mercoledì 30 gennaio 2013

Storia: quando ad Emilio Celano spettò il delicato compito di vigilare sulla prigionia di Mazzini

Ma il prefetto era anche, e soprattutto, letterato e giornalista, uomo di grande cultura.
Centoventi anni fa, il 29 gennaio del 1893, moriva Emilio Celano uno dei personaggi più illustri della nostra città, che viene ricordato anche per aver assolto il delicatissimo compito di vigilare sulla prigionia di Giuseppe Mazzini a Gaeta.

Nato a Vasto nel 1831 da Giuseppe, nobile e di famiglia benestante, e Teresa De Thomasis, anche lei di nobili origini, Emilio studiò legge a Napoli fino al conseguimento della laurea.
Tenuto d’occhio dalla polizia napoletana per le sue idee liberali, scampò all’arresto grazie alla protezione di una zia, che lo nascose per qualche tempo. Ancora giovanissimo, per circa tre anni, insegnò privatamente filosofia e diritto pubblico. Nel 1859, quando
scoppiò la guerra per l’indipendenza italiana, abbandonò l’insegnamento e si dedicò al giornalismo politico, prima nel Globo, foglio clandestino da lui fondato, poi nella Nuova Italia, giornale battagliero di forte ideologia politica, ed ancora, come critico drammatico, nel Giuseppe Parini, periodico di critica letteraria, di cui gli venne affidata la direzione.
Nel 1861 prese in sposa Leonilde Puoti, appartenente a una delle famiglie più note dell’aristocrazia napoletana, da cui ebbe sette figli: Maria, Aniceto, Umberto, Ugo, Silvio, Ida e Giacinto. Nello stesso anno iniziò la carriera nello Stato come ufficiale di dicastero presso l’ufficio di stralcio dell’Interno e Polizia in Napoli e, contemporaneamente, collaborò con il Giornale ufficiale di Napoli, prima come redattore capo e poi come direttore. Con la chiusura del giornale fu nominato consigliere di Prefettura a Massa Carrara, successivamente a Pavia ed infine a Caserta.
Dopo due anni di inattività ed un breve periodo passato della redazione del giornale La Patria, il Celano venne richiamato in servizio nel 1867 e mandato come Sottoprefetto a Campagna, Formia, Sulmona, Frosinone e Termini Imerese. Furono quindici anni di accesa lotta al Brigantaggio che imperversava massiccio in quel periodo. Grazie alla sua determinazione distrusse famose bande come quella del Garofalo, di Croce di Tola e del famigerato Antonino Leone, che gli fruttò una medaglia d’oro per pubblica sottoscrizione e la croce di ufficiale della Corona d’Italia.
Quando il Celano fu sottoprefetto a Formia, ebbe il delicatissimo compito di vigilare sulla prigionia di Giuseppe Mazzini a Gaeta, rinchiuso all’interno del Castello Angioino, dal 15 agosto al 15 ottobre 1870.
Mazzini prigioniero a Gaeta, incisione d'epoca
A tal proposito, il giornalista Nicola Bernardini, dopo la morte del Celano, scrisse di quel periodo: “Il Mazzini s’intratteneva col Celano discutendo con la convinzione dell’apostolo, e con la fede di una fanciulla, di repubblica e di monarchia, dei dissensi dolorosi con Garibaldi, e con l’Internazionale. Di quanto avvenne in quei giorni”, proseguì il giornalista, “il Celano serbava, per conto suo, molti appunti che poi, ampiamente esposti, avrebbe fatto conoscere. E tali appunti, di un testimone oculare e coscienzioso come il Celano, sarebbero stati un documento prezioso per la storia nazionale, come anche le lettere da Giuseppe Mazzini scritte a lui, che rimase, con l’illustre prigioniero, nei rapporti della più cordiale amicizia”.
