martedì 19 febbraio 2013

Le frane di Vasto (2): LA GRANDE FRANA DEL 1816 CHE CREO' L'ALTO DIRUPO DA PORTA PALAZZO A SAN MICHELE

Prima il costone scendeva gradatamente a mare. 
Ancora senza spiegazioni il fatto che "Il mare erasi ritirato per la lunghezza di circa un miglio, e nella latitudine di circa trecento palmi. La spiaggia deserta delle acque erasi innalzata, ed il fondo pietroso, ed argilloso del mare erasi visibilmente elevato sull’ordinario livello". Un maremoto?

 di LINO SPADACCINI
Se la frana del 1956 ha cancellato una buona fetta della nostra città, quella avvenuta centoquaranta anni prima, nel 1816, che ha interessato il costone orientale nel tratto da Porta Palazzo a San Michele, non è stato da meno per potenza distruttiva.
Il canonico Florindo Muzii nel suo prezioso Diario, conservato manoscritto presso l’Archivio Storico
“G.Rossetti”, in data lunedì 1° aprile annotava: “Oggi la nostra città del Vasto à cominciato a soffrire de’ guasti irreparabili da un movimento generale de’ terreni situati verso la Marina, cagionato dalle acque delle fontane da gran tempo deviate, e perdute; non che dalle lavature prodotte dopo direttissime piogge, e nevi cadute. Il danno è incalcolabile”.
Il Diario del Canonico Muzii
La notizia della frana raggiunse eco a livello nazionale, tanto che sulla Gazzetta di Firenze di giovedì 18 aprile, il cronista scriveva: “Sentiamo da Vasto città dell’Abruzzo nella provincia di Chieti, che il dì 1. del corrente fu per quegl’infelici abitanti un giorno di sciagura, e di spavento… quando il dì suddetto dalla Porta Palazzo fino ad un mezzo miglio di distanza, il terreno improvvisamente avvallò scoscendendosi in varii punti ed avvolgendo il tutto in una vasta rovina. Quei già si ameni contorni sparsi di ville, e di deliziosi giardini, quei campi già rivestiti e verdeggianti di belle olivete altro più non presentano che il doloroso, e terribile spettacolo di rottami, di muraglie squarciate, e pendenti sui precipizii, di voragini, di macigni, e d’informi mucchi di scommossa terra. Gli olivi che si sono perduti ascendono al numero di 14. mila piante… Il palazzo del Principe presso alla suddetta porta è caduto per metà, i magazzini alla marina sono distrutti…”.
Ma è con le Memorie su le rovine della Città di Vasto di Erasmo Colapietro, lette nell’adunanza del febbraio 1817 (e stampate nel 1822), davanti ai soci del Real Istituto d’Incoraggiamento di Napoli, che abbiamo un quadro più completo e approfondito del fenomeno e soprattutto delle sue cause. “L’inverno del 1816 fu estremamente piovoso”, scriveva il Colapietro, “ed a vicenda si successero ora copiose nevi, ed ora straordinarie piogge, e l’umidità atmosferica fu completamente stazionaria. Nella metà di Marzo caddero tali nevi, che nella parte montuosa mediterranea della provincia si elevarono da quindici a venti palmi; e nella conca marittima degli Abruzzi, e specialmente in Vasto montarono oltre l’usato a palmi quattro”. La quantità di pioggia caduta fu davvero straordinaria, le nevi precipitarono in abbondanza, inoltre l’acquedotto romano, ormai vecchio e fatiscente, disperdeva tutta l’acqua nel sottosuolo vastese verso la parte orientale;  a fine marzo, le giornate di sole e il vento caldo, favorirono lo scioglimento rapido delle nevi, contribuendo in modo determinante al collassamento di tutta la zona orientale.
Il primo aprile, verso l’una del pomeriggio, il Sottintendente Barone Durini, dal suo balcone di casa, osservò “che il lido in un certo modo si elevava, e che le acque si erano alquanto ritirate. Dopo un’ora e mezza vide con istupore estremo, che il fenomeno erasi inoltrato moltissimo, ed aveva acquistato grande estensione. Il mare erasi ritirato per la lunghezza di circa un miglio, e nella latitudine di circa trecento palmi. La spiaggia deserta delle acque erasi innalzata, ed il fondo pietroso, ed argilloso del mare erasi visibilmente elevato sull’ordinario livello”. Percepito la gravità della situazione, appena si formarono le prime crepe, il Barone Durini ordinò l’evacuazione delle case nella parte orientale e nella zona di Santa Maria Maggiore. E così “gradatamente tutta la terra, che si estende dalle mura della città verso la parte di Santa Maria al Sud fino alla porta di S. Michele cominciò a cambiar sito, ed a distaccarsi dal rialto superiore. La superficie del suolo scendeva in modo che sembravano portarsi verso il mare gli uliveti, i vigneti, ed i fabbricati”.

Il movimento franoso proseguì per i successivi due giorni e inevitabilmente crollarono fabbricati, poderi, il magazzino del sale, un tratto della strada principale ed alcune strade secondarie ad essa collegate, le peschiere, le fontane rurali, i vigneti, la Cappella di S. Leonardo, situata sotto i “Tre Segni” e la Cappella della Madonna della Neve.
In seguito alla sciagura non ci furono vittime, ma per diversi giorni il rione Santa Maria rimase evacuato, finché non si ebbe la certezza del cessato pericolo.
Quale forza si opporrà per impedire, che i fabbricati superiori rimasti allo scoperto, e privi di appoggio, e di base non crollino ne’ sottoposti voti?”, si chiedeva Erasmo Colapietro, e ancora “Quale potenza frenerà il corso delle terre, che sciolte da nuove acque e dalle nevi non scorrano con tutta la violenza di un moto accelerato pel declivio, e pe’ precipizii tagliati a perpendicolo? Quale resistenza impedirà che le due Chiese rurali di San Michele, e di San Lionardo non crollino? Quali mezzi si metteranno in opera affinché non scoscendano il grande acquedotto della pubblica fontana, e le imminenti fabbriche…?”. 
Questi interrogativi sono validi ancora oggi, perché il pericolo non è cessato. Su buona parte del costone orientale, da via Tre Segni a nord di San Michele, sono già stati effettuati interventi di consolidamento, ma ancora altri lavori dovranno essere effettuati per una maggiore sicurezza, soprattutto nel tratto della Loggia Ambling, dove destano preoccupazione alcune crepe comparse lungo la pavimentazione, a dimostrazione che il terreno sottostante non è ancora del tutto stabile.

Lino Spadaccini

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