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| La prima fase del crollo |
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| La seconda fase del crollo |
Cinquantasette anni fa, il 22 febbraio 1956 si abbatteva su
Vasto una delle più gravi sciagure della sua storia, quando un vasto movimento
franoso faceva scivolare a valle una buona parte del Muro delle Lame.
A meno di un mese dalla disastrosa frana,
Espedito Ferrara sulla prima pagina del periodico Histonium denunciava: “La frana a Vasto, è all’ordine del giorno, anche se sembra passare in seconda linea dopo i sondaggi effettuati dal Genio Civile. Trenta famiglie sono state costrette ad abbandonare le abitazioni; la splendida via delle Lame è chiusa al traffico. Un triste fenomeno, che dal 1816 si ripete di volta in volta”.
Espedito Ferrara sulla prima pagina del periodico Histonium denunciava: “La frana a Vasto, è all’ordine del giorno, anche se sembra passare in seconda linea dopo i sondaggi effettuati dal Genio Civile. Trenta famiglie sono state costrette ad abbandonare le abitazioni; la splendida via delle Lame è chiusa al traffico. Un triste fenomeno, che dal 1816 si ripete di volta in volta”.
Di certo, non si può dire che le avvisaglie siano mancate
nell’arco di un secolo e mezzo, ma, piuttosto che affrontare il problema alla
radice, non si è mai andati oltre le semplici riparazioni, oppure l’esecuzione
di lavori non risolutivi.
Nel settembre del 1955 già erano comparse le prime
preoccupanti crepe lungo Via Adriatica e su alcuni edifici, non risparmiando
anche una parte dei locali della secolare chiesa di San Pietro. I
tecnici del Genio Civile di Chieti elaborarono un razionale piano di indagini
costituito da una serie di rilevamenti geomorfologici sia nel sottosuolo di
Vasto che nella parte più a est verso il mare.
Ad ottobre, per scongiurare la frana, don Romeo Rucci decise
di portare in processione, per le strade del centro storico, la reliquia del
Legno della Croce. Oltre ai chierici, al parroco ed alle rappresentanze del
comune con il Gonfalone, era presente anche tantissima gente composta e
commossa, ma già consapevole di quello che sarebbe potuto accadere da un
momento all’altro.
Dopo aver effettuato le verifiche delle crepe sempre più
numerose e profonde, i tecnici comunali decisero l’evacuazione delle case più a
rischio. Nella seduta consigliare del 7 aprile, un commosso sindaco, l’avv.
Olindo Rocchio, ricordò proprio quei momenti precedenti la frana: “Devo primieramente far notare che, se nessun danno
è stato riportato dalle persone, ciò si deve al vigile interessamento dell’Ufficio
Tecnico Comunale, che costantemente ha controllato, fin dai primi sintomi, il
movimento franoso, tenendone avvisato il Genio Civile di Chieti, che
preliminarmente ha eseguito in diversi punti della Città dei sondaggi, dai
quali è risultata la presenza di rilevante quantità di acqua nel nostro
sottosuolo, esclusa la possibilità di guasti nelle condutture e fognature. Lo
stesso Genio Civile inoltre ha effettuato altri ripetuti sopralluoghi dando le
necessarie disposizioni, tutte prontamente eseguite.
Così,
man mano che ne sorgeva la necessità, venivano sgombrate le case pericolanti,
ed i relativi inquilini trasferiti in comodi alloggi procurati
dall’Amministrazione Comunale”.
L’operazione non fu affatto semplice: a convincere la povera
gente a lasciare le case intervennero non solo il sindaco, il segretario
comunale e il parroco don Romeo Rucci, ma anche i Carabinieri. Addirittura, una
donna ostinata, per non lasciare la propria casa, si nascose in una buia
soffitta. Quando venne trovata, tra le lacrime, gridò “Lasciatemi morire qui”.
Il
mese di febbraio del 1956 viene ricordato ancora oggi come uno dei mesi più
gelidi di tutto il XX secolo. “Bufere di
neve di inaudita violenza”, come si leggeva nelle cronache dell’epoca, e
temperature gelide ben al di sotto dello zero, misero in ginocchio tutta
l’Italia.
