Come
abbiamo accennato nei giorni scorsi, prima della grande frana del 1956, molti
crolli e cedimenti si sono registrati nel corso degli anni lungo Via Adriatica,
la splendida balconata che da Palazzo d’Avalos conduceva sino alla chiesa di
Sant’Antonio di Padova. Ma, nonostante un problema ormai “cronico”, i tecnici
non andarono mai alla radice del problema e qualsiasi iniziativa intrapresa o lavoro
effettuato, servì semplicemente a tamponare l’urgenza, se non addirittura ad
aggravarlo.
Oggi
poniamo l’attenzione sui lavori eseguiti nel 1892, analizzando gli interessanti
documenti conservati presso l’Archivio Storico “G.Rossetti”.
In
seguito al cedimento di un tratto di muro avvenuto lungo la Strada delle Lame, all’altezza di casa Bernardini, il Sindaco di Vasto,
Francesco Ponza, nel gennaio del 1891 incaricò l’ingegnere comunale Francesco
Benedetti, ad elaborare un progetto per ripristinare il danno verificatosi, la
sistemazione della strada e l’accertamento delle condizioni locali per
garantire la stabilità dell’intera via.
“Da una accurata visita della località”,
scrisse l’ing. Benedetti nel progetto, “si
è constatato che il tratto del muro caduto misura la lunghezza di metri 6,90
per una altezza media di metri 4,00 ed è compreso tra l’angolo sporgente che
forma il muro di sostegno della strada, in direzione dell’angolo S. E.
dell’anzidetta casa Bernardini, ed i ruderi degli speroni che un tempo furono
ivi costruiti a sostegno di esso muro, come vedesi segnato in pianta”.
La
causa del crollo, secondo l’illustre progettista vastese, fu dovuto
esclusivamente alla “vetustà” del
muro, costruito con uno spessore medio insufficiente, di soli 60 centimetri, su
una fondazione piuttosto scarsa, peraltro incalzata dalla continua corrosione
del terreno “in tal punto inclinato a
forte pendio”. Inoltre, le profonde lesioni comparse già da qualche tempo
prima, avevano lasciato presagire quello che poi in effetti avvenne.
Dopo
aver effettuato saggi in più punti, l’ing. Benedetti giunse alla conclusione
che per ripristinare il muro, bisognava spingersi con le fondazioni alla
profondità di circa 14 metri dal piano stradale, fino a toccare lo strato di “conglomerato duro”.
Il muro andava
ricostruito ad archi e pilastri, ma “affinché
poi l’opera possa riuscire con la dovuta stabilità, la muratura di fondazione
delle spalle e pilastri delle arcate del muro verrà fatta con pietrame e malta
semidraulica, il nucleo per l’elevazione di essi di pietrame e malta ordinaria
con rivestimento a mattoni in malta semidraulica, e le arcate nonché il
parapetto saranno di mattoni e malta semidraulica”.
I
lavori, per una somma presunta di L.10mila, vennero affidati il 3 gennaio
dell’anno successivo all’impresa Cieri Concezio, il quale impiegò poco più di
quattro mesi per il completamento dei lavori.
Lino
Spadaccini









Nessun commento:
Posta un commento