venerdì 22 febbraio 2013

Le frane di Vasto (5): 1956 LA GRANDE FRANA DI VIA ADRIATICA

Il 22 febbraio crolla il Muro delle Lame
La prima fase del crollo

La seconda fase del crollo
Cinquantasette anni fa, il 22 febbraio 1956 si abbatteva su Vasto una delle più gravi sciagure della sua storia, quando un vasto movimento franoso faceva scivolare a valle una buona parte del Muro delle Lame.
A meno di un mese dalla disastrosa frana,
Espedito Ferrara sulla prima pagina del periodico Histonium denunciava: “La frana a Vasto, è all’ordine del giorno, anche se sembra passare in seconda linea dopo i sondaggi effettuati dal Genio Civile. Trenta famiglie sono state costrette ad abbandonare le abitazioni; la splendida via delle Lame è chiusa al traffico. Un triste fenomeno, che dal 1816 si ripete di volta in volta”.
Di certo, non si può dire che le avvisaglie siano mancate nell’arco di un secolo e mezzo, ma, piuttosto che affrontare il problema alla radice, non si è mai andati oltre le semplici riparazioni, oppure l’esecuzione di lavori non risolutivi.
Nel settembre del 1955 già erano comparse le prime preoccupanti crepe lungo Via Adriatica e su alcuni edifici, non risparmiando anche una parte dei locali della secolare chiesa di San Pietro. I tecnici del Genio Civile di Chieti elaborarono un razionale piano di indagini costituito da una serie di rilevamenti geomorfologici sia nel sottosuolo di Vasto che nella parte più a est verso il mare.
Ad ottobre, per scongiurare la frana, don Romeo Rucci decise di portare in processione, per le strade del centro storico, la reliquia del Legno della Croce. Oltre ai chierici, al parroco ed alle rappresentanze del comune con il Gonfalone, era presente anche tantissima gente composta e commossa, ma già consapevole di quello che sarebbe potuto accadere da un momento all’altro.
Dopo aver effettuato le verifiche delle crepe sempre più numerose e profonde, i tecnici comunali decisero l’evacuazione delle case più a rischio. Nella seduta consigliare del 7 aprile, un commosso sindaco, l’avv. Olindo Rocchio, ricordò proprio quei momenti precedenti la frana: “Devo primieramente far notare che, se nessun danno è stato riportato dalle persone, ciò si deve al vigile interessamento dell’Ufficio Tecnico Comunale, che costantemente ha controllato, fin dai primi sintomi, il movimento franoso, tenendone avvisato il Genio Civile di Chieti, che preliminarmente ha eseguito in diversi punti della Città dei sondaggi, dai quali è risultata la presenza di rilevante quantità di acqua nel nostro sottosuolo, esclusa la possibilità di guasti nelle condutture e fognature. Lo stesso Genio Civile inoltre ha effettuato altri ripetuti sopralluoghi dando le necessarie disposizioni, tutte prontamente eseguite.
Così, man mano che ne sorgeva la necessità, venivano sgombrate le case pericolanti, ed i relativi inquilini trasferiti in comodi alloggi procurati dall’Amministrazione Comunale”.
L’operazione non fu affatto semplice: a convincere la povera gente a lasciare le case intervennero non solo il sindaco, il segretario comunale e il parroco don Romeo Rucci, ma anche i Carabinieri. Addirittura, una donna ostinata, per non lasciare la propria casa, si nascose in una buia soffitta. Quando venne trovata, tra le lacrime, gridò “Lasciatemi morire qui”.
Il mese di febbraio del 1956 viene ricordato ancora oggi come uno dei mesi più gelidi di tutto il XX secolo. “Bufere di neve di inaudita violenza”, come si leggeva nelle cronache dell’epoca, e temperature gelide ben al di sotto dello zero, misero in ginocchio tutta l’Italia.
Le nevicate cominciarono a scendere copiose nei primi giorni di febbraio, nelle aree interne ed anche sulla costa. Molti i comuni abruzzesi rimasti isolati: i giornali parlarono di 89 comuni su un totale di 102. Il 5 febbraio continuarono le nevicate sia all’interno che sulla costa. A Chieti la neve raggiunse il metro di altezza. Dopo una breve pausa, il giorno 6 una nuova ondata di maltempo si è abbatté su tutto l’Abruzzo, fino al giorno 8. Dopo una tregua di un giorno, nel quale si rivide un pallido sole, si verificarono ancora abbondanti nevicate, creando enormi disagi alla popolazione e ai tanti comuni rimasti completamente isolati. Solo intorno al 20 febbraio cessarono i fenomeni nevosi e, con l’innalzarsi delle temperature, la neve cominciò rapidamente a sciogliersi. Le successive abbondanti piogge contribuirono a peggiorare ulteriormente la situazione, che portò al collasso di tutto il costone orientale.