Le
nevicate cominciarono a scendere copiose nei primi giorni di febbraio, nelle
aree interne ed anche sulla costa. Molti i comuni abruzzesi rimasti isolati: i
giornali parlarono di 89 comuni su un totale di 102. Il 5 febbraio continuarono
le nevicate sia all’interno che sulla costa. A Chieti la neve raggiunse il
metro di altezza. Dopo una breve pausa, il giorno 6 una nuova ondata di
maltempo si è abbatté su tutto l’Abruzzo, fino al giorno 8. Dopo una tregua di
un giorno, nel quale si rivide un pallido sole, si verificarono ancora
abbondanti nevicate, creando enormi disagi alla popolazione e ai tanti comuni
rimasti completamente isolati. Solo intorno al 20 febbraio cessarono i fenomeni
nevosi e, con l’innalzarsi delle temperature, la neve cominciò rapidamente a
sciogliersi. Le successive abbondanti piogge contribuirono a peggiorare
ulteriormente la situazione, che portò al collasso di tutto il costone
orientale.
22 febbraio 1956. Alle ore 10,45 si udì un forte boato,
simile allo scoppio di una bomba: una quarantina di case poste su via
Adriatica, si staccarono dalle fondamenta, rovinarono su se stesse e
cominciarono a scivolare verso il basso, alzando un immenso polverone.
Fortunatamente, tutta la zona era già stata evacuata e le famiglie ospitate nei
locali della scuola elementare. Gli unici ancora presenti nella zona erano le
suore delle Figlie della Croce, all’interno dell’asilo, e don Michele Ronzitti,
che al momento del disastro si trovava nella cappella di S. Giovanni Battista,
all’interno della chiesa di San Pietro, intento a sbrigare le pratiche per un
matrimonio.
È Giorgio Pillon a raccontare quei tristi momenti, quando le
suore rimasero a vegliare il Sacramento custodito in un’artistica pisside
dorata: “E fu proprio quando don
Michelino Ronzitti prese la pisside e se la strinse al petto che si udì un
lungo e sordo boato. Poi tutto prese a sussultare: i pavimenti, i soffitti, le
pareti. Grossi squarci si aprirono qua e là mentre un polverone irrespirabile
avvolgeva il sacerdote… L’asilo non crollò subito. Rimase invece ancora saldo
mentre tutto intorno sprofondava. Fu così che don Michelino e le Suore poterono
mettersi miracolosamente in salvo”.
In seguito al movimento franoso, in tutta la zona ci fu un
fuggi-fuggi generale, poi, quando la situazione cominciò a calmarsi, pian piano
la gente cominciò ad affacciarsi per cercare di capire quello che era successo.
Dopo mezz’ora, tutta la popolazione collaborava con le autorità.
Altre 60 famiglie sfollate (per un totale di 117 famiglie
ufficialmente registrate), vennero sistemate in gran parte nei locali delle
scuole elementari e delle medie, dove ricevettero “alloggio gratuito” e “luce e
riscaldamento a termosifone”, oltre a pacchi di viveri ed indumenti forniti
da privati, autorità ed enti.
Particolarmente attivo nelle opere di soccorso fu
il Segretario Comunale Albi Marini. Per il suo senso di dovere e abnegazione,
nel fronteggiare il grave problema delle famiglie rimaste senza tetto,
ricevette gli encomi del Prefetto e di tutta l’amministrazione comunale. “In
tale incresciosa circostanza”, scrisse il Prefetto De Vito al Sindaco di
Vasto, “Egli ha dato prova sicura di
spiccato spirito di iniziativa e di organizzazione, provvedendo, con alacrità e
tempestività alla provvisoria sistemazione delle famiglie, alla istituzione
immediata di mense per i danneggiati, attuando così in modo organico, e
confacente, tutte le direttive da Lei impartite al riguardo. Pertanto, la prego
di esprimere al predetto funzionario, che egregiamente ha corrisposto alle
esigenze del momento, il mio vivo apprezzamento per l’opera da lui svolta con
impegno ed elevato senso di responsabilità”.
Quasi in una corsa contro il tempo, temendo un possibile
crollo della chiesa di San Pietro, don Romeo Rucci, aiutato dai parrocchiani,
provvide a trasferire le statue e le suppellettili presso la vicina chiesa di
Sant’Antonio di Padova.
Due giorni dopo, il 24 febbraio, il parroco organizzò
un’imponente processione religiosa con la statua di San
Michele Arcangelo, le reliquie della Sacra Spina, del legno della Croce e
quella del braccio di Santa Liberata. Inoltre, i parroci delle tre parrocchie,
di comune accordo, decisero di esporre le reliquie più preziose conservate
nelle rispettive chiese, per impetrare il soccorso e la protezione divina.
Lino Spadaccini
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| 12 febbraio 1956, centro storico: tanta neve ma nessuno presagiva la grande sciagura della frana |









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