di Lino Spadaccini
Dopo aver osservato il primo tratto di litorale
dall’alto del promontorio di Punta Penna, è arrivato il momento di scendere e
vivere da vicino la bellezza della costa.
Riprendendo la strada in direzione sud, superato il ponte della Lebba, si svolta subito a sinistra.
Percorrendo lo stretto sentiero, facendosi largo tra la folta vegetazione, dopo
una ventina di metri si giunge alla foce del torrente Lebba.
Anche lo storico Luigi Marchesani, nella
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sua Storia di Vasto, ricordava questo luogo:
“Indi si appresta il seno della Lebba,
che lievemente restringendosi retrocede per due miglia e più in forma di poco
profonda valle. Un fiumicello nato nel tenimento nostro le solca il mezzo, e
nella foce si allarga in guisa che il più esteso sbalzo non lo sorpassa…
Mancando di alveo il fiumicello, le sue acque spandevansi nel piatto fondo della
vallicella; ed unite alle altre, che di qui assorgevano per ragione delle
vicine alture, formavano palude e fitta, ricchissime di cacciagione, ma
oltremodo infeste alla umana salute per miasma produttore di febbri periodiche”.
Questo è uno degli angoli meno conosciuti dell’intera
costa. Per molti sarà la prima volta e vi assicuro che lo spettacolo è
assicurato. Se vi aiutate con un bastone oppure una canna molto resistente,
potete provare a scavalcare il torrente e passare sulla riva opposta per osservare
da vicino i tanti scogli che affiorano dall’acqua trasparente. Anche se rimane
l’amaro in bocca nel vedere gli enormi silos a pochi metri dal mare, la
sporcizia ovunque e il torrente Lebba che scorre silenzioso verso il mare, a
volte con un olezzo maleodorante.
Guardandosi intorno, quello che salta subito
all’occhio, sono le tante pietre porose, come fossero state corrose nel tempo.
Come è facile immaginarsi, questo è uno dei tratti più inquinati della costa e
il divieto di balneazione è d’obbligo.
Se siete fortunati potete trovarvi davanti uno stormo
di gabbiani riposare sulla spiaggia sassosa e di tanto in tanto spiccare il
volo e volteggiare nell’aria.
Questo
tratto di costa non è sfuggita alla penna di Nicola Del Casale, che verso la
fine degli anni ’70 l’ha immortalata nella poesia “A ddo’ carre la Lebbe”:
La Lebbe s' aripiâgne de 'na vodde
lu tuembe a ccarre tra jünge e ccannëzze,
senza capazze e ll'âcca chiäre sciodde,
mäje alliséte 'na hacce, 'na stëzze.
- A rréte pi la Panne mi n'ascëjve –
la Lebbe - e da la firruvuëjje,
quäse durmuenne, ridenne a la rëjve,
fin' a lu muäre nghe ppoca fatëjje.
Jë ' ntinghe calpe de gna mé se’ vvratte,
mess 'a ddirëtte pi ffä’ la pandäne.
Ghrâsse e ‘lliséte, mi tréuve custratte
Li cânne a ttagne, li préte, 'stu muäre.
M ' hanne cagnäte natüure! E ddumuäne,
la môrte a li scujje. Pòvere crapäre!
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