Di quest'opera molto, rara stampata a Firenze nel 1732, già al tempo dello storico vastese Luigi Marchesani, si conservava un solo foglio. Nello stesso opuscoletto venne annunciata la pubblicazione di un Canzoniere e i Discorsi intorno all'Arte poetica, ma che in realtà non videro mai alla luce. La conferma delle imminenti pubblicazioni  è tratta  da una lettera di D. Paolo Mattia Doria al Trivelli, il quale conferma di aver letto le copie manoscritte: "…anche coloro, che di Poetica poco, o nulla s'intendono, possono dall'interno movimento di piacere, che sentono in leggendo le altrui Poesie, del valore dei Poeti in qualche modo giudicare, vi dirò, che in leggendo ogni componimento del voluminoso vostro Canzoniere, ho sentito muoversi in me quel diletto, che sogliono muovere nell'animo de' Saggi le Poesie più colte, e da più infiammato, e tutt'ad un tempo ben regolato Estro prodotte. Ho poi sentito altresì erudito la mia mente allor quando ho letto i vostri eruditissimi discorsi, che pubblicherete, intorno all'arte Poetica, onde non posso altro, che rallegrarmi con voi, vedendo, che nel saper cominciate, ove gli altri appena finiscono, e mi rassegno".


Dello stesso anno è un'altra opera molto controversa dal titolo Lettera filologica dedicata Francesco Carafa principe di Colobrano, "in cui", spiega il Prof. Gianni Oliva, in un saggio sul Trivelli (Un poeta al patibolo in Le frontiere invisibili, Buzoni Editore, 1982), "la paludata dottrina era profusa a piene mani e spesso si mischiava ad oscure e seguaci allusioni a nobili personalità del tempo, indizio sicuro della vena sfoderata più tardi dal poeta satirico".
Sempre allo stesso anno risale un'ode in diciotto ottave recitata in Campidoglio in occasione dell'Accademia di disegno celebrato nell'anno 1732. Il testo manoscritto, conservato presso l’Archivio Storico "G. Rossetti", è stato pubblicato per la prima volta nel 1962 da Luigi Benedetti, nel volumetto Tre Istoniesi a Roma, anche se in realtà l'ode è contenuta nel volume stampato nel 1732 a Roma per i tipi di Giovanni Maria Salvioni, dal titolo Gli eccelsi pregj delle Belle Arti e la scambievole lor Congiunzione con le Mattematiche Scienze. Nell'ode diversi sono i riferimenti a Papa Clemente XII che, per strano scherzo del destino, sarà anche colui che gli darà la condanna a morte. Questi i versi di una delle ottave dedicate al Papa:

Da Idaspe al freddo plaustro, e dal fiammante
Cane, o Vergine Musa, a i lidi ignoti
Allor n' andrai. So, che grand'opre, e o quante
Di CLEMENTE diran gli Avi ai Nipoti!
Ma tu gli eventi innante
Trarrai festosa a i Secoli remoti,
E invan coi fieri vanni
Urterà tue memorie il Rè degli anni.

All’età di 21 anni Enrico lasciò Napoli e si trasferì a Roma, come afferma l'Ademollo (Le Giustizie a Roma dal 1674 al 1739, Forzani & C., 1881) nella Relazione del processo a morte del conte Enrico Trivelli, forse per "procacciarsi qualche Impiego", o per scappare dalla giustizia dopo aver ucciso a Vasto "con un’archibugiata" un gentiluomo che corteggiava la sorella. 
Ma di tutto questo nelle cronache vastesi non si fa menzione, neppure nel diario del canonico Diego Maciano, quindi potrebbe essere una notizia falsa per mettere in cattiva luce il poeta vastese durante il processo a suo carico.
Amante della bella vita e senza il becco di un quattrino, il povero Trivelli bussava da una porta all’altra in cerca di un prestito, ma arrivò ad un punto che ormai nessuno più si fidava di lui. Un giorno, un suo amico, il marchese fiorentino Alessandro Cartoli, notò la sua bella calligrafia e si raccomandò ai signori Martorella e Martino Dominici, pubblici copisti a Campo Marzio, per dare un impiego al letterato vastese. 
Nella primavera del 1736 mutò la situazione politica. La Spagna aveva bisogno di soldati e a Roma si procedette ad arruolamenti forzosi attraverso l’inganno e anche l’utilizzo di meretrici. Questa situazione provocò lo scoppio di violenti tumulti e malumori tra la popolazione. Da qui cominciarono a nascere sonetti, odi e canzoni contro la Spagna e contro la debolezza del Governo Pontificio. Per i copisti, tra cui anche il vastese Enrico Trivelli, questo fu un periodo d’oro, ma finì ben presto. Allora perché non continuare verso questa strada, visto che fruttava molti denari? Così, il giovane, che all'epoca abitava alla Maddalena insieme al sacerdote D. Giovanni Battista Jacoponi,  continuò a scrivere versi prendendo di mira le varie autorità pontificie e forse il Papa stesso.
Alla Santa Sede per riattivare un rapporto amichevole con gli spagnoli, occorreva un capro espiatorio e la politica papale lo individuò negli autori delle pasquinate, in particolare nel giovane e imprudente Enrico Trivelli. Cominciò una vera e propria caccia all’uomo, gli venne messo accanto una spia, un tal Scaiola, il quale con la promessa di molti denari indusse lo squattrinato poeta a scrivere altre satire da vendere in giro contro il potere papale e la curia romana. Messo alle strette con l'inganno, il Trivelli venne arrestato, rinchiuso nelle carceri di San Giovanni in via Giulia, e processato senza un'adeguata difesa, anche perché la condanna a morte era già stata scritta.
Fra le poesie di cui Trivelli fu ritenuto autore, c'erano alcune contro il Cardinal Vicario Guadagni, ed il Cardinal Corsini, nipote del Papa, altre poesie di satira contro gli arruolamenti abusivi fatti dagli spagnoli nel marzo del 1736, e fu perfino accusato di aver scritto un corposo volume di 242 pagine di esortazione al Re di Napoli, a non riappacificarsi con lo stato pontificio.

