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| Pietro l'Aretino |
Un esempio: "Il Marchese del Vasto da Nembrotto ...con riverenza se la fece sotto... "
Giornalismo libellistico del Cinquecento: Vittoria Colonna ed il di lei nipote Ferdinando D'Avalos non sfuggirono alle feroci satire del "flagello dei Principi"
di GIUSEPPE CATANIA
II Cinquecento italiano è dominato da quella forma di istrionismo che influenzò gli aspetti ed i costumi della vita sociale e culturale di quel secolo.
Emerse, in modo sorprendente, caustico, il genio di Pietro l'Aretino, dall'eccezionale poligrafia. Volle farsi così chiamare per nascondere le sue umili discendenze: il padre, Luca, ad Arezzo, esercitava il mestiere di ciabattino.
A Perugia l'Aretino compi i suoi primi studi letterari per poi recarsi a Roma, sotto la protezione di Papa
Leone X.
Ammirato era per il vivace ingegno e per gli scritti mordaci e burleschi, rivolti contro veri o presunti nemici, adoperando uno stile poetico antiformalista, divenendo ben presto popolare ed anche temuto.
Non gli mancarono i veri nemici, come il Cardinale Datario Giberti che, nel 1525, sotto il pontificato di Clemente VII, lofece aggredire a pugnalate.
Ludovico Ariosto lo aveva definito "flagello dei principi", ed a pieno titolo l'Aretino stesso si vantava di avere "con la lode e l'infamia aspedito la maggiore somma dei meriti e dei demeriti altrui", nonché di avere sbranato "i nomi dei grandi con le sanne della verità".
Nasceva, cosi, in quell'epoca, col mezzo delle "lettere volanti", i libelli, appunto, quella forma di giornalismo che viene definito moderno, quell'attività di "gazzettiere", e l'Aretino, dotato di notevolissimi mezzi di informazione, e di un innato talento libellistico con facilissima espressività interpretativa, diveniva il vero protagonista assoluto del "quarto potere", ed il precursore del giornalismo libellistico.
Per avere una immagine di questo odiatissimo, ma riverito personaggio, sfuggito ai capestri e alle bastonate, ma temuto per la sua satira particolarmente pungente e diffamatoria, basti ricordare il famoso epigramma che Paolo Giovio scagliò contro l'Aretino, cosi definendolo:
"Questi è l'Aretino poeta tosco
che di tutti disse mal fuorché di Cristo
scusandosi col dir: non lo conosco"
Al che la sottile e provocatoria "verve canaille" di Pietro l'Aretino inesorabilmente replicava:
"Questi è Giovio storicone altissimo
che di tutti disse mal fuorché dell 'asino
scusandosi col dir: è nostro prossimo"
Ma la intraprendente ostinatezza dell'Aretino non ebbe freno, perché, peraltro, escogitò un sottile espediente per spillare quattrini allo stesso D'Avalos.
Paragonandolo a Nembrod, il biblico gigante indicato dalla leggenda come il costruttore della torre di Babele, immediatamente dopo inviò al condottiero questi sguaiati e satirici versi:
"Il Marchese del Vasto da Nembrotto
che aveva posto monte sopra monte,
nell'ultima battaglia di Piemonte,
con riverenza se la fece sotto... " E poiché in calce il poeta aveva aggiunto la minacciosa postilla apertamente ricattatrice: "per Dio finisco il sonetto", convenne al D'Avalos pagare senza indugio
E fu cosi che il Marchese del Vasto divenne uno dei più magnanimi sostenitori, diremmo quasi il macenate dell'imperversante "flagello dei principi". E questo nella impreparazione e nella impotenza dei sovrani dell'epoca a imbrigliare la allora nuova ed incontenibile forza della stampa.
II Cinquecento italiano è dominato da quella forma di istrionismo che influenzò gli aspetti ed i costumi della vita sociale e culturale di quel secolo.
Emerse, in modo sorprendente, caustico, il genio di Pietro l'Aretino, dall'eccezionale poligrafia. Volle farsi così chiamare per nascondere le sue umili discendenze: il padre, Luca, ad Arezzo, esercitava il mestiere di ciabattino.
A Perugia l'Aretino compi i suoi primi studi letterari per poi recarsi a Roma, sotto la protezione di Papa
Leone X.
Ammirato era per il vivace ingegno e per gli scritti mordaci e burleschi, rivolti contro veri o presunti nemici, adoperando uno stile poetico antiformalista, divenendo ben presto popolare ed anche temuto.
Non gli mancarono i veri nemici, come il Cardinale Datario Giberti che, nel 1525, sotto il pontificato di Clemente VII, lofece aggredire a pugnalate.
Ludovico Ariosto lo aveva definito "flagello dei principi", ed a pieno titolo l'Aretino stesso si vantava di avere "con la lode e l'infamia aspedito la maggiore somma dei meriti e dei demeriti altrui", nonché di avere sbranato "i nomi dei grandi con le sanne della verità".
Nasceva, cosi, in quell'epoca, col mezzo delle "lettere volanti", i libelli, appunto, quella forma di giornalismo che viene definito moderno, quell'attività di "gazzettiere", e l'Aretino, dotato di notevolissimi mezzi di informazione, e di un innato talento libellistico con facilissima espressività interpretativa, diveniva il vero protagonista assoluto del "quarto potere", ed il precursore del giornalismo libellistico.
