AMARCORD “ITIS-ENRICO
MATTEI”
Ho insegnato a lungo nell’Istituto Industriale “Enrico Mattei” di
Vasto: dall’anno scolastico 71\72 all’anno 80\81, nove lunghi anni di passione
e sperimentazioni continue per
conciliare la “Divina Commedia” e Leopardi con “Meccanica”
ed “Aggiustaggio”, la Storia Medievale con le provocazioni della cronaca incredibilmente ricca degli anni
Settanta. Si stava in aule approssimative ed anguste, poco aerate e soprattutto
mal riscaldate d’inverno con vecchie stufe a kerosene che nei giorni di
“garbino” riempivano l’aula di fumo…Il grande edificio, un palazzone sulla
spiaggia, costruito dai francescani per
ben altri scopi, non era sufficiente per tutti gli alunni: tre indirizzi,
Meccanica, Elettrotecnica e Chimica. E perciò l’Amministrazione Provinciale di
Chieti aveva affittato un’altra palazzina a sud, distante più di un km, dietro
l’Hotel “Lido”, dove avevano sistemato le tre aule della specializzazione
chimica e i relativi laboratori, più gli uffici amministrativi e la presidenza.
Ma dell “agibilità ambientale” di
una scuola poco si ricorda, il tempo ne rimuove quasi ogni traccia. Di
quell’Istituto, come di ogni scuola, si ricordano gli alunni. I tanti ragazzi
provenienti da decine di comuni diversi, tanti dal vicino Molise, che
arrivavano “in prima” timidi e spaesati e ben presto imparavano a conoscersi e
a “fare gruppo”, a familiarizzare con gli insegnanti ed il personale non
docente, magari un bidello amico per assicurarsene la complicità. E poi le rare
ragazze che decidevano di iscriversi ad
una scuola frequentata quasi da soli maschi, erano interessate alla
specializzazione chimica, ma il “biennio”, i primi due anni, li frequentavano
nel plesso più grande ed erano naturalmente le beniamine. Mai uno screzio, un
atto di greve bullismo nei loro confronti: erano come adottate dai maschi che
le proteggevano e si contendevano la loro amicizia.
Il ricordo più vivo di quegli
anni è legato, però, agli studenti lavoratori: alcuni avevano più anni di me,
erano dipendenti della SIV o di qualche altra azienda e per contratto avevano
il “privilegio” di lavorare a turno unico, h 14.00\22.00. Alle otto erano a
scuola, alle 14.00 timbravano il cartellino in azienda! L’ultima campanella
suonava alle 13.15, un panino e via in fabbrica. Nei giorni in cui era in
calendario la settima ora di lezione (negli Istituti Industriali erano
previsti, allora, trentotto ore settimanali di lezione), martedì e venerdì,
erano costretti a saltare quasi sempre l’ultima ora.
Solo con tanta fantasia ero e
sono in grado di immaginare quando trovassero il tempo per studiare e
soprattutto la forza di sopportare quel ritmo per cinque anni. Eppure erano
splendidi. Non volevano perdere tempo, erano ordinati ed attenti durante le
lezioni, chiedevano spesso spiegazioni, non si sottraevano alle verifiche
scritte ed orali. Insomma una forza di volontà che si può avere solo da
una grande ansia di emancipazione, di
riscatto, di crescita professionale e soprattutto sociale. Alcuni di loro, dopo
gli Esami di Stato, non soddisfatti del diploma di periti, si sono poi iscritti all’Università, anche ad Architettura o
Giurisprudenza, facoltà certo non riconducibili alla preparazione professionale
ricevuta a scuola e maturata in fabbrica. Li ho ritrovati, anni dopo, laureati e perfettamente inseriti nel mondo
del lavoro, magari facendo una rapida scalata all’interno dell’azienda che li aveva visti giovani lavoratori, in
possesso della sola licenza media.
La scuola, in quei casi, aveva assolto alla sua funzione, aveva
assicurato la crescita umana e professionale a giovani “testardi” che aveva
preso sul serio lo studio e dimostrato che veramente la scuola può fungere da
“ascensore sociale”.
Mi verrebbe da dire con Mario
Capanna: “Formidabili quegli Anni!”. Ma lui, pur riferendosi agli stessi anni,
alludeva ad altre vicende, molto diverse.
NICOLANGELO D'ADAMO
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