Il letterato vastese cercò di scagionarsi incolpando altre persone (alle quali, in punto di morte, chiederà perdono), ma le accuse a suo carico e le testimonianze a suo sfavore erano troppe. Anche il sacerdote Jacoponi, affermò di averlo visto comporre poesie lunghissime, senza brutta copia ne cancellature, così come lo stesso Martino Dominici, che in precedenza lo aveva aiutato, asserì di aver sentito dire dal Trivelli che scrivere la brutta copia è una fatica doppia inutile. Il Trivelli accusò l'Abate Lorenzini di aver modificato e fatto quasi da capo alcune delle sue composizione, ma questi confermò affermando di aver coretto solo qualche verso, in quanto la sua capacità di comporre era ben nota.
La difesa fu inutile e la condanna a morte inevitabile. La sentenza parlò chiaro: "caput a collo amputetur", il Trivelli dovrà morire per decapitazione. Il giorno dell'esecuzione venne fissato nel pomeriggio di sabato 23 febbraio 1737 nella piazza di Ponte Sant'Angelo.

Il suo compagno, il prete Jacoponi, fu graziato con l'ergastolo, grazie all'intervento in extremis del cardinale vicario del Papa, Giovanni Antonio Guadagni. "Si fa sapere a Mons. Governatore di Roma", si legge in una nota della Segreteria di Stato del 22 febbraio, "che nostro Signore si degna di fare la grazia della vita al Sacerdote D. Gio. Batta Jacoponi, al quale ha commutata la pena della morte in quella della Galera in vita".
Ecco come il Trivelli, in un sonetto manoscritto (già pubblicato da Luigi Anelli in Ricordi di storia vastese), conservato nell'Archivio Storico "G. Rossetti", descrisse la sua prigionia:

La Corte è un arsenale, ed è una stanza
di nebbia, di miseria, e di rancore,
dove si vive sempre a crepacuore,
e non si mangia mai a crepapanza.

Corte sì, ma lunghissima speranza,
dove non è ne carità, ne amore
ivi son due sorelle a tutte l'ore
pochissima pietà, meno pietanza.

Se dal paziente Giobbe tribolato
ne volea Satanno fare acquisto,
dove metterlo in corte d'un prelato.

Chi entra in Corte vi diventa un tristo:
S. Pietro entrò in Corte di Pilato
una sol volta, e tre rinnegò Cristo!

Altri sonetti molto significativi, scritti dal Trivelli negli ultimi giorni di vita, sono conservati presso l'archivio storico vastese, probabilmente portati a Vasto da Giuseppe De Litiis, fino al 1805 medico all'ospedale Santo Spirito di Roma, successivamente passati nelle mani del dottor Francesco Romani, il quale li donò al Museo Archeologico.

Vorrei imitarvi o mio Giovanni Santo
Perché nel ciel' anch'io beato
Voi portaste quaggiù di pelo il manto
Io vestito ne in seta, ne in broccato.

Voi nel deserto riserrato in pianto
Io piango, e qui con voi sto ritirato
Voi bestie, ed Ebrei vi vedeste  a canto
Io sbirri, e spie, che son peggiori a lato.

Voi per la verità forte prigione
Io per non dir bugia vivo in tempesta
Anche per gente senza discrezione.

In fine a voi vi taglieran la testa
Per fare il compimento al paragone
Lottar' Iddio ci mancherebbe questa.

