di Lino
Spadaccini
A pochi
giorni dal Carnevale, dopo aver gustato in anteprima l’edizione 2015 de
"La Štorie", scritta dal poeta Fernando D’Annunzio, approfittiamo
dell’occasione per ripercorrere brevemente la storia e i personaggi che hanno
animato questa bella tradizione carnascialesca vastese.
Lette o
cantate le "Štorie" sono state portate avanti e tramandate di
generazione in generazione, dalla gente del popolo: persone semplici e argute
che animavano le feste di carnevale con le pubbliche recite o sotto forma di
cantata in versi, per lo più ottonari e quasi esclusivamente dialettali, come
forma di intrattenimento goliardico e umoristico.
Secondo la
tradizione, durante le domeniche precedenti l’ultimo giorno di carnevale, lungo
le strade sfilavano cortei mascherati che
procedevano a coppia. Una decina in
tutto, queste coppie erano formate da giovani che portano a braccetto altri
giovani vestiti con abiti femminili. Nelle varie piazze, i figuranti si
disponevano in cerchio e accompagnati dal suono di una fisarmonica, ogni coppia
avanzava verso il centro e cantava una strofa de "La Štorie". Di
solito le ultime due strofe venivano cantate da tutti i personaggi in coro.
I soggetti
preferiti dagli autori erano gli avvenimenti straordinari (come ad esempio nel
1910 per l’apparizione della Cometa di Halley), patriottici (come nel 1912 per
la conquista della Libia) oppure prendendo spunto dai semplici fatti di vita
quotidiana, dai personaggi più in vista o curiosi della città ed anche da
storie con intrecci amorosi, conditi con un pizzico di pepe. Al termine
dell’esibizione, il capo comitiva ringraziava il pubblico presente, chiedendo
scusa per eventuali allusioni sarcastiche rivolte a personaggi del luogo, e
dava appuntamento all’anno successivo.
La
mancanza di riferimenti storici certi non ci permettono di risalire alle
origini de "La Štorie". Tuttavia, alcune pagine manoscritte,
conservate presso l’Archivio Storico "G. Rossetti", ci riconducono ad
un primo approccio verso questa forma di poesia, di cui esponenti indiscussi
furono Antonio Rossetti e Michele Genova.
Di animo
nobile e gentile, Antonio Rossetti, come i fratelli minori Gabriele e Domenico,
amava cimentarsi nella nobile arte della poesia, definendosi "incolto natural vate". La sua era
una poesia semplice e spontanea ma, nello stesso tempo, arguta e pungente
prendendo spunto dagli avvenimenti paesani. Se lievi riferimenti
carnascialeschi si possono ritrovare nell’atto unico della "Farsa Bernesca", in dialetto
napoletano, con i personaggi Pulcinella, il Mago e la Strega, "Il Ritorno di Carnevale dal suo esilio",
non lascia dubbi sull’argomento trattato. Rappresentato a Vasto nel 1814, su
musica di Domenico Casilli, la scenetta in lingua, rappresenta un’allegoria sul
Carnevale che, dopo un anno di lontananza, ritorna "tutto smargiasso" per "il sospirato giorno concesso a riabbracciarci", e alla fine
finisce tutto all’osteria davanti ad un buon bicchiere di vino.
Questi i versi della prima scena cantati da tutti i
recitanti:
Prezioso giorno
Da noi amato
Ed inaspettato
È giunto alfin!
E il nostro amabile
Buon Carnevale
Quando vorrà
Fra noi tornar?
Il Dio del Tempo
Nell'altro inverno
Al cupo averno
L'esiliò.
Ma gli permise
Che ritornare
Fra noi potesse
In questo dì.
Versi più
interessanti e spontanei, anche con riferimenti a fatti quotidiani o a
personaggi, sono le occasioni d’incontro con l’allegra compagnia. Ne sono
l’esempio il "Dies illa de Cittadini
di Vasto", oppure il "Brindisi
recitato in un pranzo offerto dal Padre Guardiano nel Convento di S. Onofrio".
Ecco alcuni passi:
La mia Musa, no, non langue!
Farò scorrer qui del sangue!
vegg’io mai nell’Atmosfera!... assiso
Su d’un gruppo di nubi in aria corre
Il gran Pudente! Ei già s’arresta, e fiso
Vasto guata, e lui così discorre:
Mia Patria Istonio
Rossetti Antonio
è un Pulcinella, è un Pantalone
è un Brighella, è un reo buffone.
Tommasi è grande,
e su te spande
Gloria e fulgore
e immenzo onore!
Molto
interessante anche la figura di Michele
Genova, valente epigrammista, capace di commentare con pochi versi in maniera
pungente, i principali
avvenimenti locali. In merito ad un ritratto di Antonio Rossetti eseguito da
Filippo Palizzi, Michele Genova disse:
Questi è Rossetti,
esclama ognun rapito;
Tal delle tinte
è il sovrumano accordo,
Tutto il pittor
gli diè, fuorché l’udito,
Per non
opporsi a Dio, che lo fè sordo.
In un’altra occasione, dopo una
ordinanza del Sottintendente Nicoletti per il Giovedì Santo del 1851, in cui
proibì ai vastesi di portare la barba, disse:
A seconda
degli ordini emanati
Pochi saran
Giudei, molti Pilati!
Per un sindaco non proprio capace
disse:
Se Manhes
per le sue gloriose gesta
Fu di civica
lapide onorato,
Ciccio, che
per la patria ognor si presta,
Sarà da lei
senz’altro lapidato!.
Purtroppo, di tutta la raccolta di
epigrammi rimane ben poco, in quanto negli ultimi anni di vita, le facoltà
mentali l’abbandonarono e un giorno diede fuoco alla ricca biblioteca di
famiglia, distruggendo quasi tutto, compreso gran parte dei suoi scritti.
Conservata
presso l’Archivio Storico "G. Rossetti" è il volumetto "La Peppeide", un originale e
strambo poemetto diviso in 35 epigrammi che ruotano intorno alla figura di
Peppe. Ecco un piccolo assaggio della poesia del Genova:
Permetteva un antico rituale
Mascherarsi soltanto in
carnevale,
Dacchè siano mascherati in
tutto l’anno,
Maschere in carneval più non
si fanno.
E’ nato in mezzo ai cavoli
Un altro cavoletto,
E tutti m’assicurano
Ch’è un cavolo perfetto
Ma poter decidere,
Vorrei sapere anch’io
A chi più rassomigliasi
Al padre od allo zio?



Nessun commento:
Posta un commento