Per avere una immagine di questo odiatissimo, ma riverito personaggio, sfuggito ai capestri e alle bastonate, ma temuto per la sua satira particolarmente pungente e diffamatoria, basti ricordare il famoso epigramma che Paolo Giovio scagliò contro l'Aretino, cosi definendolo:
"Questi è l'Aretino poeta tosco
che di tutti disse mal fuorché di Cristo
scusandosi col dir: non lo conosco"
Al che la sottile e provocatoria "verve canaille" di Pietro l'Aretino inesorabilmente replicava:
"Questi è Giovio storicone altissimo
che di tutti disse mal fuorché dell 'asino
scusandosi col dir: è nostro prossimo"
Per quel che ci interessa ora, neppure Vittoria Colonna, amica del devoto e grande Michelangelo, la famosa poetessa che nelle "Rime" cantò la morte del marito Ferdinando Francesco (Don Ferrante) D'Avalos, ferito nella vittoriosa battaglia di Pavia contro i Francesi, venne risparmiata dalle "pasquinate".
Pietro l'Aretino, infatti, le dedicò un sonetto che, nella prima quartina così recita:
"Cristo, la tua discepola Pescara
che favella con teco a faccia a faccia
e ti distende le chietine braccia
ove non so che frate si ripara"
Com'è noto Vittoria Colonna era andata sposa al capitano Don Ferrante D'Avalos, marchese di Pescara e, dopo la morte del marito, visse nel dolore e nell'austerità claustrale, privata com'era della gioia d'essere chiamata mamma, sorretta solo dal rimpianto del passato ed intenta, nell'opera poetica, alla glorificazione di Dio.
Significativo questo sonetto:
"A che serve chiamar la sorda morte,
a far pietoso il ciel col pianger mio,
se troncar l'ali io stessa al gran desio
posso, e sgombrare il duol dal petto forte?
Meglio assai fora che alle chiuse porte
Chieder mercede, aprirne una all'oblio,
Chieder l'altra al pensier; così poss'io
Vìncer me insieme e la nimica sorte.
Gli schemi tutti e quante vie discopre
l'anima, per uscir dal corce cieco
di sì grave dolor, tentato ho invano.
Rimane solo a prova, se vive meco
tanta ragion ch'io volga questo insano
desir fuor di speranza a miglior opre.
L'insulto contenuto nei versi dell'Aretino era assai cocente, perché il riferimento alle "Chietine braccia" aveva un sapore dispregiativo, cioè "bigotto".
Vittoria Colonna dovette mordere il freno e si adoperò per placare il "gazzettiere", anche perché sperava in cuor suo di evitare più velenose frecciate al nipote di lei, allevato con materna tenerezza, Ferdinando D'Avalos.
Era questi un uomo ambizioso, valoroso in guerra, ma anche deriso per la mania dei profumi e per il suo spavaldo atteggiamento spagnoleggiante.
Il D'Avalos, nel 1538, durante la guerra contro i Turchi, aspirava al titolo di capitano generale dell'esercito veneziano.
E l'Aretino non si fece perdere l'occasione. Puntualmente inviò ai Magnifici Signori della Serenissima questa "Pasquinata" in dialetto veneziano:
"Nu v'havemo ben guardao
Vu sete massa bello e delicato
El sarève pecao
Ch'un fantex cosi bel gisse in Turchia
A risgo de morir su nu galia.
Cosi la Signoria
Lo licenziò, onde a Milan scornato
Con le pive nel sacco è ritornato"
(così tradotto: Noi vi abbiamo ben osservato, voi siete assai bello e delicato, e sarebbe un peccato che un guerriero cosi bello partisse per la Turchia col rischio di morire su una galea. In questo modo la Signoria veneziana lo licenziò ed egli se ne tornò a Milano, deluso ed a mani vuote).
La ferocia dei versi, infatti, indusse il Senato Veneziano a licenziare immediatamente il profumatissimo aspirante, anche per non incoronare nelle ulteriori "frecce" del poeta-giornalista. Ma la intraprendente ostinatezza dell'Aretino non ebbe freno, perché, peraltro, escogitò un sottile espediente per spillare quattrini allo stesso D'Avalos.
Paragonandolo a Nembrod, il biblico gigante indicato dalla leggenda come il costruttore della torre di Babele, immediatamente dopo inviò al condottiero questi sguaiati e satirici versi:
"Il Marchese del Vasto da Nembrotto
che aveva posto monte sopra monte,
nell'ultima battaglia di Piemonte,
con riverenza se la fece sotto... " E poiché in calce il poeta aveva aggiunto la minacciosa postilla apertamente ricattatrice: "per Dio finisco il sonetto", convenne al D'Avalos pagare senza indugio
E fu cosi che il Marchese del Vasto divenne uno dei più magnanimi sostenitori, diremmo quasi il macenate dell'imperversante "flagello dei principi". E questo nella impreparazione e nella impotenza dei sovrani dell'epoca a imbrigliare la allora nuova ed incontenibile forza della stampa.
Giuseppe Catania

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