martedì 26 marzo 2013

Domenico Rossetti: quando ai giudizi positivi per la scoperta della misteriosa GROTTA DI MONTE-CALVO si contrappose la critica del "feroce" Filomusi Ajuti


Il manoscritto dell'Ajuti di critica al Rossetti
di LINO SPADACCINI

Visto l’interessamento suscitato dall’articolo della scoperta della grotta di Monte Calvo da parte del letterato vastese Domenico Rossetti, vogliamo ritornare sull’argomento per raccontare gli sviluppi della sua scoperta.
Galvanizzato dalla recente scoperta e spinto dai suoi amici più cari, il Rossetti lasciò andare la vena poetica cimentandosi nella stesura di un poemetto in versi. La Grotta di Monte-calvo poemetto dell’avvocato Domenico Rossetti membro di varie accademie, uscì dai torchi dalla Stamperia di Domenico Pane nell’anno XII della Rivoluzione francese, corrispondente al 1804. Il poemetto è
dedicato a Giovan Giacomo Vinay, consigliere della prefettura di Torino e padrone del fondo dove venne scoperta la grotta, ed alla Repubblica letteraria «per la novità e nobiltà del soggetto».
Il poemetto è diviso in tre canti. Il primo tratta dell’origine della città provenzana, del suo clima che, secondo il poeta abruzzese, la sua dolcezza, temperatura e salubrità non sono paragonabili ad altre campagne presenti in Italia e forse in tutta l’Europa, e del viaggio alla grotta; nel secondo è contenuta la descrizione dettagliata della grande sala e delle sale attigue, ricche di concrezioni;  nell’ultimo canto si parla della discesa nella seconda grotta e degli oggetti e meraviglie in essa contenute, il tutto arricchito da numerose annotazioni di chimica e fisica.
Il poema si compone di 165 ottave (63 per il primo canto, 59 per il secondo e 43 per il terzo), per un totale di 1320 versi nel metro ABABABCC. Al termina dell’opera, nelle annotazioni, il Rossetti  ringrazia i Pastori della Colonia della Dora di Torino, di cui era fiero far parte, vista la presenza di illustri e noti letterati del tempo, quali Luigi Andrioli (Filinto), segretario della Colonia, l’amico Anton-Maria Ballor (Aristeo), la poetessa Diodata Saluzzo Roero di Revello, in arcadia Dafne, e, soprattutto il rinomato Signor Abate Valperga de Caluso, degno maestro dell’immortale Vittorio Alfieri.
Grazie al notevole successo di vendita del libro, con il prezzo fissato in lire 12, ed alle numerose richieste da ogni parte d’Italia, il Rossetti, con una pubblicazione indirizzata Agli amatori delle scienze e delle utili scoperte, data alle stampe probabilmente nel 1804, annunciò l’imminente ristampa dell’opera, per l’editore Luigi Mussi, riveduta ed ampliata con ulteriori ottave. Ma all’annuncio non seguì la pubblicazione.
L’eco della scoperta della grotta si estese, sin dal primo giorno, dapprima nei dintorni di Nizza, successivamente nell’intera Francia ed anche in Italia. Molte persone salirono sul monte per ammirare la scoperta, in particolare le donne, «che come ognun sa, sono per natura più curiose degli uomini istessi», ma quando si affacciavano alla bocca dell’antro, e capivano che per osservare meglio la scoperta sarebbero dovute scendere all’interno, rimanevano deluse se non addirittura spaventate dall’intenso buio che si opponeva ai loro occhi; da lì fuggivano, e spinti da una forte immaginazione, cominciarono a definire l’antro come l’albergo delle Streghe e dei Maghi, «fra i quali ebbi la disgrazia d’essere annoverato anch’io un giorno, che stavo praticando alcune esperienze chimiche coll’acido nitrico», confessò il Rossetti nel suo poemetto.
