martedì 10 febbraio 2015

SPECIALE 2015: Carnevale, le origini de "La Storie" (5^ puntata)

di Lino Spadaccini

A pochi giorni dal Carnevale, dopo aver gustato in anteprima l’edizione 2015 de "La Štorie", scritta dal poeta Fernando D’Annunzio, approfittiamo dell’occasione per ripercorrere brevemente la storia e i personaggi che hanno animato questa bella tradizione carnascialesca vastese.
Lette o cantate le "Štorie" sono state portate avanti e tramandate di generazione in generazione, dalla gente del popolo: persone semplici e argute che animavano le feste di carnevale con le pubbliche recite o sotto forma di cantata in versi, per lo più ottonari e quasi esclusivamente dialettali, come forma di intrattenimento goliardico e umoristico.
Secondo la tradizione, durante le domeniche precedenti l’ultimo giorno di carnevale, lungo le strade sfilavano cortei mascherati che
procedevano a coppia. Una decina in tutto, queste coppie erano formate da giovani che portano a braccetto altri giovani vestiti con abiti femminili. Nelle varie piazze, i figuranti si disponevano in cerchio e accompagnati dal suono di una fisarmonica, ogni coppia avanzava verso il centro e cantava una strofa de "La Štorie". Di solito le ultime due strofe venivano cantate da tutti i personaggi in coro.
I soggetti preferiti dagli autori erano gli avvenimenti straordinari (come ad esempio nel 1910 per l’apparizione della Cometa di Halley), patriottici (come nel 1912 per la conquista della Libia) oppure prendendo spunto dai semplici fatti di vita quotidiana, dai personaggi più in vista o curiosi della città ed anche da storie con intrecci amorosi, conditi con un pizzico di pepe. Al termine dell’esibizione, il capo comitiva ringraziava il pubblico presente, chiedendo scusa per eventuali allusioni sarcastiche rivolte a personaggi del luogo, e dava appuntamento all’anno successivo.
La mancanza di riferimenti storici certi non ci permettono di risalire alle origini de "La Štorie". Tuttavia, alcune pagine manoscritte, conservate presso l’Archivio Storico "G. Rossetti", ci riconducono ad un primo approccio verso questa forma di poesia, di cui esponenti indiscussi furono Antonio Rossetti e Michele Genova.
Di animo nobile e gentile, Antonio Rossetti, come i fratelli minori Gabriele e Domenico, amava cimentarsi nella nobile arte della poesia, definendosi "incolto natural vate". La sua era una poesia semplice e spontanea ma, nello stesso tempo, arguta e pungente prendendo spunto dagli avvenimenti paesani. Se lievi riferimenti carnascialeschi si possono ritrovare nell’atto unico della "Farsa Bernesca", in dialetto napoletano, con i personaggi Pulcinella, il Mago e la Strega, "Il Ritorno di Carnevale dal suo esilio", non lascia dubbi sull’argomento trattato. Rappresentato a Vasto nel 1814, su musica di Domenico Casilli, la scenetta in lingua, rappresenta un’allegoria sul Carnevale che, dopo un anno di lontananza, ritorna "tutto smargiasso" per "il sospirato giorno concesso a riabbracciarci", e alla fine finisce tutto all’osteria davanti ad un buon bicchiere di vino.
Questi  i versi della prima scena cantati da tutti i recitanti:
Prezioso giorno
Da noi amato
Ed inaspettato
È giunto alfin!
E il nostro amabile
Buon Carnevale
Quando vorrà
Fra noi tornar?
Il Dio del Tempo
Nell'altro inverno
Al cupo averno
L'esiliò.
Ma gli permise
Che ritornare
Fra noi potesse
In questo dì.
Versi più interessanti e spontanei, anche con riferimenti a fatti quotidiani o a personaggi, sono le occasioni d’incontro con l’allegra compagnia. Ne sono l’esempio il "Dies illa de Cittadini di Vasto", oppure il "Brindisi recitato in un pranzo offerto dal Padre Guardiano nel Convento di S. Onofrio". Ecco alcuni passi:
La mia Musa, no, non langue!
Farò scorrer qui del sangue!
vegg’io mai nell’Atmosfera!... assiso
Su d’un gruppo di nubi in aria corre
Il gran Pudente! Ei già s’arresta, e fiso
Vasto guata, e lui così discorre:
Mia Patria Istonio
Rossetti Antonio
è un Pulcinella, è un Pantalone
è un Brighella, è un reo buffone.
Tommasi è grande,
e su te spande
Gloria e fulgore
e immenzo onore!
Molto interessante anche  la figura di Michele Genova, valente epigrammista, capace di commentare con pochi versi in maniera pungente, i principali avvenimenti locali. In merito ad un ritratto di Antonio Rossetti eseguito da Filippo Palizzi, Michele Genova disse:
Questi è Rossetti, esclama ognun rapito;
Tal delle tinte è il sovrumano accordo,
Tutto il pittor gli diè, fuorché l’udito,
Per non opporsi a Dio, che lo fè sordo.
In un’altra occasione, dopo una ordinanza del Sottintendente Nicoletti per il Giovedì Santo del 1851, in cui proibì ai vastesi di portare la barba, disse:
A seconda degli ordini emanati
Pochi saran Giudei, molti Pilati!
Per un sindaco non proprio capace disse:
Se Manhes per le sue gloriose gesta
Fu di civica lapide onorato,
Ciccio, che per la patria ognor si presta,
Sarà da lei senz’altro lapidato!.
Purtroppo, di tutta la raccolta di epigrammi rimane ben poco, in quanto negli ultimi anni di vita, le facoltà mentali l’abbandonarono e un giorno diede fuoco alla ricca biblioteca di famiglia, distruggendo quasi tutto, compreso gran parte dei suoi scritti.
Conservata presso l’Archivio Storico "G. Rossetti" è il volumetto "La Peppeide", un originale e strambo poemetto diviso in 35 epigrammi che ruotano intorno alla figura di Peppe. Ecco un piccolo assaggio della poesia del Genova:
Permetteva un antico rituale
Mascherarsi soltanto in carnevale,
Dacchè siano mascherati in tutto l’anno,
Maschere in carneval più non si fanno.
E’ nato in mezzo ai cavoli
Un altro cavoletto,
E tutti m’assicurano
Ch’è un cavolo perfetto
Ma poter decidere,
Vorrei sapere anch’io
A chi più rassomigliasi
Al padre od allo zio?
































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