domenica 24 febbraio 2013

Le frane di Vasto (7): FRANA DEL 1956, AMPIO RISALTO SULLA STAMPA NAZIONALE


La terribile sciagura del 22 febbraio 1956, oltre a sconvolgere un’intera città, suscitò notevole scalpore anche fuori regione, grazie alla stampa nazionale che diede ampio risalto alla notizia, mettendo in prima pagina le drammatiche immagini della frana.
Il quotidiano romano Il Messaggero, sabato 25 febbraio, pubblicò in prima pagina una foto del
costone orientale franato in prossimità della chiesa di San Pietro, accompagnato da questa didascalia: “Il pauroso franamento della zona orientale della città di Vasto. La fotografia da una idea approssimativa del tremendo e oscuro flagello, che si estende fino al mare minacciando la strada statale e le comunicazioni ferroviarie tra il Nord e il Sud. Il pericolo continua ad incombere grave ed irreparabile”.
Ampio risalto all’evento venne dato dal quotidiano comunista l’Unità. Il 24 febbraio titolò “110 famiglie senza tetto per la paurosa frana di Vasto”.Un intero quartiere sta vivendo da ieri giornate di panico”, sottolineava l’inviato, “per la spaventosa frana che si è verificata in via Adriatica e che ha causato il crollo di 30 case di abitazione, mentre altre 60 sono state fortemente danneggiate. Sono anche crollati circa 100 metri del muraglione di protezione, una grossa roccia, che sostiene la parte orientale del quartiere sta per franare: incombe così la minaccia di altri paurosi crolli”. Nell’articolo si parlò anche di ciò che non venne realizzato per evitare la sciagura: “I primi sintomi della frana si verificarono un anno fa. Già allora furono sfrattate diverse famiglie. Per evitare la catastrofe occorreva provvedere immediatamente ad affrontare il problema nella sua interezza. Sì è provveduto, invece, solo a sistemare un tratto di strada rotabile, antistante la frana, che venne a costare 12 milioni di lire e che ora sono andati completamente perduti perché bisogna iniziare da capo”. E chiude: “I danni causati dalla frana sono ingentissimi ed a nulla varranno le misure di emergenza che hanno carattere di provvisorietà. Solo una legge speciale per Vasto potrà risolvere concretamente il problema. Occorre provvedere con tutta urgenza”.


