Qualche anno fa Espedito Ferrara a proposito della
costa vastese scriveva: “Dopo la Penna una serie dolce e
sinuosa di prominenze e di insenature, altrettante spiaggette deliziose e
discrete, si svolge armoniosamente per raggiungere la Marina , - la donna Reggine
de tanda bbeltà -, marcate ciascuna da un trabocco nerognolo come un grosso
ragno insidioso ai
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pesci della costa. Tra allor’e mmò per ripetere un titolo poetico del De Titta vi è questa differenza assai stridente: queste gemme di località allore, a tempo della dittatura, erano a disposizione del popolo e quindi raggiungibili in qualsiasi ora del giorno e della notte; mò, a tempo di democrazia, ossia di aristocrazia del popolo, sono state confiscate dagli arricchiti del dopoguerra e dalla speculazione, i quali ne vietano l’accesso al popolo con tanto di tabella: “Proprietà privata”: potenza del progresso democratico, non c’è che dire!”
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pesci della costa. Tra allor’e mmò per ripetere un titolo poetico del De Titta vi è questa differenza assai stridente: queste gemme di località allore, a tempo della dittatura, erano a disposizione del popolo e quindi raggiungibili in qualsiasi ora del giorno e della notte; mò, a tempo di democrazia, ossia di aristocrazia del popolo, sono state confiscate dagli arricchiti del dopoguerra e dalla speculazione, i quali ne vietano l’accesso al popolo con tanto di tabella: “Proprietà privata”: potenza del progresso democratico, non c’è che dire!”
Negli
ultimi anni alcuni accessi al mare sono stati aperti, ma molti altri, come più
volte segnalato da Nicola D’Adamo sul blog NoiVastesi,
sono rimasti soltanto sopra un pezzo di carta.
Percorrendo
la Statale
16, qualche centinaio di metri dopo aver superato il Ristorante La Vela , si giunge nella zona
cosiddetta di “Canale”, chiamata così per l’abbondanza delle acque che sorgevano
nella zona.
Il
Marchesani ricorda che quando i d’Avalos “signoreggiavano
in Vasto teneansi riserba di caccia nel loro podere alla Canale, cinto per tre
miglia da muro, del quale tuttavia sussistono lunghi avanzi”. Lo storico
vastese ricorda che l’abbondanza di acqua presente nella zona, animava molte
fontane ed inoltre era presente anche uno splendido giardino di fiori ornato da
molte statue, comunemente chiamati “li
pupattune di la Canale ”. Per l’amenità del luogo il
Marchese del Vasto, don Cesare Michelangelo, progettò di costruire un “casino fra le onde della confinante scogliera
marina”.
Fino
agli anni ’50 i resti dei giardini di Villa Canale erano ancora ben visibili.
Con la realizzazione della Statale 16 la grande fontana, usata come peschiera
fu distrutta, mentre le statue, rimosse, finirono in mani ignote. Oggi rimane
ben poco se non l’arco, ancora visibile
dalla strada, e alcune piccole peschiere.
Debitamente
segnalato dal cartello, attraverso una larga e comoda strada si può scendere
fino in spiaggia, anche con la macchina, così come fanno alcuni residenti, che
hanno la casa in prossimità della costa. Attraverso una diramazione sulla
sinistra, si può giungere in direttamente ai trabocchi a nord di Canale.
Il
golfo di Canale è piuttosto ampio, mentre la spiaggia di pietre lisce è
stretta, ma molto accogliente. Due trabocchi si trovano verso la punta nord, ed
uno sulla punta opposta, denominata “Rosa dei venti”, di recente costruzione, a
confine con il golfo di San Nicola.
Alcuni
scogli isolati emergono dalle chiare acque, rendendo il paesaggio alquanto
suggestivo.
Al trabocco,
l’antica macchina da pesca tipica delle coste abruzzesi, il poeta Fernando
D’Annunzio ha dedicato una bella poesia che con piacere riportiamo.
Lu truabbàcche
Cand’é ccuriòs’ e bbèlle
lu truabbàcche!
Tra mar’ e ccéle päre šta suspuàse.
Tra mar’ e ccéle päre šta suspuàse.
‘N’ôpera d’ârte di tréve
‘ndricciéte
turt’ e ddirètte, e di ferrifiléte.
turt’ e ddirètte, e di ferrifiléte.
Tréve che da la tèrre va’ ‘lu muäre,
tréve che da lu muäre va’ ‘lu ciéle,
tréve che ss’arimmèire ‘mmèzz’ all’âcche
a ndo’ la ràite šta ‘ spittä’ lu puàsce.
E ‘n gèime šta ‘ spittä’ lu trabbuccânde
nghi la vôliche, prond’ a ssalipä’.
…M’aricorde, cand’ ére
scacchjinôtte,
jàv’ a li scùje aunìt’ a li ‘micèzie;
‘i tuffuaväme da ‘n gim’ a li ‘ndànne.
Ci’aripènze… e mi vé’ li trimilèzie.

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