lunedì 7 ottobre 2013

Carlo Palmili, poeta, pittore e giornalista

Nato dal secondo matrimonio della vedova Pantini
Sessant’anni fa, il 7 ottobre del 1953 moriva a Roma, il pittore, poeta e giornalista vastese Carlo Palmili, figlio di Vincenzo, pioniere della valorizzazione industriale di Vasto Marina.
Nato a Sant’Elpidio a Mare, nelle Marche, il padre Vincenzo, giunse nella nostra città nel gennaio 1883 per motivi di lavoro, come esattore delle tasse. Di animo sensibile, non riuscendo più a sopportare le sofferenze degli infelici costretti a pagare, anche con mezzi duri, dopo alcuni anni abbandonò il lavoro ed acquistò uno stabilimento industriale a Vasto Marina, che diventerà il famoso Opificio Palmili per la fabbricazione di oli al solfuro, a cui vennero aggiunti la fabbrica di saponi, gassosa e fiammiferi.
Così riportò la notizia il settimanale Istonio nel giugno del 1893: “Sulla spiaggia vastese, dove, fino a pochi anni addietro, non sonnecchiavano che poche barche da pesca e non s’udiva che la lenta canzone del marinaio, mista al batter monotono dell’onda; dove qualche casa bianca vedevasi qua e là sperduta in lontananza, come un sepolcro arabo, è sorto – può dirsi – un piccolo centro d’attività, una piccola Manchester…”.

I primi anni nella nostra città non
furono dei più semplici, segnati anche dalla morte della moglie, avvenuta a Treglio, nel 1888, in seguito ad una lunga malattia. In seconde nozze Vincenzo Palmili sposò Elisabetta Cardone, vedova Pantini e madre di Romualdo Pantini, altro grande poeta e letterato vastese.
Sicuramente dal padre, ma anche dal ceppo materno, Carlo Palmili ereditò la passione per la poesia e per l’arte. E proprio nelle sue tele, immortalò molti scorci della sua Vasto, contribuendo alla diffusione dell’immagine della nostra città fuori regione, in tante manifestazioni a carattere regionale e nazionale. Tra le principali mostre ricordiamo senz’altro quella inaugurata a Roma il 21 giugno del 1948, presso la galleria S. Marco, alla presenza dell’On. Giuseppe Spataro, allora presidente della RAI, e di illustri personalità vastesi quali Carlo e Nicola D’Aloisio, Elisabetta Mayo, Roberto Roberti, l’avv. Nasci e Angelo Cianci.
In un articolo del 1925, pubblicato su L’Idea Nazionale dal titolo “Quadri memorabili di Carlo Palmili”, così Enzo Marcellusi scriveva del pittore vastese: “…sollevandosi dal grigiore incerto, dai toni soffocati, dall’indefinito e indefinibile dell’arte romantica, riuscì nei suoi quadri a cogliere l’appariscenza di cose, a ritrarre, in una parola, il vero”.
Quattro anni prima, presso il Teatro Marruccino di Chieti, presentando la mostra dedicata all’artista vastese, lo stesso Enzo Marcellusi disse: “Questo pittore è nato in una terra classica di artisti sani: l’Abruzzo; in una città di grandi artisti: Vasto. Ogni vastese ha un adorabile culto per i suoi grandi conterranei che sono molti, e di cui alcuni sono molto grandi. Ogni vastese si sente un po’ artista. Perciò Carlo Palmili non ha dovuto fare viaggi in città ricche di musei e onuste di pinacoteche, né ha dovuto concedersi peregrinazioni metaforiche in regioni di sogni e di bellezza. La sua Vasto gli offriva i Rossetti, Laccetti, Palizzi, Smargiassi, la sua campagna, il suo cielo, il suo mare. L’ispirazione gli veniva a portata di mano, facilmente, docilmente. L’ingegno c’era. Bastava prendere una tavolozza ed un pennello per dar veste e concretezza ai fantasmi spirituali”.
Parlando della pittura, Marcellusi definì i quadri del Palmili “momentanei”, non solo perché frutto di un momento di passione artistica, ma anche e, soprattutto, perché dettati tutti da una sola ispirazione. “L’autore è presente in ognuno di essi”, affermò ancora il letterato abruzzese, “ed è sempre lui, tanto che si potrebbe abolire la firma senza generare alcuna confusione ed immediatamente, sicuramente riconoscere chi creò”.
Come abbiamo già accennato in precedenza, oltre ad essere un valente pittore, Carlo Palmili amava poetare. Per l’artista vastese le due arti non erano distinte, anzi, come scrisse in alcuni pensieri sparsi tra arte e vita “La poesia è il fiore della pittura: pittura e poesia si compendiano nella parola: Arte”, anche perché “La pittura senza poesia è come un liquore senza spirito”. Quindi non solo poesia ricercata nelle tele per esprimere il proprio stato d’animo nella visione del vero, ma anche parole e versi come strumento atto all’amplificazione del sentimento umano. Per dirla con le parole di Raffaele Giacomucci, “si può affermare che i suoi temi di poesie sono tanti trasporti di pittura nelle tele, cosparsi ed armonizzati nel ritmo dei canti”.
Nelle poesia di Carlo Palmili spiccano le aspirazioni giovanili, i tormenti dell’anima, le speranze, i ricordi e gli affetti. Una presenza fondamentale e spesso ricorrente è la figura della madre. Una presenza più che mai piena di dolore e di sofferenza dopo la scomparsa:
Madre!
Dinanzi a gli occhi miei io vedo
L’ombra tua,
che mi parla d’amore
come in quei giorni teneri
d’infanzia,
quando con dolce accento mi tessevi
la grande festa di tue nozze!
Oh come ricordo gli attimi di gioia,
che ti prendeva tutta,
quando tornavi ai tempi lieti,
di tua giovinezza!
Or non sei più:
fuggita sei dagli occhi miei!...
Io non risento più
La voce buona!...