Studiosi e ricercatori si recarono sul luogo per verificare con i propri occhi l’entità della scoperta. Tra questi troviamo il professor Vassalli-Eandi, docente di fisica sperimentale nell’Università di Torino, il quale riprese la scoperta del Rossetti pubblicando un estratto del poema nel quarto volume della Bibliotheque Italienne. «Je ne chercherai point de rendre en presse les merveilles que l’auteur a décrites en vers – scrisse lo studioso piemontese – ni de parteciper de son enthoisiame; ma je tacherai de donner une idée de cette grotte, en y ajoutant la notice de la maniere dont elle a été découverte, en attendant que quelque naturaliste en fasse une description complette, telle qu’elle parait la meriter”. Vassalli-Eandi proseguì raccontando la scoperta della grotta, la discesa del Rossetti e la descrizione delle sale, terminando il breve saggio affermando che il proprietario del terreno dove venne scoperta la grotta, il consigliere di prefettura Jean-Jacques Vinay «a fait couper et polir plusieurs morceaux des stalactites, tires des differens endroits de cette grotte, et il vient de les presenter à l’Académie, pour en enrichir le musée d’histoire naturelle; quelques-uns de ces morceaux èmulent les stalactites de la célèbre grotte d’Antiparos, tant par la varieté des couleurs que par leur poli».
Tra i giornali che riportarono la notizia della scoperta con toni encomiastici e trionfalistici, si distinse il Giornale delle Muse e delle Grazie, il quale scrisse «Questa grotta recentemente scoperta dall’avv. Domenico Rossetti è l’ottava meraviglia della natura».
Ai commenti positivi, si contrappose la dura critica di un tal Filomuso Ajuti, il quale, in una lunga e ragionata esposizione di 28 pagine, composta da un’introduzione e 29 note, provvide a screditare con particolare accanimento tutta l’opera, con frequenti commenti volutamente offensivi e di cattivo gusto nei confronti del poeta vastese. «Veggo dal vostro prospetto Agli amatori ec., fatto ultimamente uscire in Parma – esordisce l’Ajuti nell’introduzione – che minacciate l’Italia di una nuova edizione della Grotta di Montecalvo, poemetto illustrato da lunghe e ragionate annotazioni, che dette note siano per esser lunghe vel credi, per ingrossar il corpo del volumetto, ma ragionate nel credo per due motivi 1° perché non istà a voi dirlo, se sono vostre; 2° perché non ponno essere ragionate, quando non siano pezzi copiati…».
Dopo  aver ironicamente offerto il suo aiuto per ampliare in modo costruttivo l’uscita della ristampa del volume, l’Ajuti prende in giro il cognome del poeta vastese: «Rossetti: parola del più singolare rossetto che vuol dire belletto…». E prosegue, analizzando e commentando pari passo tutto il volume del Rossetti: «Invece di farvi chiamare avvocato dovevate nominarvi chimico, od almeno garzoncello di qualche Farmacqua, se cominciate allora, e di passaggio a praticar l’analisi di una da voi non ancora conosciuta cert’acqua sol creduta minerale. Ma ditemi per fede vostra… perché trafelavate di sete, posso anche congetturare il motivo, cioè essendo in questa città di passaggio, val a dire incognito, non trovaste con tutta l’abbondanza… un cane solo che vi esibisse un bicchiere di pisciarello».
In base alla distanza della grotta dal centro abitato di Nizza e dall’ora della scoprimento, per ritornare sul posto con adeguate corde per calarsi all’interno, dovevano essere oltre le due di notte: «Il vostro vestito era forse composto tutto di pietra di Bologna fosforeggiante, onde poter sicuramente muovere un passo dove non si sarebbe veduto punto, neppure se fosse stato di mezzodi, senza l’aiuto di una quantità di torcie ben divampanti?».
Secondo l’Ajuti, la scoperta della grotta sul Monte Calvo è tutta una montatura con l’unico scopo di ricevere fama e gloria: «Permettete che io vi dica come fu la faccenda. Fu che voi forse in quel dì vi giacevate in qualche lettuccio… in preda a qualche meraviglioso sogno… Dunque è evidente che voi sognaste profondamente, e che forse nel giorno seguente digerito quel vino di cui eravate cotto, e svegliatovi alfine inventaste quella favola, e vi tiraste su quattro magri versi; e per accettare con che vivere pregaste per amor di Dio uno Stampatore ad imprimerveli, e voi gli vendeste agli sciocchi, ai creduli, de’ quali pur troppo n’è infinito il numero dovunque…».