Oltre ai sonetti, nel volume II dei Documenti Patrii, è presente un Testamento poetico di cui riportiamo solo alcune strofe:

Poiché il mio caso è disperato affatto
Benché reo non sono io d'alcun delitto,
Or voglio fare un testamento esatto
Senza notar, per non pagar lo scritto.
L'anima in primis raccomando a Dio
E lasso il corpo alla gran madre antica;
A chi pormi nell'urna avrà fatica,
Lasso le scarpe ed il cappello mio.

L'ultima composizione del Trivelli è un'Ode di 240 versi, anticipata da una Protesta in prosa, scritta e raccolta da Padre Lorenzo Maria Franceschi, la sera della vigilia dell'esecuzione. Una copia manoscritta della Protesta è conservata presso l'Archivio Storico di Vasto, mentre i testi integrali sono stati pubblicati sia dall'Ademollo che da Luigi Benedetti. Ecco il testo integrale della Protesta:
"Affinché pubblicamente rimanga notizia di quei sentimenti coi quali Io, Conte Errico Trivelli Napolitano, sono vissuto in questo mondo per lo spazio di anni 27 della mia infelicissima vita circa la Religione, e per quello attiene al Capo Visibile della Medesima, Io, quantunque dalla terrena Giustizia mi trovi condannato alla morte, ritengo però sempre viva l'immagine che mi sta impressa nell'anima col santo battesimo, per la quale io pretendo di gloriarmi, e di contraddistinguermi da colore che Iddio non ha in tal guisa predestinati.
E sebbene la mia morte, secondo l'annunzio poc'anzi fattomi, non perturbi la mia immaginazione, pure un sommo rammarico è quello che mi percuote lo spirito, ed è di dover essere creduto Uomo che di quella cognizione di cui Iddio m'ha fornito abbia fatto un pessimo uso.
Ma ciò che è lontano dalla verità; perché sebbene io abbia offeso Iddio più forse di tutti gli altri su questa terra, d'una sola colpa mi conosco innocente; cioè di aver stimato il Sommo Pontefice diversamente da quello che io dovevo.
Contuttociò giacché è piaciuto all'Altissimo Iddio dispositore delle Vite, e delle fortune degli Uomini, di esporre a questo estremo cimento l'umana fragile mia tolleranza, ricevo questo supplizio con animo superiore alla stella mortalità, né voglio che si creda che avendo il Mondo disprezzato me nella mia Vita, nel punto di abbandonarlo io faccia una grande idea di lui, perché m'avveggo che nel breve tempo che mi vien prescritto, io debba recettare nella mia mente altri pensieri, e perciò dovendo io partire da questo mondo visibile ed affrettarmi a quello dove dimattina comincerò a pensare con altri pensieri; però io umilio a' piedi di N.S. il seguente componimento che è stato l'ultimo lavoro del mio debolissimo, et affaticato ingegno in queste carceri". Alla fine del testo in prosa, seguono i 240 versi, vano appello alla clemenza del Sommo Pontefice.

Alle cinque e mezza del fatidico giorno, venne svegliato dal Capitano del carcere, il quale gli fece intendere che fuori c'erano alcuni "Birri di Campagna" che dovevano portarlo ai confini del Regno. Ma il Trivelli, che aveva capito la menzogna, rispose: "Ben so dove mi portate, so che mi portate a morire, ma nulla temo la notte, et intrepido vado ad incontrarla".
Seguiamo gli ultimi momenti del Trivelli attraverso il racconto dell'abate Ghezzi: "…compose ivi un sonetto sopra la Madonna ed un Ode sopra il Pontefice; poi domandò il Tè e Cioccolata, quelli gli furon date, di poi chiese il Vestito che haveva riposto dentro un canterano, quale una sola volta haveva portato in dosso, et era di panno d’Olanda negro, volse anche un paro di scarpe nuove con fibbie d’argento, e manichetti bianchi con sua scamisciata, arrivato al Patibolo, entrò nella Conforteria, dove siede per una mezz’ora, poi al primo gradino del Palco siede ivi genuflesso per qualche tempo, poi intrepidamente salì sopra e si accomodò da sé medesimo sopra il Ciocco…".
La lama del boia scese inesorabilmente per tre volte sul collo del condannato. La testa mozzata venne mostrata come un trofeo alla numerosa folla che si era radunata in piazza, ma dopo un’ora si provvide a toglierla per dare inizio al carnevale.  Il corpo venne prelevato dai frati e sepolto in una delle quattro fosse comuni all'interno della chiesa di San Giovanni Decollato.
Finisce così la triste storia del conte Enrico Trivelli del Vasto, decapitato per le "scritture malediche, e sediziose", contro la Santa Sede.


Lino Spadaccini













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