mercoledì 20 febbraio 2013

Le frane di Vasto (3): 1892, IL CROLLO DI UN PEZZO DI MURO DELLE LAME E IL RIFACIMENTO AD ARCHI


Come abbiamo accennato nei giorni scorsi, prima della grande frana del 1956, molti crolli e cedimenti si sono registrati nel corso degli anni lungo Via Adriatica, la splendida balconata che da Palazzo d’Avalos conduceva sino alla chiesa di Sant’Antonio di Padova. Ma, nonostante un problema ormai “cronico”, i tecnici non andarono mai alla radice del problema e qualsiasi iniziativa intrapresa o lavoro effettuato, servì semplicemente a tamponare l’urgenza, se non addirittura ad aggravarlo.
Oggi poniamo l’attenzione sui lavori eseguiti nel 1892, analizzando gli interessanti documenti conservati presso l’Archivio Storico “G.Rossetti”.


In seguito al cedimento di un tratto di muro avvenuto lungo la Strada delle Lame, all’altezza di casa Bernardini, il Sindaco di Vasto, Francesco Ponza, nel gennaio del 1891 incaricò l’ingegnere comunale Francesco Benedetti, ad elaborare un progetto per ripristinare il danno verificatosi, la sistemazione della strada e l’accertamento delle condizioni locali per garantire la stabilità dell’intera via.
Da una accurata visita della località”, scrisse l’ing. Benedetti nel progetto, “si è constatato che il tratto del muro caduto misura la lunghezza di metri 6,90 per una altezza media di metri 4,00 ed è compreso tra l’angolo sporgente che forma il muro di sostegno della strada, in direzione dell’angolo S. E. dell’anzidetta casa Bernardini, ed i ruderi degli speroni che un tempo furono ivi costruiti a sostegno di esso muro, come vedesi segnato in pianta”.
La causa del crollo, secondo l’illustre progettista vastese, fu dovuto esclusivamente alla “vetustà” del muro, costruito con uno spessore medio insufficiente, di soli 60 centimetri, su una fondazione piuttosto scarsa, peraltro incalzata dalla continua corrosione del terreno “in tal punto inclinato a forte pendio”. Inoltre, le profonde lesioni comparse già da qualche tempo prima, avevano lasciato presagire quello che poi in effetti avvenne.

Dopo aver effettuato saggi in più punti, l’ing. Benedetti giunse alla conclusione che per ripristinare il muro, bisognava spingersi con le fondazioni alla profondità di circa 14 metri dal piano stradale, fino a toccare lo strato di “conglomerato duro”. 
Il muro andava ricostruito ad archi e pilastri, ma “affinché poi l’opera possa riuscire con la dovuta stabilità, la muratura di fondazione delle spalle e pilastri delle arcate del muro verrà fatta con pietrame e malta semidraulica, il nucleo per l’elevazione di essi di pietrame e malta ordinaria con rivestimento a mattoni in malta semidraulica, e le arcate nonché il parapetto saranno di mattoni e malta semidraulica”.
I lavori, per una somma presunta di L.10mila, vennero affidati il 3 gennaio dell’anno successivo all’impresa Cieri Concezio, il quale impiegò poco più di quattro mesi per il completamento dei lavori.

Lino Spadaccini 

 ALCUNE IMMAGINI DEI RESTI






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