Successivamente l’Ajuti passa a criticare il Giornale delle Muse e delle Grazie, che ha parlato della scoperta con toni trionfalistici, ed infine, chiude la pesante lettera evidenziando l’assurdità della scoperta della grotta, in quanto «…è noto dalle storie, ch’era cognita agli antichi Romani, e traevano da essa (giacché era una miniera di nativo muriato di soda) il sal comune, o sal di cucina; e la curarono finché poterono averne per anni moltissimi. Trovatala poi, e creduta omai vuota, l’abbandonarono. Il tempo ne ha chiusa forse l’entrata allora praticatissima…».
La critica dell’Ajuti è sicuramente fuori luogo, eccessiva e con toni decisamente offensivi («opera scritta da un vero membro genitale») diretti alla figura del poeta vastese; grossolani errori sono presenti nell’esposizione e, probabilmente le esagerazioni evidenziate dall’Ajuti potevano anche essere parzialmente condivise, visto che, almeno in Italia, della grotta di Monte Calvo non si aveva la benché minima traccia. In fondo, il Rossetti aveva scoperto solo una delle tante grotte sparse nel mondo, nemmeno poi tanto importante viste le modeste proporzioni, le scarse concrezioni e l’assenza di notizie in merito. Ma alla luce delle nuove acquisizioni, la scoperta del Rossetti, il poemetto e soprattutto la misteriosa piramide costruita al suo ingresso, meritano una doverosa rilettura e una trattazione più ampia.
Finalmente, dopo anni di ricerche infruttuose per cercare di capire chi si celasse dietro lo pseudonimo di Filomuso Ajuti, oggi abbiamo finalmente un nome: l’avvocato e letterato Giovan Battista Fontana. È lo storico parmense Angelo Pezzana a svelarci l’arcano nelle “Memorie degli scrittori e letterati parmigiani raccolte dal Padre Ireneo Affò e continuate da Angelo Pezzana”.
Nato a Ranzano intorno al 1740, il Fontana si trasferì a Parma verso la fine del ‘700, per esercitarvi l’avvocatura, rimanendo sempre nelle grazie del potente marchese Troilo Ventura, che lo accolse in casa come un vero amico. Madre natura non fu benevolo con lui, essendo egli guercio, dall’aria piuttosto meschina e molto spesso malaticcio, elementi questi che contribuirono a dargli un carattere irascibile e fortemente critico con chiunque gli capitasse a tiro. Il Pezzana affermò che «fu censore aspro e intemperante d’ogni lavoro altrui», mentre il Brianzi rincarò la dose affermando che «…il Fontana non è un critico, ma un invidioso maldicente. La satira in lui piglia un aspetto personale: dove vuol mordere, insulta; quando flagella i vizi e cerca di destare orrore, fa ridere».  Il suo principale obiettivo fu il poeta e letterato parmense Angelo Mazza, ma anche tutti coloro che avevano ottenuto dei pubblici successi. Oltre all’attività di avvocato e pubblico amministratore, il Fontana coltivò la passione per la letteratura, ed ebbe discreta cultura anche in belle arti, ma qualsiasi incontro, dialogo o critica finiva per essere un feroce attacco e distruzione dell’avversario.
Sua vittima, come abbiamo visto, fu anche Domenico Rossetti, giovane e promettente avvocato, balzato agli onori delle cronache per aver scoperto la grotta di Monte Calvo.
Ma la realtà dei fatti andrà in tutt’altra direzione: il tempo e la storia daranno ragione al Rossetti, soprattutto per l’insolita presenza di una piramide, che ancora oggi nasconde un mistero ancora tutto da scoprire.

Lino Spadaccini




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