![]() |
| Il manoscritto dell'Ajuti di critica al Rossetti |
di LINO SPADACCINI
Visto l’interessamento
suscitato dall’articolo della scoperta della grotta di Monte Calvo da parte del
letterato vastese Domenico Rossetti, vogliamo ritornare sull’argomento per
raccontare gli sviluppi della sua scoperta.
Galvanizzato dalla recente
scoperta e spinto dai suoi amici più cari, il Rossetti lasciò andare la vena
poetica cimentandosi nella stesura di un poemetto in versi. La Grotta di Monte-calvo poemetto
dell’avvocato Domenico Rossetti membro di varie accademie, uscì dai torchi
dalla Stamperia di Domenico Pane nell’anno XII della Rivoluzione francese,
corrispondente al 1804. Il poemetto è
dedicato a Giovan Giacomo Vinay,
consigliere della prefettura di Torino e padrone del fondo dove venne scoperta
la grotta, ed alla Repubblica letteraria «per la novità e nobiltà del
soggetto».
Il poemetto è diviso in tre canti. Il primo tratta
dell’origine della città provenzana, del suo clima che, secondo il poeta
abruzzese, la sua dolcezza, temperatura e salubrità non sono paragonabili ad
altre campagne presenti in Italia e forse in tutta l’Europa, e del viaggio alla
grotta; nel secondo è contenuta la descrizione dettagliata della grande sala e
delle sale attigue, ricche di concrezioni;
nell’ultimo canto si parla della discesa nella seconda grotta e degli
oggetti e meraviglie in essa contenute, il tutto arricchito da numerose
annotazioni di chimica e fisica.
Il poema si compone di 165 ottave (63 per il primo
canto, 59 per il secondo e 43 per il terzo), per un totale di 1320 versi nel
metro ABABABCC. Al termina dell’opera, nelle annotazioni, il Rossetti ringrazia i Pastori della Colonia della Dora
di Torino, di cui era fiero far parte, vista la presenza di illustri e noti
letterati del tempo, quali Luigi Andrioli (Filinto), segretario della Colonia,
l’amico Anton-Maria Ballor (Aristeo), la poetessa Diodata Saluzzo Roero di
Revello, in arcadia Dafne, e, soprattutto il rinomato Signor Abate Valperga
de Caluso, degno maestro dell’immortale Vittorio Alfieri.
Grazie al notevole successo di vendita del libro, con
il prezzo fissato in lire 12, ed alle numerose richieste da ogni parte
d’Italia, il Rossetti, con una pubblicazione indirizzata Agli amatori delle
scienze e delle utili scoperte, data alle stampe probabilmente nel 1804,
annunciò l’imminente ristampa dell’opera, per l’editore Luigi Mussi, riveduta
ed ampliata con ulteriori ottave. Ma all’annuncio non seguì la pubblicazione.
L’eco della scoperta della grotta si estese, sin dal
primo giorno, dapprima nei dintorni di Nizza, successivamente nell’intera
Francia ed anche in Italia. Molte persone salirono sul monte per ammirare la
scoperta, in particolare le donne, «che come ognun sa, sono per natura più
curiose degli uomini istessi», ma quando si affacciavano alla bocca
dell’antro, e capivano che per osservare meglio la scoperta sarebbero dovute
scendere all’interno, rimanevano deluse se non addirittura spaventate
dall’intenso buio che si opponeva ai loro occhi; da lì fuggivano, e spinti da
una forte immaginazione, cominciarono a definire l’antro come l’albergo delle
Streghe e dei Maghi, «fra i quali ebbi la disgrazia d’essere annoverato
anch’io un giorno, che stavo praticando alcune esperienze chimiche coll’acido
nitrico», confessò il Rossetti nel suo poemetto.
