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| Il muraglione di via Adriatica prima della frana del 1956 |
Nel
gennaio del 1942, un vasto movimento franoso, per una lunghezza di circa 150
metri, si verificò nella zona sottostante la Madonna della Catena. Visti i
drammatici precedenti, si mise immediatamente in moto la macchina dei tecnici
per effettuare le dovute verifiche, ma anche per cercare di capire e, se
possibile, risolvere una volta per tutte il triste fenomeno delle frane.
Da
una nota stilata dall’ing. Riccardo Formichi, dell’Ufficio del Genio Civile di
Chieti, in seguito al sopralluogo effettuato sulla zona franata, venne
stabilito che
“i fabbricati della contrada Madonna della Catena poggiano su una roccia calcarea non compatta, con piani di sfaldamento quasi sempre verticali”. Alcuni dei fabbricati risultarono lesionati, mentre un altro era già crollato alcuni anni prima. “Un tratto di circa 150 metri della via della Catena”, si legge ancora nella nota, “corre a mezza costa e la roccia su cui poggia tende a sfaldarsi. Da informazioni assunte sul posto si è potuto stabilire che al posto della vallata su sui si affaccia la Via della Catena vi era tutta roccia che sfettandosi continuamente negli anni decorsi ha dato luogo alla vallata stessa ed alle lesioni dei fabbricati”.
“i fabbricati della contrada Madonna della Catena poggiano su una roccia calcarea non compatta, con piani di sfaldamento quasi sempre verticali”. Alcuni dei fabbricati risultarono lesionati, mentre un altro era già crollato alcuni anni prima. “Un tratto di circa 150 metri della via della Catena”, si legge ancora nella nota, “corre a mezza costa e la roccia su cui poggia tende a sfaldarsi. Da informazioni assunte sul posto si è potuto stabilire che al posto della vallata su sui si affaccia la Via della Catena vi era tutta roccia che sfettandosi continuamente negli anni decorsi ha dato luogo alla vallata stessa ed alle lesioni dei fabbricati”.
Si giunse così alla conclusione che il movimento
franoso fu causato dalla degradazione della roccia calcarea e che, per
arrestare il movimento, era necessario la costruzione di un muro di sostegno
robusto “con adeguati speroni in muratura”.
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Una
nuova frana, questa volta nella zona sottostante via Adriatica, si verificò
nella notte tra il 18 ed il 19 febbraio, causando il danneggiamento di alcuni
edifici.
Due
giorni più tardi, il Commissario Prefettizio firmò un ordine del giorno per
permettere le dovute verifiche: “L’ufficio
Tecnico comunale ispezionerà continuamente la zona franosa, la strada ed il muraglione
di sostegno dell’abitato, in maniera da accertare il decorso della frana e di
essere in grado di indicare tempestivamente i provvedimenti da adottare. Ispezionerà
minutamente, inoltre, le fognature di Via Costanzo Ciano (già Via Adriatica) e
vie adiacenti procedendo alle necessarie riparazioni onde evitare dispersioni
ed cliccare sulla foto per leggere infiltrazioni di acqua nel muraglione della via Costanzo Ciano. Chiuderà,
inoltre, tutti gli sfiatatoi esistenti nel parapetto della via suddetta verso
il terreno sottostante in maniera da evitare che le acque piovane si riversino
sul terreno stesso”.
Dopo
gli accertamenti strutturali degli edifici, vennero requisiti alcuni alloggi
per permettere la sistemazione delle famiglie sgombrate dalle case pericolanti:
tra queste, troviamo quelle di Bernardino Bernardini, Nicola Del Prete,
Giuseppina Ciarallo, Vittorio Vallone e la signorina Aida Volpe.
La
terra tornò nuovamente a muoversi il 31 marzo successivo, provocando il crollo
di una parte del muraglione di sostegno del piazzale dinanzi la chiesa di San
Michele. Il giorno successivo, il Commissario Prefettizio, inviò una nota al
Prefetto informandolo dell’accaduto.
In
seguito ai movimenti franosi, vennero disposti dal Ministero dei Lavori
Pubblici, lavori di consolidamento da eseguirsi immediatamente. Altri lavori,
vennero programmati, con le competenze divise tra Ministero, Ferrovie dello
Stato, Forestale, Provincia e Comune di Vasto.
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Lo
stesso Ministro, Giuseppe Gorla, il 9 maggio, giunse nella nostra città, per
verificare la situazione. Ecco come annotava la visita sul suo diario: “Proseguo per Istonio (Vasto) che vuole l'allargamento del
porto e il consolidamento della grande parete franosa che minaccia l'intero abitato e sopra tutto il magnifico
Palazzo d’Avalos. Nella provincia più franosa, Istonio registra il maggior
numero di frane, primato veramente non invidiabile”.
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| via Adriatica da piazza del Popolo a S. Antonio |
Ma
non finisce qui. Nell’ottobre dello stesso anno, ancora un movimento franoso,
provocò il crollo della parte più avanzata del palazzo Bernardini, lungo Via
Adriatica, interrompendo la strada nazionale “Istonia” e la linea ferroviaria.