Ed ancora nella composizione “Natale senza mamma”:
Penso alla tua immagine
Lontana
E pur vicina al mio cuor di figlio,
or che la notte gelida
s’avanza
a ripercuoter in me i tuoi dolori!

Tra i suoi componimenti più belli non possiamo non ricordare l’inno per il paese natale, dal titolo “Alla mia terra”, che recita così:
Vasto, terra di sogni e di promesse
ch’alta sorridi al sol che nasce, come
tenera madre che rivede il dolce
figliol dopo il riposo, ascolta, ascolta,
o terra mia, il canto del tuo figlio…
O lido che t’inarchi come falce
e che raccogli i murmuri segreti
dell’adriatico mare
o vedi vaporare fra colli ed orti
immensi ulivi al sole,
e lungi del Gargano scopri il monte
fra corone di nubi ampio fuggenti;
lido che specchi rami d’aranceti
e palpiti di vele
e l’infinita azzurrità del cielo,
che di sé tutta l’anima m’inonda,
accogli, lido, la profonda voce
del devoto eremita,
che guarda e sogna e veglia sul tuo colle,
sacrato a l’arte, alla fede e al dolore!…
Tra le raccolte di poesie ricordiamo “Palpiti” (1926), “I canti dell’eremo” (1933), “Canti” (1947). Di particolare rilievo anche la pubblicazione di un dramma in tre atti, “L’erede” (1915), “Idillio pastorale” (1929), scena unica in versi rappresentata per la prima volta a Vasto, presso il Teatro Rossetti, il 28 gennaio 1929, dalla Compagnia dei Fratelli Marchesini, ed ancora la monografia sul fratello “Romualdo Pantini nell’arte e nella vita” (1947), e una raccolta di prose postumo “La mia vita di ieri” (1954), dove decanta la sua terra natia.
Forse poco apprezzato dai suoi conterranei, Carlo Palmili, vivendo gran parte della sua vita lontano dalla sua città natale, strinse amicizie con letterati e artisti del tempo. Tra questi, sicuramente lo scrittore atessano Domenico Ciampoli, il quale nel suo ultimo componimento, scritto poco prima di morire, nel marzo del 1929, dedicò al Palmili questi versi:
Sboccian dunque viole tra le nevi;
Il rosignolo col suo trillo eterno
Allevia l’agonia de’ giorni brevi;
E tu dipingi e canti al cuor del verno.
E a me il gelido sol del tramontano
Ne l’azzurro purissimo sospira
Qual gemito di lira: invano, invano.
E penso a te che il gemito non senti,
Il dubbio e l’ora; né ti volgi indietro,
Smarrito, ansioso, via pe’ quattro venti,
Ardente, alato, indomito puledro.
Amante della buona lettura, giornalista, e critico senza peli sulla lingua, Carlo Palmili, spesso annotava sui libri brevi commenti. Ad esempio, per la raccolta di poesie “Ed è subito sera”, del poeta siciliano Salvatore Quasimodo, definito dal Palmili “Martirizzatore del cervello”, scrisse la seguente nota: “Poesia dominata dalla cultura in elevata tormentata elaborazione, che cerca, fruga, nel suono dello stile e nelle parole, un senso di misticismo, ma che non riesce a provare una piena sicura aderenza al nostro spirito, per la mancanza assoluta di sincerità e di emozione: doti, queste, che pongono l’Arte da secoli al disopra della volgarità”.
È ancora da sottolineare e dare il giusto merito a Carlo Palmili, di aver salvato, dalla furia distruttrice degli eredi, almeno una parte del ricco epistolario pantiano, tra cui alcune lettere del grande poeta Giovanni Pascoli, oggi conservate presso la Biblioteca Civica “G.Rossetti”. 
Carlo Palmili si spense nella sua casa romana il 7 ottobre del 1953, amorevolmente assistito dalla moglie, l’insegnante Amalia Roberti. Profondamente attaccato alla sua terra, scelse il cimitero di Vasto, come luogo per accogliere le proprie spoglie. Nell’estate dell’anno successivo, con una commossa cerimonia, la sua città accolse il feretro. Le esequie vennero svolte nella chiesa di S. Maria Maggiore, con la partecipazione di tanti amici che non vollero mancare all’ultimo saluto: tra questi anche i pittori Luigi Martella e Nicola Galante, tornato da Torino. Nel cimitero, prima della tumulazione, il Sindaco Florindo Ritucci Chinni, con un discorso sentito, ricordò le qualità di Carlo Palmili come cittadino, poeta e pittore.
Alcune opere di Carlo Palmili, per sua stessa volontà, furono scelte dal critico d’arte prof. Neppi e donate dalla vedova alla Pinacoteca civica. Tra queste troviamo alcune nature morte con fiori, una “Marina con alberi e casa”, un “Paesaggio lacustre”, “Sinfonia della primavera” e una “Veduta di Palazzo d’Avalos” dalla Loggia Amblingh.
E chiudiamo con un ricordo dell’amico Alberto Neppi nell’introduzione al libro postumo “La mia vita di ieri”: “Carlo Palmili era veramente, oltre che un ingegno poliedrico, un apostolo della bellezza nelle più svariate manifestazioni, e i fremiti d’entusiasmo che suscitavano in lui gli spettacoli naturali o le grandi vicende storiche e religiose, e i palpiti di tenerezza e di nostalgia del suo animo, sensibilissimo per le creature e per le labili cose che lo circondavano, gli fornivano materia incessante di effusione poetica e di cromatica sintesi espressiva”.


Lino Spadaccini














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