Studiosi e ricercatori si recarono sul luogo per
verificare con i propri occhi l’entità della scoperta. Tra questi troviamo il
professor Vassalli-Eandi, docente di fisica sperimentale nell’Università di
Torino, il quale riprese la scoperta del Rossetti pubblicando un estratto del
poema nel quarto volume della Bibliotheque
Italienne. «Je ne chercherai point de rendre en presse les
merveilles que l’auteur a décrites en vers – scrisse lo studioso piemontese – ni de parteciper de son enthoisiame; ma je
tacherai de donner une idée de cette grotte, en y ajoutant la notice de la
maniere dont elle a été découverte, en attendant que quelque naturaliste en
fasse une description complette, telle qu’elle parait la meriter”.
Vassalli-Eandi proseguì raccontando la scoperta della grotta, la discesa del
Rossetti e la descrizione delle sale, terminando il breve saggio affermando che
il proprietario del terreno dove venne scoperta la grotta, il consigliere di
prefettura Jean-Jacques Vinay «a fait
couper et polir plusieurs morceaux des stalactites, tires des differens
endroits de cette grotte, et il vient de les presenter à l’Académie, pour en
enrichir le musée d’histoire naturelle; quelques-uns de ces morceaux èmulent
les stalactites de la célèbre grotte d’Antiparos, tant par la varieté des
couleurs que par leur poli».
Tra i giornali che riportarono la notizia della
scoperta con toni encomiastici e trionfalistici, si distinse il Giornale delle Muse e delle Grazie, il
quale scrisse «Questa grotta recentemente scoperta dall’avv. Domenico
Rossetti è l’ottava meraviglia della natura».
Ai commenti positivi, si contrappose la dura critica
di un tal Filomuso Ajuti, il quale, in una lunga e ragionata esposizione di 28
pagine, composta da un’introduzione e 29 note, provvide a screditare con
particolare accanimento tutta l’opera, con frequenti commenti volutamente
offensivi e di cattivo gusto nei confronti del poeta vastese. «Veggo dal
vostro prospetto Agli amatori ec., fatto ultimamente uscire in Parma
– esordisce l’Ajuti nell’introduzione – che minacciate l’Italia di una nuova
edizione della Grotta di Montecalvo, poemetto illustrato da lunghe e ragionate
annotazioni, che dette note siano per esser lunghe vel credi, per ingrossar il
corpo del volumetto, ma ragionate nel credo per due motivi 1° perché non istà a
voi dirlo, se sono vostre; 2° perché non ponno essere ragionate, quando non
siano pezzi copiati…».
Dopo aver
ironicamente offerto il suo aiuto per ampliare in modo costruttivo l’uscita
della ristampa del volume, l’Ajuti prende in giro il cognome del poeta vastese:
«Rossetti: parola del più singolare rossetto che vuol dire belletto…». E
prosegue, analizzando e commentando pari passo tutto il volume del Rossetti: «Invece
di farvi chiamare avvocato dovevate nominarvi chimico, od almeno garzoncello di
qualche Farmacqua, se cominciate allora, e di passaggio a praticar l’analisi di
una da voi non ancora conosciuta cert’acqua sol creduta minerale. Ma
ditemi per fede vostra… perché trafelavate di sete, posso anche congetturare il
motivo, cioè essendo in questa città di passaggio, val a dire incognito, non
trovaste con tutta l’abbondanza… un cane solo che vi esibisse un bicchiere di
pisciarello».
In base alla distanza della grotta dal centro abitato
di Nizza e dall’ora della scoprimento, per ritornare sul posto con adeguate
corde per calarsi all’interno, dovevano essere oltre le due di notte: «Il
vostro vestito era forse composto tutto di pietra di Bologna fosforeggiante,
onde poter sicuramente muovere un passo dove non si sarebbe veduto punto,
neppure se fosse stato di mezzodi, senza l’aiuto di una quantità di torcie ben
divampanti?».
Secondo l’Ajuti, la scoperta della grotta sul Monte
Calvo è tutta una montatura con l’unico scopo di ricevere fama e gloria: «Permettete
che io vi dica come fu la faccenda. Fu che voi forse in quel dì vi giacevate in
qualche lettuccio… in preda a qualche meraviglioso sogno… Dunque è evidente che
voi sognaste profondamente, e che forse nel giorno seguente digerito quel vino
di cui eravate cotto, e svegliatovi alfine inventaste quella favola, e vi
tiraste su quattro magri versi; e per accettare con che vivere pregaste
per amor di Dio uno Stampatore ad imprimerveli, e voi gli vendeste agli
sciocchi, ai creduli, de’ quali pur troppo n’è infinito il numero dovunque…».
