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| Mario Sacchetti, studioso, ex preside del Magistrale |
L’operetta è preceduta da un breve, ed agile affresco della situazione storica del tempo: l’inarrestabile declino di quel che rimaneva dell’Impero Romano d’Occidente, che con gli Ostrogoti continuò ad avere lampi di civiltà imperiale, ed il progressivo affermarsi del Cristianesimo, nell’Europa occidentale, che ne raccoglierà il testimone.
L’ ”Episodio Drammatico” si svolge nel 590, in coincidenza l’affievolirsi della presenza bizantina in Italia ormai incapace di contrastare l’affermazione definitiva dei Longobardi, anzi proprio in quel 590 moriva il re Autari, fresco sposo della principessa bavara Teodolinda, e salì al potere il duca di Torino Agilulfo, che a sua volta sposò la vedova Teodolinda.
Con la definitiva affermazione dei longobardi le tradizioni amministrative e in genere tutta la cultura latina entrò in crisi irreversibile, condizione che però favorì l’affermazione del potere della Chiesa, pur tra innumerevoli compromessi con il potere politico.
L’opera di Sacchetti vuole cogliere la tragicità di quel momento: “Si valli e monti\ si , prati e valli\ tonando, annunciano\ l’ora fatal”. Ma l’autore, con una nota di ottimismo, titola i suoi versi: “Jam vetus occidit novusque renascitur orbis”, ovvero “Dal crepuscolo di un vecchio mondo agli albori di una novella vita”. Per sottolineare che anche l’esasperazione del potere temporale dei Papi ebbe un ruolo positivo per consentire di custodire quanto di salvabile ancora c’era del vecchio potere imperiale. E tra cori degli angeli, gruppi di popolani, Papa Gregorio e personaggi minori si sviluppano le scene delle tre parti dell’opera che con toni poetici leggeri, a volte drammatici, riescono a disegnarci gli eventi che fissano i limiti storici di quel trapasso.
A mio parere l’esperimento letterario è pienamente riuscito: ottima la sintesi storica che precede il dramma e buona l’idea di usare più metri per dare cadenze diverse alle varie scene, l’endecasillabo sciolto, in bocca al patrizio romano che rimpiange il passato, è solenne e curatissimo.
Forse sarebbe opportuno che qualche storico, o la sua famiglia, raccogliesse e catalogasse tutti gli scritti del Preside Sacchetti per una pubblicazione “Omnia” da offrire alle generazioni future, ma anche a quelle attuali che poco sanno della produzione scientifica di una bella figura di studioso vastese, rigoroso e versatile, impegnato anche in politica e in amministrazione.
NICOLANGELO D’ADAMO
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