La figlia Maria, nella biografia pubblicata nel 1933 in memoria del padre, dal titolo “Ancora una figura del Risorgimento Emilio Celano”, citò un interessante episodio avvenuto durante la prigionia: “Irrequieto di temperamento, il Mazzini soleva camminare, per ore, avanti e indietro, nella sua stanza, fumando. Così lo trovò il Celano recatosi a visitarlo, e gli parve certo vedere un’aquila prigioniera che si dibattesse nell’angusto spazio fra sbarra e sbarra. Dare al Maestro l’illusione della libertà senza venir meno ai suoi doveri di custode gli parve possibile, e – Maestro – gli disse – se io le aprissi le porte delle camere seguenti, mi prometterebbe lei di non tentare di superarne i limiti? – E il Mazzini, tendendogli la mano: – Prometto – rispose – e grazie! – Allora il Celano, chiamati i guardiani: – Aprite le porte interne – ordinò – e tenetevi fuori: Giuseppe Mazzini ha promesso di non oltrepassarle, e la sua parola ci deve bastare. – E il Maestro sorridente e pensoso, prese a camminare su e giù per le stanze della torre, soddisfatto di quella parvenza di libertà”.
Nel 1889, per i meriti conseguiti durante la carriera, Emilio Celano fu nominato Prefetto prima a Rovigo, poi a Potenza, Campobasso ed infine a Lecce, sua ultima destinazione.
Tra le pubblicazioni del Celano ricordiamo Giurisprudenza dei bilanci comunali (Napoli, 1881) e Vittorio Emanuele: Epigrafi (Palermo, 1878). Come critico drammatico scrisse uno studio sul teatro del secolo XVIII, ma scrisse anche due drammi: Angiola Maria, tratto dall’omonimo romanzo di G. Carcano, e Antonia Monford, ambientato a Londra alla fine del ‘700. Inoltre, tradusse dall’inglese Della vita e dei tempi di Salvator Rosa di Sydney Morgan, e La vita di Giorgio Washington di Jared Sparks.
Oltre ad appassionato di lettere, il Celano si dilettava anche di musica da buon flautista che era, non sfigurando anche al piano, al violino ed alla chitarra.
Gentiluomo dell’antico stampo”, scrisse la figlia Maria nella biografia, “signorilmente garbato nel tratto con gli estranei, affettuosamente espansivo con gli amici, galantemente rispettoso verso le dame, per tradizione di razza e di riflesso romantico della giovinezza, Emilio Celano aveva il dono di farsi amare”. Lo dimostrano la considerazione di quanti collaborarono con lui nella professione, ma anche il ricco epistolario intrattenuto con illustri personaggi del tempo quali Silvio Spaventa, Luigi Settembrini, il Poerio, il Rattazzi e tanti altri.
Emilio Celano morì improvvisamente a Caserta il 29 gennaio 1893, nel pieno delle forze, quando a causa delle imminenti elezioni politiche, i continui viaggi a Roma e la determinazione di non mollare in un periodo così importante, gli fecero rimandare l’intervento chirurgico che forse avrebbe potuto salvargli la vita.
Così lo ricordò lo storico vastese Luigi Anelli in un “medaglione” pubblicato sulle pagine de Il Vastese d’Oltre Oceano: “Intimo di Silvio Spaventa e di altri illustri patrioti del mezzogiorno, Emilio Celano fu cospiratore nel tempo in cui tra le cospirazioni si preparava la redenzione d’Italia; pubblicista quando il risorgimento della patria ebbe bisogno di animosi incitamenti; integro funzionario allorché l’organamento dello Stato sentì la necessità di saggi e retti amministratori; e perché nella incessante opera del bene egli ebbe una sola guida, il dovere, un solo fine, la patria, la sua bella figura va meritatamente ricordata ai suoi concittadini come esempio nobilissimo da imitare”.

Rimasto attaccato alla sua terra natia, qui volle essere sepolto insieme alla sua famiglia. Sulla tomba, ancora visibile nel nostro cimitero, si legge la seguente epigrafe dettata da Carlo Pignone del Carretto: EMILIO CELANO / DEL FORTE ABRUZZO / PREFETTO DELLE PROVINCE / DI ROVIGO POTENZA CAMPOBASSO LECCE / DOPO UNA NOBILE VITA ESEMPLARE / DI BATTAGLIE TRIONFATRICI / NELLA QUALE DETTE PROVE ALTISSIME / DI SAPIENZA AMM. POLITICA LETTERARIA / AVENDO A GUIDA DELLE SUE OPERE / TRE GRANDI IDEALI / LA PATRIA LA VERITA’ LA GIUSTIZIA / QUI / CONFORTATO DAL RIMPIANTO E DALL’AMORE / DI TUTTI / SERENAMENTE RIPOSA.

Lino Spadaccini




Epigrafe scritta da Carlo Pignone del Carretto 




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