giovedì 25 luglio 2013

La Scalinata Rossetti ispira anche un racconto: Roberto De Ficis, "gli innamorati che si promettono il vero amore, lo fanno seduti su quella scalinata"!

Il meraviglioso terremoto del Vasto – La Scalinata Rossetti 
di Roberto De Ficis

Ricordami
Tu ricordami quando sarò andata

lontano, nella terra del silenzio,
né più per mano mi potrai tenere,
né io potrò il saluto ricambiare.
Ricordami anche quando non potrai
giorno per giorno dirmi dei tuoi sogni:
ricorda e basta, perché a me, lo sai,
non giungerà parola né preghiera.
Pure se un po’ dovessi tu scordarmi
e dopo ricordare, non dolerti:
perché se tenebra e rovina lasciano
tracce dei miei pensieri del passato,
meglio per te sorridere e scordare
che dal ricordo essere tormentato.
(Christina Georgina Rossetti)
Le voci di paese, dette a bassa voce e tra un rosario e l’altro, dicono che lui si chiamasse Michele. Lei, invece, Maria. Nessuno può dire con certezza se si sia trattata di una storia vera o di sola immaginazione. Non è possibile trovare nessuno che lo dica con chiarezza, come se tutti fossero custodi di un segreto magico, intimamente religioso, un segreto che nasce e muore nelle memorie della gente, che è e resta proprietà esclusiva e santa di stretti vicoli, di antiche case e piazze di paese, un segreto da non rivelare a nessuno, in nessun luogo e in nessun tempo. Quella scalinata, la Scalinata Rossetti – accesso privilegiato alla balconata che dà sul golfo lunato del Vasto – si dice tutt’oggi, abbia assistito a qualcosa di davvero meraviglioso.
Era una sera di metà maggio quando Michele, perso tra le sue pene, si era rannicchiato sui gradini della scalinata e non faceva altro che pensare a come potesse essere stato ingiusto con lui il mondo. Se ne stava lì, che digrignava i denti e che stringeva i pugni fino a far diventare rosse le sue mani e far dolere la mandibola e pensava con quale cattiveria il destino che popolava il suo mondo – o meglio, la visione che lui aveva di esso – lo aveva accolto, ammaliato e plagiato e poi distrutto, quello stesso mondo che da poco aveva iniziato a conoscere, da adulto, da uomo e da giovane amante.
Maria, ma santoddio! non aveva proprio nessuna colpa in quello che era successo. Non aveva potuto scegliere e, nel giro di un mese, appena dopo la scuola, il destino le aveva preparato per bene le valigie, l’aveva messa su di un aereo e obbligata a trasferirsi con la sua famiglia a Perth, nella lontanissima Australia. Michele – quando lei glielo disse – non ci voleva credere e non sapeva con chi prendersela per primo; con lei, con la sua famiglia, con sé stesso che nulla poteva o con chiunque gli passasse in testa in quel  momento. Fu il più duro colpo avuto durante le sue 26 estati. Passata la rabbia, iniziò a piangere, e piangeva ogni santo giorno al solo ricordo del suo sorriso, del suo odore, al solo ricordo della seta dei suoi capelli e della musica della sua voce.
Dopo la sua partenza, Michele si rintanava spesso su quella scalinata, la stessa che li aveva visti – solo qualche giorno prima – parlare fino all’alba, ridere e farsi le boccacce, accarezzarsi e parlare di cose serie o stupide che non facevano differenza. Quella era la scalinata che era stata testimone del loro primo bacio ed era la stessa scelta da Michele come luogo per chiedere a lei di sposarlo; e lui lo avrebbe fatto a breve, forse addirittura prima dell’estate.
Da quando lei partì, lui andava lì ogni sera, metteva la testa tra le mani e se ne stava in silenzio per due-tre ore prima di andarsene a casa a cercare di dormire. Qualche volta, ci si addormentava anche lissù, svegliato solo all’alba da uomini che spazzavano la balconata e che gli dicevano: “Hey ragazzo, ma perché non te ne vai a casa?”