La
situazione risultò piuttosto confusa, con il susseguirsi di verifiche e
sopralluoghi. Il 26 maggio del 1943, nel palazzo comunale, il Podestà, il
Presidente della Provincia e le altre cariche competenti si riunirono per fare
il punto della situazione.
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“I tecnici
delle FF.SS.”, si legge in un promemoria, “…hanno messo in evidenza come nel sottosuolo di detta zona a notevole
profondità vi sono falde acquifere di notevole portata che sono la origine di
tutti i movimenti franosi verificatisi. Pertanto per comune opinione di tutti i
convenuti, si ritiene necessaria la costruzione di una galleria di raccolta di
tutte le acque che dovrebbero essere convogliate verso il mare. Si è anche
concordemente riconosciuta l’opportunità che detta galleria anziché svolgersi a
valle del muro di sostegno dell’abitato, venga progettata a monte del muro
stesso e cioè sotto l’abitato di Istonio.
Prima però di affrontare
questa soluzione si ritiene opportuno fare qualche altra trivellazione per
completare la conoscenza del terreno con saggi da farsi entro l’abitato”.
In
seguito alla perizia redatta dal Genio Civile di Chieti, la spesa da sostenere
per i lavori ammontava a 700.000 lire. Un primo tratto di muraglione venne
appaltato alla ditta Battistella di Lanciano. Per il secondo tratto,
l’approvazione ministeriale, nonostante il via libera dato nell’estate del
1943, tardò ad arrivare, anche perché bisogna ricordare che era in atto il
secondo conflitto mondiale.
Lo
stesso Giuseppe Spataro, allora Sottosegretario alla Presidenza dei Ministri,
cercò di smuovere le acque sollecitando soprattutto i suoi amici più influenti.
In una lettera ricevuta dal Sottosegretario del Ministero dei Lavori Pubblici,
gli venne assicurato il massimo interessamento: “Carissimo Peppino, memore delle tue premure per il consolidamento di
Vasto mi è gradito comunicarti che in data odierna ho nuovamente telegrafato al
Provveditore alle Opere Pubbliche di Aquila affinché curi che la redazione del
progetto del nuovo muraglione da costruire venga espletata con la massima
sollecitudine e provveda poi d’urgenza all’inizio dei relativi lavori”.
Finalmente,
con lettera datata 30 giugno 1945, il provveditore regionale delle opere
pubbliche, con sede a L’Aquila, comunicò l’approvazione del decreto per i lavori
di completamento del 2° lotto delle opere di consolidamento dell’abitato, per
un importo di 5 milioni di lire.
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| IL FRONTE DELLA FRANA |
I
lavori vennero questa volta affidati all’Impresa Bottari F. Paolo, il quale si
trovò a dover fronteggiare il problema della mancanza di mattoni (si parla di
oltre 500.000 mattoni impiegati), in quanto la ditta Storto, Tenaglia e Petrini
di Vasto, piuttosto che mettere da parte il quantitativo necessario, come gli
era stato più volte intimato, preferì venderli fuori provincia, ad un prezzo
più alto.
Sul
quindicinale della Democrazia Cristiana “Lo
Scudo”, nel maggio del 1946 si leggeva: “Per merito della solerte impresa Bottari, appaltatrice dei lavori, e
dell’egregio Ingegnere Cordella, Direttore tecnico per conto del Genio Civile,
i lavori di costruzione del nuovo muraglione di sostegno dell’abitato e di
risanamento della secolare frana, che ha sempre minacciato la collina di Vasto,
avanzano alacremente.
Per poter costruire
sopra fondazioni solide, si è dovuto leggermente arretrare il detto muraglione
e di conseguenza, pur diminuendosi la pendenza di esso, si è dovuto restringere
il piano stradale, che però è divenuto quasi rettilineo, eliminandosi vecchie
reintrature e sporgenze tortuose.
Per quanto la vecchia
strada Adriatica non sia una strada di grande traffico, essa ha e deve
mantenere il carattere di passeggio pubblico, che le è naturale, dato il
meraviglioso panorama, che il viandante gode percorrendola.
Per questo motivo si
sente l’assoluta necessità di fare ogni sforzo per ampliare la larghezza e
dotarla di marciapiedi, sia lungo le case, sia lungo il parapetto verso il
mare. Per raggiungere questo scopo necessita costruire un marciapiede pensile
dalla parte del mare, mediante la costruzione di una soletta di cemento armato,
con dispendio molto limitato, che potrebbe andare a carico dello Stato, come un
completamento dell’opera del muraglione.
Naturalmente sul detto
marciapiede pensile, invece dell’antiestetico e pesante parapetto in muratura,
dovrebbero costruirsi delle eleganti colonnine con ringhiera intermedia, per
cui Vasto riavrà la sua bella strada di passeggio di fronte all’incantevole
panorama”.
Finalmente,
e con non poca fatica, si giunse al completamento dell’opera, ma già dal 1953
si cominciarono a notarono preoccupanti lesioni in alcuni fabbricati del rione
San Pietro.
Purtroppo,
quei segni premonitori non vennero presi nella dovuta considerazione. Chissà, se si fosse intervenuti sollecitamente, forse oggi
non saremmo qui a ricordare la grande frana del 1956.
LINO SPADACCINI






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