22 febbraio 1956. Alle ore 10,45 si udì un forte boato, simile allo scoppio di una bomba: una quarantina di case poste su via Adriatica, si staccarono dalle fondamenta, rovinarono su se stesse e cominciarono a scivolare verso il basso, alzando un immenso polverone. Fortunatamente, tutta la zona era già stata evacuata e le famiglie ospitate nei locali della scuola elementare. Gli unici ancora presenti nella zona erano le suore delle Figlie della Croce, all’interno dell’asilo, e don Michele Ronzitti, che al momento del disastro si trovava nella cappella di S. Giovanni Battista, all’interno della chiesa di San Pietro, intento a sbrigare le pratiche per un matrimonio.
È Giorgio Pillon a raccontare quei tristi momenti, quando le suore rimasero a vegliare il Sacramento custodito in un’artistica pisside dorata: “E fu proprio quando don Michelino Ronzitti prese la pisside e se la strinse al petto che si udì un lungo e sordo boato. Poi tutto prese a sussultare: i pavimenti, i soffitti, le pareti. Grossi squarci si aprirono qua e là mentre un polverone irrespirabile avvolgeva il sacerdote… L’asilo non crollò subito. Rimase invece ancora saldo mentre tutto intorno sprofondava. Fu così che don Michelino e le Suore poterono mettersi miracolosamente in salvo”.
In seguito al movimento franoso, in tutta la zona ci fu un fuggi-fuggi generale, poi, quando la situazione cominciò a calmarsi, pian piano la gente cominciò ad affacciarsi per cercare di capire quello che era successo. Dopo mezz’ora, tutta la popolazione collaborava con le autorità.
Altre 60 famiglie sfollate (per un totale di 117 famiglie ufficialmente registrate), vennero sistemate in gran parte nei locali delle scuole elementari e delle medie, dove ricevettero “alloggio gratuito” e “luce e riscaldamento a termosifone”, oltre a pacchi di viveri ed indumenti forniti da privati, autorità ed enti.
Particolarmente attivo nelle opere di soccorso fu il Segretario Comunale Albi Marini. Per il suo senso di dovere e abnegazione, nel fronteggiare il grave problema delle famiglie rimaste senza tetto, ricevette gli encomi del Prefetto e di tutta l’amministrazione comunale. In tale incresciosa circostanza”, scrisse il Prefetto De Vito al Sindaco di Vasto, “Egli ha dato prova sicura di spiccato spirito di iniziativa e di organizzazione, provvedendo, con alacrità e tempestività alla provvisoria sistemazione delle famiglie, alla istituzione immediata di mense per i danneggiati, attuando così in modo organico, e confacente, tutte le direttive da Lei impartite al riguardo. Pertanto, la prego di esprimere al predetto funzionario, che egregiamente ha corrisposto alle esigenze del momento, il mio vivo apprezzamento per l’opera da lui svolta con impegno ed elevato senso di responsabilità”.
Quasi in una corsa contro il tempo, temendo un possibile crollo della chiesa di San Pietro, don Romeo Rucci, aiutato dai parrocchiani, provvide a trasferire le statue e le suppellettili presso la vicina chiesa di Sant’Antonio di Padova.

Due giorni dopo, il 24 febbraio, il parroco organizzò un’imponente processione religiosa con la statua di San Michele Arcangelo, le reliquie della Sacra Spina, del legno della Croce e quella del braccio di Santa Liberata. Inoltre, i parroci delle tre parrocchie, di comune accordo, decisero di esporre le reliquie più preziose conservate nelle rispettive chiese, per impetrare il soccorso e la protezione divina.

Lino Spadaccini





 


12 febbraio 1956, centro storico: tanta neve
ma nessuno presagiva la grande sciagura della frana


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