venerdì 13 dicembre 2013

Oggi è Santa Lucia: grande devozione a Vasto

di Lino Spadaccini

Il 13 dicembre la Chiesa Cattolica festeggia S. Lucia Vergine e Martire cristiana, morta decapitata durante le persecuzioni di Diocleziano a Siracusa nel 304 d.C.
Il corpo della santa, prelevato in epoca antica dai Bizantini a Siracusa, è stato successivamente trafugato dai Veneziani quando conquistarono Costantinopoli, l’attuale Istanbul. Oggi il corpo è conservato e venerato nella chiesa di San Geremia a Venezia. S. Lucia è considerata dai devoti la protettrice degli occhi, degli oculisti, degli elettricisti e degli scalpellini e viene spesso invocata nelle malattie degli occhi.
Anche a Vasto, sin dai tempi antichi, è sempre stata molto alta la devozione a S. Lucia, basti pensare ai diversi quadri e statue presenti nelle chiese vastesi, senza dimenticare anche l’esistenza di alcune cappelle dedicate alla Vergine e Martire.
Luigi Marchesani nella sua Storia di Vasto scrive: “Il Palazzino di S. Lucia, che comprende la Cappella
dedicata a questo martire ed è fiancheggiato da murati giardini, fa tuttora bella mostra di se nel nord-est della città, dall’altro capo della valle dell’Angrella. Fu casino de’ Canonici di Tremiti, che a Cesare Michelangelo d’Avalos lo venderono, e questi in vaga villa lo ridusse, piena di Cedrati venuti da Roma, e da Firenze”. Sempre il Marchesani ricorda che in questa villa, la sera del 28 ottobre 1723, venne rappresentata l’opera prosaica “Merope”, in onore del Connestabile Fabrizio Colonna, giunto nella nostra città per ricevere il collare del Toson d’Oro.
Nella stessa zona, già nella metà del ‘500 esisteva il convento di S. Maria in Valle, successivamente denominato Grancia di S. Lucia, da non confondersi con la cappella di S. Lucia di proprietà del Marchese Don Cesare Michelangelo D’Avalos, che vi istituì le cappelle con altari dedicati a Santa Lucia e alla Madonna.
Nella prima metà dell’Ottocento, la chiesa era in condizioni piuttosto precarie e veniva aperta solo nei giorni festivi per celebrare qualche messa con elemosine raccolte da “zelante cittadino”. 
Le cronache vastesi ci ricordano che in seguito al diffondersi del Cholera morbus nel 1837, le sale del casino a S. Lucia furono attrezzate a provvisoria infermeria per i malati. Nello stesso periodo il Comune pensò di acquistare il Casino di S. Lucia ed i giardini annessi per trasformarlo in cimitero; venne effettuata anche un perizia nel 1838, ma non se ne fece nulla e si ripiegò su contrada Catello, dove venne costruito su progetto dell’ing. Nicolamaria Pietrocola.
Oggi lo storico complesso si presenta come rudere fatiscente, pesantemente mutilato negli anni ’70 per far posto a villette e palazzi.
Ancora Luigi Marchesani riferisce che nell’incontro delle due vecchie strade che da Porta Palazzo e da Porta S. Maria conducevano verso la Marina, era presente una torretta quadrilatera “tutta piena, non molto alta”, che veniva chiamata Torretta di S. Lucia. Ai piedi della torretta si notavano alcuni ruderi di un edificio “stretto e quadrato”, forse appartenenti ad un’altra cappella intitolata a S. Lucia.
Ma il culto di S. Lucia non si ferma qui.
Un tempo la festa era molto sentita a S. Maria Maggiore, grazie alla devozione e all’interessamento della confraternita del Gonfalone e alla Schola Cantorum che cantava la messa “Te Deum” del Perosi. Il dicembre del 1948 registrò anche la presenza dell’Arcivescovo Mons. Giambattista Bosio, il quale celebrò la s. messa all’alba.
Il 13 dicembre, festa di S.Lucia”, ricordava in un precedente articolo Nicolangelo D’Adamo, “molti andavano a Messa per festeggiare una Santa di cui tanti erano devoti. E i parroci di allora celebravano addirittura tre messe, quasi fosse domenica, e i fedeli affollavano ognuna di quelle celebrazioni, soprattutto la prima alle sei e mezza. E già a quell'ora erano pronte, per la benedizione e la distribuzione ai fedeli, due rosette piccolissime di pane azimo che ricordavano il martirio di Santa Lucia, morta accecata. A fine messa, uno alla volta, ci si accostava all'altare e si prendeva dalle mani del sacerdote questo piccolo ricordo di pane che si baciava e si riportava a casa per farlo assaggiare a tutta la famiglia all'ora di pranzo. Alcuni conservavano a lungo..... l'ucchiucilli di santa Lucì.... per una preghiera alla Santa e per la richiesta di un aiuto”.
Nella chiesa di S. Francesco di Paola (o Addolorata) è presente un bel quadro del 1718, opera del pittore vastese Giovan Battista de Litiis (1693-1780). Un quadro di modeste dimensioni, di autore ignoto, è presente lungo la navata centrale della chiesa di Sant’Onofrio, mentre una statua di buona fattura è presente nella chiesa di Sant’Antonio di Padova, ed esposta alla venerazione nel giorno della festa. Nella chiesa di S. Filomena a Porta Nuova, nella prima cappella di destra è presente un bel quadro dipinto da Andrea Marchesani, dove è rappresentato Giuseppantonio Rulli in ginocchio davanti a S. Lucia. Per finire, ricordiamo anche l’affresco realizzato diversi anni fa da Italo Iammarino, nella sagrestia della chiesetta di S. Nicola (vedi foto). Non sappiamo se l’opera è ancora presente oppure è stata imbiancata come il resto della chiesa, dove erano presenti altri affreschi, mai portati a termine dal pittore vastese.
E chiudiamo con una bella poesia scritta dal poeta Fernando D’Annunzio dal titolo Sanda Luci’:

Sanda Lucì’... La vije a ndo’ so’ nnate,
…la case, lu curtìle, la luggette...
Quanta ricurde i’ ci so’ lassàte!
Quanta prihìre dentr’a la cchisette!

Tutte la ggiuvindù ci so’ passàte,
vindiquattr’anne sott’a chilu tette.
M’arcorde lu ciardìne arizzilàte
e la campàne ‘n cime a la turrette.


Ma chilu sone dôce e argindìne
pe’ la vallàte, mo, cchiù nin zi sente.
Che štrazie arividè chili ruvine,

chila fineštre che sbatt’a lu vente,
‘ndo’ nu ragge di sole, la matine,
jav’ a svijjià nu cìtele cuntente.

Traduzione in lingua, dal dialetto abruzzese:
Santa Lucia
Santa Lucia... La via dove sono nato, / ...la casa, il cortile, la loggia... /
Quanti ricordi ci ho lasciati! / Quante preghiere dentro la chiesetta!
Tutta la gioventù vi ho trascorsa, / ventiquattro anni sotto quel tetto. /
Ricordo il giardino ben tenuto / e la campana in cima alla torretta.
Ma quel suono dolce e argentino / per la vallata più non si sente. /
Che strazio rivedere quelle rovine, /
quella finestra che sbatte al vento, / dove un raggio di sole, la mattina, /
andava a svegliare un bambino contento.








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