I relatori si sono complimentati con l'autore e da angolazioni diverse, hanno messo in rilievo gli approcci e le conclusioni del saggio, totalmente innovative.
![]() |
| prof. Emanuele Felice |
Da aggiungere che sono passati dei treni per la modernizzazione, ma il Sud li ha persi tutti. A partire da
quelli dell'Ottocento, le rivoluzioni del 1820/21, del 1848, l'Unità d'Italia, fino ad arrivare alla Cassa del Mezzogiorno con il suo intervento straordinario. La Casmez "ottiene risultati importanti negli anni '50 e '60, ha detto Felice, ma è sempre un intervento calato dall'alto", "la borghesia non si fa promotrice di intrapresa industriale", questa è la "industrializzazione passiva". "L'intervento della Cassa si va perdendo in una molteplicità di rivoli assistenziali", a volte alimentando la criminalità organizzata, spesso creando questa mentalità diffusa della passività, dell'aiuto esterno o politico per realizzare le cose.
Allora la domanda di fondo: Perché il Sud è rimasto indietro? La risposta di Felice è semplice: “per colpa delle stesse classi dirigenti locali”, includendo nella categoria i latifondisti, i baroni, i professionisti, i mediatori politici dei tempi più moderni. La spiegazione è altrettanto chiara: “Se i meridionali furono sfruttati da qualcuno, per la più grande parte della storia dell'Italia unita, ebbene lo furono dalle loro stesse classi dirigenti. Quelle del Gattopardo, per intenderci, disposte a cambiare tutto - ad accettare l'Unità, poi la modernizzazione, finanche la democrazia di massa - purché nulla cambi. E specie negli ultimi decenni gli sfruttati furono essi stessi complici, volenti o piuttosto nolenti, attraverso il voto clientelare. Stando così le cose, scaricare tutte le colpe sul Nord a me pare non solo un'indebita autoassoluzione, ma soprattutto un inganno ideologico: l'ennesimo, affinché nulla cambi dentro la società meridionale”.
Dopo la chiusura dei lavori abbracci e richieste di autografi sulle copie del libro.
Ricordiamo ancora una volta che la stampa nazionale tutta e le Tv hanno dato ampio risalto al volume di Emanuele Felice. Si può parlare, senza ombra di smentita, che si tratta di grande successo editoriale!
Nicola D'Adamo
servizio fotografico di Edmondo Morgano










1 commento:
Non si può che condividere pienamente l’analisi e la ricostruzione di E. Felice, purtroppo non ero presente ma sto gustando il suo libro. Le foto pubblicate mostrano un “monello” che con aria scanzonata, unico senza cravatta, punta l’indice contro molti dei presenti, che speriamo se ne siano accorti. Coloro che hanno succhiato, fino a scoppiare. le mammelle gonfie della Casmez, non certo per portare avanti i programmi di sviluppo che erano l’obiettivo di quella pioggia di soldi. Purtroppo l’unico risultato è stato quello di creare nuovi centri di potere clientelare e un clima di assistenzialismo. Un potere per pochi dove imperava il “chi si” oppure “di chi si fije”, chiave d’accesso per ogni rapporto economico sia per gli appalti e le forniture che per le assunzioni. Un fenomeno che ha trovato l’apice nel sistema pubblico coinvolgendo tutto l’arco politico dalla destra all’estrema sinistra, dove continua la dinastia politica. Un clientelismo basato sulla ricerca delle cordate vincenti mentre la maggioranza delle persone accetta con grande rassegnazione il giogo. La politica e la burocrazia come centri di potere e non di servizio verso chi li “mantiene” attraverso il voto “estorto o barattato” e le tasse sempre più inique. Tutto questo è stato scritto e detto in modo chiaro e esauriente anche dall’autore. Questa e la storia e la realtà odierna, ma adesso cosa fare per andare verso un nuovo Sud e per farlo sopravvivere? Occorre convincersi e iniziare una rivolta culturale che parte dalla rinuncia alla “castrante raccomandazione”, che altro non è che un atto di resa di chi non si fida delle proprie capacità e che vuole rischiare per la propria libertà. Certo è una strada in salita, ma sempre più giovani l’affrontano rinunciando al “lu paese do so nate”. Ancora più difficile ma necessario è vivere la meritocrazia, restare e combattere contro questo nostro sistema clientelare. Bisogna ripartire con una rivoluzione basata sulla meritocrazia che diventa sempre più un “must”, mentre il clientelismo, non dimentichiamo che è un furto, deve essere emarginato. Gli stessi gattopardi devono prendere atto che il loro approccio parassitario si sta rivoltando contro di loro, rendendoli artefici di questa regressione economica e sociale. Occorre essere consapevoli che stanno scomparendo le “dogane” che proteggono il sistema clientelare dall’attacco del meritocratico. Il mercato dei servizi pubblici, inteso come politica e burocrazia, è globale, la concorrenza non è solo fra prodotti ma comprende sempre più il sistema nazione e a scalare regione comune. Il risultato finale di un sistema che deve rinunciare ai diritti acquisiti perchè è accerchiato e portato alla resa dalla delocalizzazione e dalla fuga di strutture produttive e forze di lavoro. Non vivere il cambiamento vuol dire andare incontro a città geriatriche che diventano poi gusci vuoti. Basterà solo un guardiano per sostituire i gattopardi trasformati in reperti archeologici.
Posta un commento