La mattina di quell’11 maggio, il giorno di Sant’ Ignazio da Laconi, qualcosa di miracoloso accadde. Lui aveva dormito un’altra volta lì e, mentre il sole albeggiava sul mare, dando limpida luce al golfo lunato del Vasto, Maria apparve ai piedi della scalinata. Era scalza, con un vestito a fiori e con alle sue spalle il mare. Era bellissima e mai il mondo fu tanto sicuro di questo. Se ne stava lì con quella leggera brezza che dava ai suoi capelli un movimento di danza. Se ne stava lì, con quel suo collo lungo, ferma con la schiena dritta dritta e le mani piccole, giunte sulla pancia, la pelle già abbronzata e un profumo di agrumi tutt’attorno. C’era un velo di lacrima sui suoi occhi grandi, erano il segno della commozione per una ragazza che riusciva a vedere l’amore in faccia, che finalmente ci poteva parlare senza più intermediari.
“Miché”,  disse lei. Poi fece una pausa lunga come l’eternità e continuò: “Come stai?”. E lui rispose: “Bene, adesso”.
Lei sorrise e il sole diventò più grande, illuminando di una magnifica luce la chiesa di Santa Maria e la Cattedrale di San Giuseppe poco lontana e creando un limpido arcobaleno tra i due campanili silenziosi. Lui si alzò in piedi e le disse: “Che bello che sei tornata”, e lei annuì con la testa chiudendosi nelle spalle quasi ad esser timida.
Si avvicinarono e si abbracciarono così forte e con così tanto amore che la terra iniziò a tremare. Fu come un terremoto nel paese, le ringhiere cominciarono a tintinnare, la balconata s’incurvò quasi a spezzarsi,  un vento si alzò dalla spiaggia e smosse le fronde degli  alberi di sotto, piegandone i rami e a tratti i larghi fusti, il cielo diventò rosso fuoco e si aprì con uno squarcio altissimo, perpendicolare nel cielo, che partiva dalla fine del ponte sul mare fino a sparire dietro la linea d’orizzonte. Onde gigantesche che si formavano a largo e che si muovevano all’indietro, in un modo innaturale, paradossale, le barche dei pescatori come saette che si perdevano verso sud tra le nuvole, il mare che ribolliva e che si faceva trasparente e poi pieno di fiori, poi il mare che spariva, prosciugato e che dopo un po’ ricompariva, nell’istante precedente. Dopo qualche secondo, tutto tornò normale e le rondini e i gabbiani sulla spiaggia ripresero a volare in modo pacifico. Il sole tornò della sua dimensione normale e il mare s’acquietò.
“Vuoi sposarmi?”, chiese lui. Lei se ne stette in silenzio abbassando il capo e facendolo perdere in un sorriso grande. I sette rintocchi della campana della chiesa deviarono in quell’attimo l’attenzione del mondo via da quei due amanti e verso qualcosa di sconosciuto e, a volte, di incomprensibile all’animo umano, qualcosa che nei sentimenti eccelsi trovava la sua giusta collocazione. In quel luogo ed in quel tempo, l’esistenza sembrò tutt’altro che realtà e, forse, così fu.
Seppur quell’uomo che stava spazzando la balconata sul mare giurò per giorni e giorni di aver visto qualcosa di miracoloso quella mattina, nessuno gli credette, neppure quando giurò e spergiurò di aver visto Michele che s’incamminava, mano nella mano, con Maria verso la Porta Catena.
La realtà dei fatti però accertò che, dopo la sua partenza per l’Australia, Maria non tornò mai più a Vasto. Le voci di paese, dette a bassa voce e tra un rosario e l’altro, dicono che, in verità, non ha nessuna importanza sapere se si trattò di una storia vera o di una immaginata, ma ciò che realmente capitò, da quel giorno in poi, fu che gli innamorati che si promettono il vero amore, lo fanno seduti su quella scalinata, nella mezz’ora precedente le sette del mattino e c’è anche chi dice che, nel silenzio della mattina presto e vegliati dai versi poetici dei Rossetti e dal meraviglioso golfo lunato del Vasto, si possano udire ancora i versi d’amore e le promesse eterne tra Maria e Michele.

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