Successivamente l’Ajuti passa a criticare il Giornale delle Muse e delle Grazie, che
ha parlato della scoperta con toni trionfalistici, ed infine, chiude la pesante
lettera evidenziando l’assurdità della scoperta della grotta, in quanto «…è
noto dalle storie, ch’era cognita agli antichi Romani, e traevano da essa
(giacché era una miniera di nativo muriato di soda) il sal comune, o sal di
cucina; e la curarono finché poterono averne per anni moltissimi. Trovatala
poi, e creduta omai vuota, l’abbandonarono. Il tempo ne ha chiusa forse
l’entrata allora praticatissima…».
La critica dell’Ajuti è sicuramente fuori luogo,
eccessiva e con toni decisamente offensivi («opera scritta da un vero membro
genitale») diretti alla figura del poeta vastese; grossolani errori sono
presenti nell’esposizione e, probabilmente le esagerazioni evidenziate
dall’Ajuti potevano anche essere parzialmente condivise, visto che, almeno in
Italia, della grotta di Monte Calvo non si aveva la benché minima traccia. In
fondo, il Rossetti aveva scoperto solo una delle tante grotte sparse nel mondo,
nemmeno poi tanto importante viste le modeste proporzioni, le scarse
concrezioni e l’assenza di notizie in merito. Ma alla luce delle nuove
acquisizioni, la scoperta del Rossetti, il poemetto e soprattutto la misteriosa
piramide costruita al suo ingresso, meritano una doverosa rilettura e una
trattazione più ampia.
Finalmente,
dopo anni di ricerche infruttuose per cercare di capire chi si celasse dietro
lo pseudonimo di Filomuso Ajuti, oggi abbiamo finalmente un nome: l’avvocato e
letterato Giovan Battista Fontana. È lo storico parmense Angelo Pezzana a
svelarci l’arcano nelle “Memorie degli
scrittori e letterati parmigiani raccolte dal Padre Ireneo Affò e continuate da
Angelo Pezzana”.
Nato a
Ranzano intorno al 1740, il Fontana si trasferì a Parma verso la fine del ‘700,
per esercitarvi l’avvocatura, rimanendo sempre nelle grazie del potente
marchese Troilo Ventura, che lo accolse in casa come un vero amico. Madre
natura non fu benevolo con lui, essendo egli guercio, dall’aria piuttosto
meschina e molto spesso malaticcio, elementi questi che contribuirono a dargli
un carattere irascibile e fortemente critico con chiunque gli capitasse a tiro.
Il Pezzana affermò che «fu censore
aspro e intemperante d’ogni lavoro altrui», mentre il Brianzi rincarò la
dose affermando che «…il Fontana non è un
critico, ma un invidioso maldicente. La satira in lui piglia un aspetto
personale: dove vuol mordere, insulta; quando flagella i vizi e cerca di
destare orrore, fa ridere». Il suo
principale obiettivo fu il poeta e letterato parmense Angelo Mazza, ma anche
tutti coloro che avevano ottenuto dei pubblici successi. Oltre all’attività di
avvocato e pubblico amministratore, il Fontana coltivò la passione per la
letteratura, ed ebbe discreta cultura anche in belle arti, ma qualsiasi
incontro, dialogo o critica finiva per essere un feroce attacco e distruzione
dell’avversario.
Sua
vittima, come abbiamo visto, fu anche Domenico Rossetti, giovane e promettente
avvocato, balzato agli onori delle cronache per aver scoperto la grotta di
Monte Calvo.
Ma la realtà dei fatti andrà in tutt’altra direzione: il tempo e la storia
daranno ragione al Rossetti, soprattutto per l’insolita presenza di una
piramide, che ancora oggi nasconde un mistero ancora tutto
da scoprire.
Lino Spadaccini




Nessun commento:
Posta un commento