Sempre l’Unità, il 26 febbraio, tornò a parlare di Vasto. Oltre alla foto in prima pagina, un lungo e dettagliato articolo era presente a pagina 7, con il titolo “La frana di Vasto avanza 10 centimetri ogni ora. Molto interessante il racconto di Riccardo Longone, con un’analisi a 360 gradi di tutta la situazione: “Un intero rione abitato da pescatori, che sorgeva intorno alla antica chiesa di S. Pietro, è scomparso inghiottito dalla voragine. Sono così completamente sparite 30 case, tra cui un edificio di quattro piani; un’altra sessantina di edifici sono gravemente lesionati e pericolanti; alcuni, con le volte crollate, anch’essi sono stati abbandonati”. Inevitabile il riferimento al Porto di Vasto in costruzione, opera fortemente voluta da Giuseppe Spataro, che ha tolto molte risorse, che sarebbero potute essere utili ai lavori di consolidamento del costone orientale. Inoltre, il giornalista di sinistra, non si lasciò scappare un’occasione ghiotta per mettere in cattiva luce il politico vastese: “Così la popolazione di Vasto sta vivendo ore di incubo miste a un profondo senso di rancore. Non fa quindi meraviglia scoprire che trova credito tra la gente la storia di Giuseppe Spataro che, dopo il suo arrivo, sarebbe stato addirittura preso a schiaffi, nel corso di una riunione, dal vecchio sacerdote don (Vincenzo) Pomponio, che lo avrebbe appunto accusato di essersi opposto, in passato alla esecuzione dei lavori, la cui necessità si fa ora sentire con così drammatica urgenza”.
Passiamo al quotidiano torinese La Stampa, che il 26 febbraio titolava Vasto sotto l’incubo d’una frana, accompagnato da una foto che immortalava l’abside della chiesa di S. Pietro, seguito dalla didascalia “se questa non si arresterà il primo edificio travolto sarà la chiesa”. Il 1° marzo, lo stesso quotidiano torinese titolava “Vasto si sgretola lentamente demolita dalla frana gigantesca”. Un titolo drammatico che rispecchiava la situazione reale di quei giorni: “Se la frana continuerà il suo inesorabile cammino, tra breve anche il centro della città rischia di essere inghiottito dalla voragine. Le transenne di limitazione installate per evitare l’accesso nella zona pericolosa dal 22 febbraio, vengono costantemente arretrate... La terrazza d’Abruzzo, così è sempre stata denominata la cittadina, va lentamente sgretolandosi di fronte agli sguardi impotenti dei suoi abitanti. Le strette vie della zona orientale, per buona parte travolte, sono alla mercé della frana che, simile a un mostro silenzioso, distrugge implacabilmente ciò che l’uomo, con l’aiuto di Dio, è riuscito a creare. Dove un giorno erano case, negozi, magazzini, ecc. oggi un cumulo di macerie sta a indicare l’entità del disastro. Persiane sgangherate, relitti di mobili, tracce inconfondibili di ciò che era Vasto, giovedì sera”. L’inviato de La Stampa continuò a descrivere i danni alle strutture, le evacuazioni, con le persone fatte ricoverare provvisoriamente presso alcune scuole e istituti, e le iniziative in corso per allontanare le opere d’arte custodite all’interno della chiesa di San Pietro.
Anche i periodici diedero ampio risalto alla tragedia vastese. La rivista “Le Ore” (quando si occupava ancora di cronaca e gossip), pubblicò tre belle foto, mettendo in evidenza la processione, le persone messe in salvo e un primo piano del muraglione franato. Nel breve testo a corredo, dal titolo “Come un bombardamento”, si rimandava alle tristi vicende vissute durante il periodo bellico: “…Non ci sono state vittime, ma c’è il dramma della gente che rimane senza tetto, che deve conoscere per necessità di cose l’ospitalità forzosa e promiscua negli edifici scolastici attrezzati a dormitori. È una circostanza questa che laggiù hanno già sperimentato in tempo di guerra e chi c’era passato sperava di non doverci passare più. Ma ogni anno si ripete, in grande o in piccolo, la stessa triste e drammatica storia”.
AVANTI!
Molto critico il giornalista dell’Avanti!, Giuseppe Musolino, con un lungo e ragionato articolo, dove ricostruì gli avvenimenti dal 1942 in poi, quando davanti al grave problema, l’Ufficio del Genio Civile “ebbe a dichiarare di non essere in condizione di eseguire l’opera di risanamento necessaria e indispensabile per risolvere appieno il grave problema, ma che poteva soltanto costruire un nuovo muraglione, che avrebbe potuto tenere soltanto per qualche tempo”. Duro l’attacco a Spataro ed ai cattolici: “Per ora l’unica manifestazione tenutasi a Vasto (ed alla quale abbiamo personalmente assistito) è costituita da una processione di penitenza, svoltasi oggi (ndr. 24 febbraio) alle 14.30, alla quale ha partecipato anche il sindaco con il Gonfalone del Comune. Al termine di essa il vicario e il sindaco, dalla chiesa di San Giuseppe, hanno, a mezzo di altoparlanti, arringato alla folla che si assiepava sulla piazza (a proposito, era… autorizzato il… comizio politico?), il primo affermando che la punizione divina si è abbattuta su Vasto per i troppi che si sono allontanati dalla religione seguendo ideologie avverse alla cristianità, e il secondo invitando la popolazione alla rassegnazione e ad aver fiducia nella divina Provvidenza e… in sua eccellenza Spataro, primo cittadino di Vasto”.
Agli attacchi del giornalista socialista, anche contro la stampa locale, a suo dire non in grado di parlare di un “piano organico”, risposero i giornalisti vastesi attraverso un lungo e duro articolo apparso sul periodico Histonium: “Come se i corrispondenti di Vasto non facciano altro che grattarsi la pera! Come se tutti i lumi siano, per unzione suprema, racchiusi nelle zucche degli inviati speciali! Ebbene, sig. G. Musolino, per noi non siete avanti, ma indietro, ai primordi della correttezza e dell’educazione”. Stesse accuse vennero rivolte anche agli altri giornali di sinistra, come Il Resto del Carlino e l’Unità. In particolare per quest’ultimo, il canonico don Vincenzo Pomponio, si rivolse al direttore del giornale, on. Ingrao, chiedendo alcune precisazioni, in mancanza delle quali sarebbe ricorso alla magistratura.

Lino Spadaccini
Il Messaggero 24.2.1956
Il Messaggero 29.2.1956
Stampa Sera 1.3.1956




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